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Helen Humphreys: Il giardino perduto / Playground 2009. Camilla Valletti: Recensione

Pubblicato in camilla valletti, recensioni da federico novaro il 30 aprile 2009

(Una recensione inedita di Camilla Valletti de Il giardino perduto di Helen Humphreys)

Helen Humphreys
Il giardino perduto

Traduzione dall’inglese di Carlotta Scarlata
Playground, Roma 2008
193 p. ; 14 euro.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground 2009, frontespizio (part.) 1

Espedienti

“I nostri poveri espedienti hanno il loro giorno di gloria / Vivono un giorno e poi cessano di esistere”: una citazione diretta del poeta laureato inglese per eccellenza, Alfred Tennyson, in bocca al bellissimo e vibrante capitano Raley gettato insieme alla protagonista del romanzo, la botanica Gwen Davis, nella tenuta di Moses nel cuore del Devon, sono le parole/stigmate di tutto Il giardino perduto scritto da Helen Humpreys nel 2002, qualche anno prima di Cani selvaggi.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground 2009, graphic designer Federico Borghi, imm. di cop.: ©Luis Mariano Gonzales (part.) 2

I poveri espedienti sono i mezzi dell’attesa, gli strumenti per alleggerire il peso della coltre dolorosa dei giovani soldati canadesi e delle volontarie inglesi che si trovano, per necessità, radunati in un luogo sospeso, lontano dall’imperversare della guerra, fuori dall’orbita dei bombardamenti che, in quegli stessi mesi, stanno devastando Londra e tutta l’Inghilterra.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground 2009, graphic designer Federico Borghi, imm. di cop.: ©Luis Mariano Gonzales (part.) 6

Il 1941, la Royal Horticultural Society, Virginia Woolf

Il 1941 è l’anno fatidico descritto dalla voce di Gwen, una donna di oltre trent’anni che, fino ad allora, aveva trascorso la sua vita al riparo dalle emozioni studiando in particolare il cancro delle patate presso la Royal Horticultural Society. Non bella, colta abbastanza da innamorarsi di Virginia Woolf, povera di un trascorso amoroso (gli unici contatti fisici sono quelli avuti con un vicino di casa durante le fughe nei rifugi antiaerei), la donna è all’improvviso esposta ai desideri spezzati degli altri, delle compagne contadine che è chiamata a governare (lo sforzo bellico nazionalista imponeva la monocoltura delle patate per rifornire le truppe al fronte), dei semplici soldati strappati alla loro quotidianità.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground 2009, graphic designer Federico Borghi, imm. di cop.: ©Luis Mariano Gonzales (part.) 3

Il giardino perduto

In questo tempo appeso ai grandi rivolgimento della storia, Gwen e Raley, sono le guide spirituali di un gruppo di uomini e donne mutilati nella loro giovinezza e orbati delle attese.
Jane, una ragazza dal carattere forte, è il tramite tra Gwen e le “altre”: ha il carisma per entrare in comunicazione con il prossimo, la compassione che manca a Gwen.
Finalmente affiatate le donne arrivano a rimettere ordine negli orti della grande tenuta in disuso: in una delle sue lunghe e solitarie passeggiate, Gwen, un giorno, incappa nei segni di un’altro giardino. Quello perduto del titolo che, a costo di sforzi filologici e logici, a fine romanzo si capisce essere un dono d’amore.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground 2009, graphic designer Federico Borghi, imm. di cop.: ©Luis Mariano Gonzales (part.) 1

Ma un’altra scoperta aspetta Gwen, oltre alla rivelazione dell’omosessualità di Raley e della morte dell’amato; essa, grazie al sacrificio estremo di Jane che si lascia morire (anche lei) per consunzione dopo avere appreso che il fidanzato disperso è caduto, capisce di avere una personalità, un peso specifico indipendente dal riconoscimento altrui.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground 2009, graphic designer Federico Borghi, imm. di cop.: ©Luis Mariano Gonzales (part.) 4

E’ certamente un romanzo complesso e letterario, questo di Helen Humpreys, forse più del seguente Cani selvaggi (Wild Dogs, del 2004, tradotto da Caterina Cartolano e Daniela Fortezza per Playground nel 2007).
Un romanzo esperto di letteratura inglese, sapientemente costruito su quelle stesse atmosfere, carico di citazioni e suggestioni. Ma non gratuite.
Il meccanismo della scrittura, una terza persona che suona come io valgono a ristabilire un rapporto onesto, equilibrato con la presenza fantasmatica di Virginia Woolf, richiamata in morte e in vita. E con un finale che vale la pena di trascrivere” Ogni storia parla di morte. Ma forse, se siamo fortunati, la nostra storia di morte è anche una storia d’amore. E’ questo che ricordavo dell’amore”.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground 2009, graphic designer Federico Borghi, imm. di cop.: ©Luis Mariano Gonzales (part.) 7

Riassunto bibliografico:
queer / letteratura canadese / prime edizioni italiane
Il giardino perduto / Helen Humphreys
1. ed. – Roma : Playground. – 193 p. ; 20 x 15 cm.
Borghi, Federico (progetto grafico) ; Gonzales, Luis Mariano (ill. fotog. di copertina)
Brossura, con risvolti
14 €
©2008 Playground
©2002 Helen Humphrey.

Su flickr altre fotografie di Luis Mariano Gonzales, oltre a quella scelta da Playground per la copertina.

Altre recensioni di Camilla Valletti su questo blog:

Virginia Woolf, Tutti i racconti. Newton Compton, 2009 qui;
Denton Welch, Voce da una nube. Casagrande 2006, qui;
Colm Tóibín, Fuochi in lontananza. Fazi 2008, qui.

Helen Humphreys, Il giardino perduto, Playground 2009, graphic designer Federico Borghi, imm. di cop.: ©Luis Mariano Gonzales (part.) 8

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Io avevo paura di Virginia Woolf / Richard Kennedy. Guanda 2009. (segnalazione)

Pubblicato in letteratura inglese, segnalazioni, straight da federico novaro il 26 aprile 2009

E’ in libreria:

Richard Kennedy
Io avevo paura di Virginia Woolf. Un ragazzo alla Hogart Press

Illustrazioni dell’autore
Traduzione dall’inglese di Alba Bariffi
Guanda, Parma 2009
115 p.: ill. b/n ; 14 €

Richard Kennedy, Io avevo paura di Virginia Woolf, Guanda 2009, frontespizio (part.)

A sedici anni Richard Kennedy ha la ventura di lavorare come garzone di bottega alla Hogart Press, la casa editrice di Leonard e Virginia Woolf. Nel 1972, diventato un famoso illustratore di libri per l’infanzia, pubblica un brevissimo diario, scritto e disegnato, di quell’esperienza.

Richard Kennedy, Io avevo paura di Virginia Woolf, Guanda 2009, p. 29, disegno di Richard Kennedy (part.)

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Insy Loan: Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà (Alessandro Michetti) / Rizzoli 2009. Recensione.

Pubblicato in Federico Novaro, letteratura italiana, recensioni da federico novaro il 23 aprile 2009

Insy Loan (Alessandro Michetti)
Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà

Rizzoli (24/7), Milano 2009
217 p. ; 16,50 €

Insy Loan (alessandro michetti), Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, Rizzoli 24/7 2009: frontespizio, 1

Insy Loan da Lo stato delle cose a Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà

Insy Loan e lo stato delle cose è un blog molto frequentato, aperto nel 2007, di ambito gay, sfacciato e divertito, dai tratti insistentemente comici.
Ora molti dei materiali del blog sono stati riscritti, mantenendone il protagonista, ne Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, che, uscito da Rizzoli nella collana “7/24” a febbraio, è ora alla seconda stampa.

Il passaggio da un medium all’altro non è privo di conseguenze. Il blog per sua natura, anche se organizzato secondo un andamento fatto di addizioni successive, non ha un limite di chiusura previsto, come un testo in forma di libro; non è tutto, al contempo, presente e finito, e questo rende la disposizione dei materiali dipendente da coerenze diverse da quelle necessarie a un testo narrativo stampato.
Nel passare dal blog al romanzo Michetti ha riorganizzato i suoi materiali attorno ad una storia, di impostazione autobiografica, quasi inconsistente, tutta al servizio della vena comica, che così resta in piena evidenza, non più supportata dalla leggerezza dell’occasione quotidiana, dallo spirito del commento, ch’è proprio del blog.

Insy Loan (alessandro michetti), Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, Rizzoli 24/7 2009, Georgina Clarke per Mucca Design: cop. (part.) 4

Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà come specchio dell’Italia

Ciò che ne risulta è un libro molto italiano.

Non tanto in quanto provinciale, anche se è un suo tratto significativo (provinciale è il protagonista, trasferitosi a Roma per seguire l’Università da Chieti, e il contrasto provincia/Roma è un elemento identitario forte attraverso cui l’io narrante si descrive), piuttosto perché il libro -il testo, la comunicazione editoriale, il protagonista, l’autore, la sua figura pubblica, si possono usare come un carotaggio per sondare il carattere di una nazione, l’Italia contemporanea, nei suoi gangli più evidenti.
Intendendo qui forse la Nazione nella sua specifica rappresentazione televisiva, sia perché quel tipo di Italia Insy Loan sembra rispecchiare, sia perché il libro sembra privilegiare quella modalità comunicativa, che afferma con forza la sua assertività, secondo un metodo che fa terra bruciata intorno a sé, dove le cose taciute sono disprezzate, e cancellate.

Un Paese di comici

Tratto di un carattere che qui si ipotizza nazionale, è la scelta della comicità come genere privilegiato nella comunicazione. Il tipo di comicità usata da Michetti è intesa come zona franca dove la risata giustifica ciò che si dice –lo si fa per scherzare.
Una comicità che ha in spregio la sottigliezza, e gioca tutto sull’iperbole, “[…] La rivelazione è talmente dirompente che, in quel preciso momento, il Cracatoa erutta facendo centinaia di vittime, mentre un aereo perde il controllo e si schianta su una chiesa nelle Filippine, uccidendo centinaia di fedeli riuniti per celebrare la Resurrezione. […]”, (p. 90).

Michetti attua un salto in più passaggi: costruisce una figura di cui si afferma la marginalità sociale (il gay maschio di provincia), lo butta nell’agone comunicativo protetto da una salva di battutte scoppiettanti che hanno come oggetto la sua stessa figura, assumendo le modalità, il ruolo e i tratti che l’agone gli attribuisce confermandoli, e cade in piedi, rassicurato e applaudito.

Il gay che fa ridere, una figura formalizzata e consueta

Così rivela un’Italia ferma agli inizi del secolo passato, dove gli invertiti, i pederasti, i femminielli, i “ghei”, dice Michetti nel blog, trovavano il loro posto praticando la propria autoparodia, accolti nei ruoli comici come bizzarria, come lusso trasgressivo, che è lo spazio che la televisione nazionale concede loro, intrecciando la categoria della trasgressione -cristallizzata (quasi un format) nella funzione di sostegno alle regole che sembra negare, con la comicità.

Insy Loan (alessandro michetti), Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, Rizzoli 24/7 2009, Georgina Clarke per Mucca Design: cop. (part.) 3

La mescolanza praticata fra Alessandro Michetti e Insy Loan (l’io narrante si chiama Alessandro e il suo soprannome è Insy), attraverso il libro come sul blog, non lasciano pensare ad un’ironia antifrastica: le battute vogliono far ridere per quello che dicono, non per il fatto d’essere dette, e, appesantite dalla stampa su carta, diventano grevi.

La battuta comica come conferma del mondo

Insy Loan (alessandro michetti), Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, Rizzoli 24/7 2009, Georgina Clarke per Mucca Design: cop. (part.) 2

In Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà il dispositivo comico scatta dove, e se, è atteso; il riso sembra dover scaturire non dalla sorpresa ma dalla conferma. Rispetto al blog, dove la battutta è commento ad un fatto esterno, con il quale Insy Loan si confronta, affermando spesso la propria distanza e costruendo un punto di vista laterale, inatteso, nel testo scritto la battutta diventa il fine, e cambia di segno. E’ un riso di condivisione, di riconoscimento.
Quello che Michetti ha compreso nel passaggio alla stampa è che c’è un pubblico che non ride perché accade l’imprevisto, bensì perché l’attesa è soddisfatta, l’ignoto esorcizzato, un pubblico abituato a ridere al settimanale ritorno della medesima battuta, che ride e applaude di sollievo perché è arrivato il momento di ridere, perché non è stato deluso.
“[…]” C’è una cosa che accomuna i commercialisti e i gay: entrambi a Giugno hanno un sacco da fare. I primi con le dichiarazioni dei redditi; i secondi con la preparazione dei costumi da bagno da indossare in spiaggia […]”, (p. 56).

Altri caratteri nazionali: la misoginia e il razzismo come fonti di battute comiche

Oltre all’omofobia introiettata e moltiplicata verso l’esterno, come visto d’ingresso per la terra dell’integrazione, strumento per la costruzione di quel mondo riconoscibile attraverso il quale sono modellate le battute, un altro segno, o carattere nazionale, che Michetti interpreta, è l’uso della comicità per veicolare un messaggio conservatore, il cui tratto qui più evidente e violento è la misoginia, ma che non stupisce trovare intrecciata al razzismo.
“[…] E poi, che donne. […] esseri umani femmina, esemplari che non distinguo tra loro al pari dei cinesi […]”, (p. 39); “[…] Abituato a trovare sempre qualcosa tra le gambe, mettere una mano nelle mutande di quella ragazza e trovare il nulla più assoluto mi fece pensare alla fisionomia di Barbie. […]”, (p. 8).

Qui fra blog e testo scritto non c’è differenza, il separatismo è affermato e praticato con insistenza e decisione, se fra maschi etero e omosessuali può esservi contiguità, fra maschi e femmine la distanza è incolmabile. “[…] Non dover fare sesso con una donna. Soprattutto per me. Io infatti mi ritengo un “puro”. Mai vista, mai toccata. Per me poi le donne sono come i cinesi: non le distinguo. Certo mamma, le parenti più prossime e qualche amica, ma niente, proprio non mi entra in testa la loro fisionomia. […]”, (dal blog, post del 18 luglio 2007, sui motivi per cui “è meglio essere omosessuale che non esserlo”).

L’Italia si manifesta

Insy Loan (alessandro michetti), Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, Rizzoli 24/7 2009, Georgina Clarke per Mucca Design: cop. (part.) 5

Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, più del blog che ne ha meno bisogno, sembra sottendere sempre un inalberato diritto ad esistere per il solo fatto di essere espressione di una personalità, che sola giustifica la propria manifestazione. Come testimoniare la propria esistenza fosse in sé stessa una ragione per renderla pubblica, che sembra essere la radice della televisione dei reality, e di una Nazione che ha smarrito il valore dello sguardo critico, della verifica, della ricerca. In questo il libro di Michetti è compiutamente italiano.

Insy Loan (alessandro michetti), Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà, Rizzoli 24/7 2009, Georgina Clarke per Mucca Design: cop. (part.) 1

Riassunto bibliografico:
queer / letteratura italiana / prime edizioni
Alla fine di questo libro la mia vita si autodistruggerà / Insy Loan (Alessandro Michetti)
1. ed. – Milano : Mondadori. – 217 p. ; 21,5 cm. x 14. – (24/7)
Clarke, Georgina (progetto grafico per Mucca Design)
Brossura, con risvolti
16,50 euro
©2009 RCS Libri S.p.A., Milano.

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Diario di una scrittrice / Virginia Woolf. Minimum Fax (I Quindici – 5) 2009. (Segnalazione)

Pubblicato in letteratura inglese, segnalazioni da federico novaro il 19 aprile 2009

E’ in libreria

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, Minimum Fax 2009, Riccardo Falcinelli, progetto grafico, frontespizio (pert.) 1

Virginia Woolf / Diario di una scrittrice
Introduzione di Leonard Woolf
Traduzione di Giuliana De Carlo, rivista da Andreina Lombardi Bom
Prefazione di Ali Smith tradotta da Federica Aceto
Testi di Valeria Parrella; Elena Stancanelli; Carola Susani
Con un “Glossario dei nomi ricorrenti nel diario”
Minimum Fax, 2009
475 p. ; 16,50 €

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, Minimum Fax 2009, Riccardo Falcinelli, progetto grafico di cop., ill. fotog. di cop.: © Hulton - Deutsch / Corbis / Contrasto, (part), 2

(Torna in libreria il “Diario di una scrittrice”, testo composto dal marito Leonard a partire dai diari tenuti da Virginia Woolf, ora nella collana celebrativa “I Quindici” di Minimum Fax. Impeccabile nella confezione, e finalmente edito in una veste comoda da leggere, con copertina rigida e pagine ariose, questa riproposta è una festa per chi ami la scrittura di Virginia Woolf. Resta l’annoso -quasi trentennale, rimpianto -e scandalo, per l’edizione integrale dei diari, inediti in Italia. D’altra parte la fondamentale, e bellissima, edizione delle lettere, nei Supercoralli Einaudi, non ha ancora visto la fine, sbrodolata fra il 1980 e il 2002 non è dato sapere se, e se mai, arriverà alla fine)


Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, Minimum Fax 2009, Riccardo Falcinelli, progetto grafico di cop., ill. fotog. di cop.: © Hulton - Deutsch / Corbis / Contrasto, (part), 1

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Anonimo (Michael Nelson): Una camera a Chelsea / Longanesi & C. 1961. Recensione

Pubblicato in Federico Novaro, letteratura inglese, recensioni da federico novaro il 16 aprile 2009

Anonimo (Michael Nelson). Una camera a Chelsea. Romanzo
[la responsabilità della traduzione dall'inglese non è indicata]
Longanesi & C., Milano 1961

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1961, frontespizio (part.) 1

E’ questo un libro davvero scomparso.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

Qualche dato su Una camera a Chelsea

L’edizione di Longanesi del 1961, l’unica sinora in Italia, è blindata dietro l’anonimato, (e neanche ora su SBN l’autore è indicato), nè è detto chi l’abbia tradotto, nè altro che aiuti a decifrare il testo oltre l’apparenza di un divertissement, di gusto compiutamente camp.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

Il risvolto di copertina, molto breve e allusivo: “Il mondo si sa, cambia, e gli inglesi che già processarono Oscar Wilde condannandolo a morire in miseria all’estero, oggi non esitano a raccontarci questa sorta di fiaba moderna interpretata da quelli che, giustamente o no, passano per eredi dei gusti più raffinati di Oscar. Beninteso, non c’è nulla di volgare in questo audace romanzo, tracciato da una penna sofisticata, che tocca argomenti e situazioni tra i più scabrosi con tanta eleganza e leggerezza da farci pensare che il mondo, pur mostrandoci volti diversi, dietro sia sempre uguale.”.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1961, risvolto di cop. (part.) 2

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1961, risvolto di cop. (part.) 1

In Italia è apparso solo una volta, in questa edizione; anche in Francia sembra essere apparso una sola volta, nel 1959, con il titolo di Les particuliers; in Inghilterra invece, è stato ripubblicato non più come Anonimo con regolarità, anche recentemente, da Gay Man’s Press, nel 1986, nel 1992, e nel 2003. Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 1

In un articolo di Michael Ratcliff pubblicato su Prospect si dice che i tre protagonisti siano basati sulle figure di Cyril Connolly (qui, su Wikipedia), Stephen Spender (qui), e Peter Watson (qui), fondatori e direttori di Horizon, straordinaria rivista inglese uscita fra il 1940 e il 1949 (pubblicò da Virginia Woolf a Paul Klee, da Christopher Isherwood a Bertrand Russell), e questo lo connota come romanzo a chiave, cosa non intuibile dai dati reperibili sull’edizione italiana, se non per un pubblico colto che conosca le biografie dei tre, sottraendogli molto del suo valore e molto del divertimento della lettura.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

Su Amazon, fra i commenti ai libri di Average American, si trova un’ottimo riassunto della trama, oltre ad alcuni dati utili. E’ in inglese, ma è molto breve e molto comprensibile; non so quali siano le sue fonti, dunque non posso far verifica, così lo cito per intero:
Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

“This novel was first published anonymously in 1958, but was written in the late 1940′s. I have a 1986 edition from Gay Modern Classics with an excellent and informative introduction by Philip Core. The story is set in London and it revolves around Patrick, an older very wealthy gay man who collects art, and Nicholas, a younger man who he has brought to London. The character of Patrick is extremely manipulative and the circle of friends of both Patrick and Nicholas make for a rather campy satire of people using other people. Gay life at the time is described for both the upper and lower classes, but done without slowing down the action. The novel is an easy read – at times amusing – and overall rather enjoyable. A different kind of gay novel especially for the time it was written.”.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 2

Ci vogliono competenze e saperi che io non ho per commentare degnamente questo libro. Dovrebbe essere Fabio Cleto a scriverne, il curatore di Camp (ne ho parlato qui), o Luca Scarlini.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

Tutto è messinscena, tutto è decorazione

Tutto qui è minutamente eccessivo. L’incipit è la promessa del tono di tutto il testo, una sola riga, subito seguita dall’a capo: “Era favolosamente ricco. [...]“, (p. 9).
Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

Favolosamente ricco è Patrick, rentier -”[...] Fortuna per lui che sua madre fosse morta il giorno dopo che era stato estromesso dall’università. [...] doveva alla sua buona stella che non avesse fatto in tempo a modificare il testamento. La vita avrebbe potuto essere ben altrimenti difficile per lui. [...]“, (p. 12), e collezionista d’arte -”[...] Purtroppo l’occhio gli cadde sull’incisione di Picasso. [...] Sul retro del catalogo scrisse l’indirizzo di Nicholas [...]“, (p.18-19), il cui denaro non sembra avere confini, così come la sua supponenza e infinita certezza di sè.
Incapricciato di un giovane giornalista, decide di fondare una rivista d’arte e letteratura al solo fine di poterlo assumere e legare a sè -”[...] Poteva essere divertente finanziare una rivista.”, (p. 37).
Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5
“[...] ‘Dovresti chiamarla Undici’, suggerì Christopher. ‘Era il mio numero di collegio e a undici anni ho avuto la mia prima esperienza sessuale. Mi è stato detto che fosse piuttosto tardiva.’ [...]“, (p. 33).
Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5
Inetto e perennemente indeciso, vuoto d’ogni riferimento etico che non sia la mediocrità della propria vaghezza, è Nicholas, sedotto da una promessa di agio, ma incapace di decifrarla, giovane giornalista di provincia, scorto da Patrick ad un funerale: “[...] Come aveva fatto bene ad andare a Rochester a partecipare a quello squallido funerale. A parte, poi, che uno ha il dovere di andare ai funerali dei vecchi servitori di famiglia. Aveva visto Nicholas il momento stesso in cui erano entrati in chiesa, ma per abbordarlo e attaccar bottone aveva dovuto attendere la fine dell’uffizio. [...]“, (p. 11).
Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5
Brutto, grasso, dipendente dal denaro e dal prestigio di Patrick, pur se ricco a sua volta, ma straordinario dissipatore di denaro, un tempo suo amante, somigliante ad un babbuino è Ronnie, artista, esteta e designato direttore della rivista, disegnatore di moda, “[...] Lo sai che i miei modelli di vestiti sono già portati da tutte le puttane di Brighton? [...]“, (p. 29).
Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5
Poi ci sono Christopher, pittore di grido incerto del proprio valore; il suo modello e amato e da lui disprezzato Michael; Stuart, direttore del Daily Gladiator, giornale scandalistico di enorme successo e Lily, segretaria e moglie supina di Ronnie.

Tutto ruota attorno al tentativo di Patrick di legare a sè come amante Nicholas, e di tutti i mezzi, spropositati, per ottenere questo fine: soprattutto mentire, mentire sempre e manipolare incessantemente ogni relazione, ogni amicizia, esibendo un cinismo assoluto, per la vittoria del quale nessuna cifra è troppo grande. La camera del titolo è la triste stanza d’affitto destinata, come rappresentazione dello squallore, ad accogliere il giovane e provinciale Nicholas ma soprattutto a far risultare massimamente desiderabile il lusso mai immaginato che Patrick gli fa sembrare -e sarebbe, se solo lui capisse le regole del gioco, a sua disposizione.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

La voce narrante aderisce allo sguardo di Patrick, allontanandosene a tratti quando l’azione si sposta lontano da lui, in una doppia funzione: creare un breve distacco dalla materia narrata per mettersi accanto ad un pubblico che si immagina sconcertato, e lasciare spazio ai continui coup de theatre di Patrick, per moltiplicare l’effetto sorpresa e così favorire l’identificazione fra chi legge e la vittima, Nicholas. Il divertimento di Patrick è il divertimento di chi narra, il depistaggio continuo riguardo alle aspettative e agli intenti è il medesimo.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

Una favola?

Ma di fondo chi scrive, anche se flebilmente, si mette dalla parte di Nicholas, e se non a torto il risvolto di copertina usa la parola favola, -e della favola Una camera a Chelsea ha il lieto fine (che non è, coerentemente, il vero amore, nè il raggiungimento del fine immaginato, ma il trionfo del potere del denaro, e del cinismo, e dell’apparenza sulla sostanza) è vero anche che sui protagonisti di questa favola è sospesa una condanna morale che tanto più è negata negli intenti tanto più è radicata in ogni riga. Ma qui sta l’interesse storico, e letterario, del testo, questo abitare una terra ingrata, dove l’affermazione è possibile solo attraverso la negazione, e dove questa lacerazione è calata in un decoro che farebbe sembrare sobri Cocteau e Huysmans.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 5

Nel frattempo Virgina Woolf…

In Una camera a Chelsea tutto vuol essere reso favolosamente meschino, l’artista, l’individuo, ridicolizzato perché svuotato di senso dall’immenso potere del denaro, di fronte al quale ogni velleità si infrange nel ridicolo. Tutto è decorazione, e soprattutto i gesti, le vite intere, e il sublime, che i contemporanei -non da molto usciti dalla Seconda Guerra Mondiale, ricercano, dandogli nome di realismo, qui è sbriciolato e reso ridicolo da una ferocia spietata nell’affermare il falso come unico vero.

Perché questo libro in Italia sia stato dimenticato è facile capire. Sfacciato e irridente, classista ed omofobo, troppo omosessuale e insieme radicalmente conservatore, misogino, così elegantemente camp, capace di giocare col sublime e l’orrido, e soprattutto di una leggerezza radicale, nato accanto a Bloomsbury ma imbarazzante per chi di Bloomsbury ha fatto un mito serio ed intoccabile, è un libro che la cultura italiana non sa dove mettere, ed ha coerentemente dimenticato.

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1961, verso del frontespizio. (part.) 1

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1958, copertina (part.) 3

Riassunto bibliografico:

queer / letteratura inglese / prime edizioni
Una camera a Chelsea
/ Anonimo (Michael Nelson)
1. ed. – Milano : Longanesi. – p. 245 ; 19 x 12,5 cm. – (La Gaja Scienza – 167)
Rilegato, con sovracoperta.
Lire 1600
©1961 Longanesi & C.
©1958 Jonathan Cape LTD
Titolo originale: A Room in Chelsea Square

Anonimo (Michael Nelson), Una camera a Chelsea, Longanesi 1961, copertina (part.) 4

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