Helen Humpreys : Coventry / Playground 2010. Recensione di Camilla Valletti
Coventry
Helen Humphreys
Traduzione di Carlotta Scarlata
Graphic Designer: Federico Borghi
154 p. ; 13 €
Playground, Roma 2010
Coverntry, di Helen Humphreys
Un nuovo, appassionante, romanzo di Helen Humphreys.
Sì, può davvero essere accolto con una certa retorica da strillone, questo nuovo lavoro della scrittrice canadese, con cui si è guadagnata molti premi e molto onore.
In linea con l’ambientazione del precedente, uscito in Italia con il titolo Il giardino perduto, (traduzione di Carlotta Scarlata, Playground 2008; The Lost Garden, 2002) qui Humphreys sceglie di contrarre in tempi al punto di far accadere tutto il possibile nell’arco di una sola notte.
Il 14 novembre del 1940, quando gli attacchi della Luftwaffe tedesca sull’Inghilterra si fecero sempre più intensi, in seguito anche all’irrigidimento di Churchill, le città a forte vocazione industriale furono soggette a bombardamenti a tappeto.
Cinque sei anche nove sequenze di bombe a distanza ravvicinata per una notte su sei: a questo regime furono sottoposte molte città. Tra queste anche Coventry nel 14 di novembre del 1940.
Due donne della medesima età, Maeve e Harriet che si erano di sfuggita incontrate in un glorioso giorno di primavera, quando il giovane marito di Harriet, Owen, partì volontario per il fronte nel 1919 per non tornare mai più, si trovano indistricabilmente legate da un affetto che le accomuna.
Harriet, vedova di guerra, è vissuta quasi vent’anni col ricordo vivo del giovane marito, rievocando senza sosta il suo corpo dinoccolato di ragazzo. Ha lavorato e ha cominciato a provare a scrivere brevi testi che abbiano la funzione di aiutarla a spiegare il reale. Maeve è una donna più emancipata, ha fatto un figlio da sola, è passata di lavoro in lavoro, e di relazione in relazione. Ha avuto un figlio, Jeremy, che è la sua ricchezza, la sua ipoteca per il futuro. Fa la pittrice, quando può, ma crede di avere scarso talento.
La notte fatidica, Harriet è chiamata a svolgere il suo compito di sorveglianza sui tetti (alla Humphreys interessa la reazione disciplinata dei civili inglesi, il loro patriottismo, la loro volontà di tenere ordine nel caos). Insieme a lei, che indossa per non essere riconosciuta una divisa, un ragazzo. Jeremy, appunto, il figlio di ventidue anni di Maeve.
Tra i due nasce un’intimità forte, improvvisa. La donna rivede in Jeremy il marito morto, ne ritrova la schiena, le gambe lunghe, l’ardimento. Non si separeranno più. Dentro alla notte gelida, tra i rumori assordanti, i gemiti, la polvere, i primi cadaveri, i due cercano di ritornare alle proprie case, ai propri affetti. Harriet ritrova il suo appartamento distrutto, Jeremy le chiede di scortarlo al suo indirizzo per ritrovare la madre.
In questa corsa, quando ormai buona parte dei palazzi Tudor è andata distrutta, alcune apparizioni (che ricordano certe pagine di Austerliz di Sebald) segnano la drammaticità della scena.
Un cavallo bianco abbandonato accanto a cui spira una giovane donna, un asino disperso, un uomo intento a farsi la barba sicuro che l’indomani sarà un giorno di lavoro come tutti gli altri.
Quando finalmente raggiungono la casa di Jeremy, Maeve non c’è più. Jeremy accompagna Harriet nella sua camera, una camera di ragazzo con i giochi di un bambino, e fanno frettolosamente l’amore. Jeremy riesce appena a penetrare la donna, subito dopo si addormenta. Spinto dalla vergogna, o forse da un’acquisita maturità, Jeremy lascia Harriet per andare in aiuto di altri civili. Morirà nel tentativo di trarre in salvo una uomo intrappolato tra le macerie.
Sfollate da Coventry, le due donne si riconosceranno perché Harriet indossa il cappotto di Jeremy. La morte del figlio/amante è il nodo di questa vicenda. La ragione dolorosa di un’amicizia tra donne solitarie. Le due infatti si scambieranno cartoline e disegni. Il ricordo di Jeremy, la sua eterna giovinezza, non sarà mai scalfito dal passare del tempo. Per le due donne, la consapevolezza di aver sconfitto la solitudine grazie alla presenza dell’altra è una specie di silente vittoria contro la morte.
“Nel più solitario dei dolori, lei non è sola” pensa rinfrancata Maeve apprestandosi a leggere l’ultima cartolina di Harriet. La scrittura composta, piana, capace di riflessioni e assalti narrativi, accompagna il lettore lungo una storia che ha molti debiti con Virginia Woolf, soprattutto nel trattare l’estensione del tempo, pur mantenendo un passo contemporaneo. Un romanzo, ancora una volta, sulla epifania amorosa, sul suo rivelarsi per poi scomparire brutalmente.
Riassunto bibliografico:
queer / letteratura canadese / prime edizioni italiane
Coventry / Helen Humphreys
1. ed. – Roma : Playground. – 154 p. ; 20 x 15 cm.
Scarlata, Carlotta (trad. di) ; Borghi, Federico (graphic designer)
Brossura, con risvolti
©2010 Playground
©2008 Helen Humphreys, Harper Collins, Canada
Tit. orig.: Coventry
(FedericoNovaroLibri è ora anche una pagina su facebook, con altre notizie e aggiornamenti)
R. Raj Rao / Il mio ragazzo. Metropoli d’Asia 2010. (segnalazione)
É in libreria
Il mio ragazzo / R. Raj Rao
Traduzione dall’inglese di Sara Fruner
Glossario a cura di Sara Bianchi
Progetto grafico di Damir Jellici
306 p. ; 14,50 €
Metropoli d’Asia – Narratori, Milano 2010

Il mio ragazzo, di R. Raj Rao
Qui la scheda del libro sul sito di Metropoli d’Asia.
FNl aveva parlato di Metropoli d’Asia, qui.
(“[...] L’India omosessuale fa il suo outing [...]“
Ma che cosa diavolo vorrà dire questa frase?
Gentili redattori e gentili redattrici di Metropoli d’Asia,
se non sapete di cosa state parlando, perché non chiedete? o tipo sfogliate un vocabolario?
(o anche solo Wikipedia, qui, outing, e qui, coming out)
Per fare brevissimo: con l’espressione coming out si intende quel momento topico in cui una persona omosessuale, all’interno di un processo identitario, dice ad amici e/o parenti: -io sono gay.
Con l’espressione outing si intende l’azione, spesso compiuta con fini politici, con la quale si rivela pubblicamente l’omosessualità di persone terze: -lui/lei è gay.
Per usare un esempio italiano:
quando Alessandro Cecchi Paone ha detto: -io sono gay-, ha fatto il suo coming out,
quando Alessandro Cecchi Paone ha detto: -Tiziano Ferro è gay-, ha compiuto un’azione di outing.
Il fuori (out) che sta alla base dell’espressione si riferisce al metaforico armadio nel quale vivono le persone omosessuali che non rivelano il proprio orientamento sessuale.
“Un viaggio nel cuore di Bombay [ma: non sono ormai 15 anni che si chiama Mumbai?], / nelle fibre di una storia d’amore in cui / l’India omosessuale fa il suo outing.” [riguardo a Bombay/Mumbai vedi il commento in basso di M. (grazie M.), 27.03.010].
Al di là dell’espressione “l’India omosessuale”, che fa un po’ ridere, la frase non vuol dire niente, a me pare.
Comunque questo non è certo né il primo né l’ultimo esempio, ma in copertina di un libro che strilla sulla fascetta: “Dall’India, una sfida letteraria / sull’amore omosessuale”, forse un minimo di cura in più si sarebbe potuta esercitare).
Percival Everett : Deserto americano / Nutrimenti 2009. Recensione
Deserto americano
Percival Everett
Traduzione dall’inglese di Marco Rossari
Collana diretta da Leonardo G. Luccone
Art director: Ada Carpi
263 p. ; 16 €
Nutrimenti -Greenwich 9, Roma 2009
Deserto americano, quinto titolo di Percival Everett tradotto in Italia (dopo Cancellazione, 2001, tradotto da Marco Bosonetto, Instar 2007, e Glifo, 1999; La cura dell’acqua, 2007; Ferito, 2005; tradotti da Marco Rossari, Nutrimenti, 2007, 2008, 2009 –i link alle recensioni su FNl in coda al post) fa ridere molto.
“[…] Che Theodore Street fosse morto era fuori discussione. […]”, (p. 11), così l’incipit, e sul fatto se Theodore Street sia vivo o morto, e se non fosse più morto quand’era vivo di quanto sia vivo ora ch’è morto, e se non sia invece più vita ora che la vita è morta, nel corpo morto di un uomo infine vivo, e dunque capace, finalmente, di morire, parla tutto il romanzo.
Interrogandosi sulla morte e sulla vita Everett dissemina il testo di battute, la morte stessa del protagonista è una battuta: andando a suicidarsi Ted Street durante un incidente viene decapitato.
Quindicesimo titolo di Everett, Deserto americano, in questo simile a Glifo, è iperpopolato di topoi: riuniti in parata li si attende sfilare con l’attesa divertita del pubblico da circo. E Everett non delude, equilibrista e clown: divertimento sommo e ammirazione –Everett chiama sempre l’ammirazione, da vero attore del testo- per il passaggio, breve, in cui il morto Street rivive. Everett riesce a dare le informazioni nodali per il suo testo immerse in una sorta di understatement che le rende quasi inavvertibili, qui nello specifico il dato “[…] Theodore Street si tirò su dalla bara […]”, (p. 18), viene fatto scivolare nel punto esatto in cui la commedia, usata nelle pagine precedenti, vira alla farsa, trasportando il dato come nella corrente, subito acquisito da chi legge, distratto dal gran can can che sta iniziando.
Seguono rocambolesche vicissitudini, con l’attenzione sempre focalizzata su due fronti: le reazioni degli altri, la reazione di Ted.
Fallito anche nel darsi la morte, Ted Street ha l’occasione di essere un uomo migliore, di capire, di farci capire –intende Everett- quale sia una vita degna di questo nome, di un uomo degno di questo appellativo. Fra la morte labile dell’incipit, la resurrezione e la vera, maschia, morte finale, Everett fa attraversare a Ted, reduce dalla mediocre vita di accademico, il falso mondo dell’informazione, quello pragmatico delle assicurazioni sulla vita, l’esaltata follia delle sette religiose, la paranoia e l’ottusa onnipotenza militari. Via via aquisendo consapevolezza della propria pochezza, l’uscita finale, monito ad un’America imbolsita e persa dietro valori illusori, è la morte ad ammantarla di dignità. Dietro il consueto funambolismo tecnico Everett consegna un testo alfiere di sani valori morali, segna un punto per l’esercito del riscatto. I peccati commessi da Ted da vivo, erano l’ignavia, e l’adulterio.
Nella morte, il riscatto
Moralista come sempre, zeppo di quel senso dell’esistenza che si dice sano cui così spesso ha ricorso l’America quando ha voluto criticarsi, Everett mette in scena un maschio adulto che muore male come aveva vissuto male. Il gesto finale, declinazione di un’idea di virilità soffusa di una certa delicatezza, riscatta una vita vissuta come mediocre, portandosi appresso echi, che si credevano lontani, della retorica della bella morte, dell’idea che la fine possa riscattare un’esistenza.
Una personale affezione per la critica all’Accademia percorre tutto il testo, che richia però, soprattutto mescolata com’è alle tipizzazioni anti-intellettuali che descrivono professori inetti e distanti dal modello virile fatto di responsabilità, fierezza e azione, com’è il caso del protagonista di Deserto, di risultare un po’ auto-referenziale; Accademia verso la quale Everett, esercitando al meglio la sua arte combinatoria, rivolge il suo consueto travestito sberleffo, mascherandosi da post-moderno e servendo sul piatto, senza parere, un pensiero genuinamente conservatore.
Il professor Everett
La satira dell’Accademia, l’arte combinatoria come allusione a una moda, come trappola, e i filosofi parlanti tornano qui, di nuovo come in Glifo: grande spazio è lasciato all’eco dell’empirismo illuminista nell’interrogarsi di Ted sulla vita e sulla morte attraverso le informazioni che giungono dai sensi, si ride quando la descrizione della loro mutazione riecheggia quelle di molti supereroi “[…] Era come si fosse affinata la sua capacità di individuare la sorgente di un suono. E non si trattava solo dell’udito, ma di tutti i sensi. […]”, ( p. 29). Ma i cartoon tornano in più punti, contribuendo al tono leggero del testo, di evasione, “[…] Lui rimase immobile sulla sedia, anche se con la mente si era già catapultato fuori, lasciandosi alle spalle una sagoma umana ritagliata nel legno della porta. […]”, (p. 39).
In un dialogo onirico fra filosofi (p. 52), si dice “[…] La testa di Ted era sconcertata dal palese non sequitur […]”, rivelando un po’ la chiave costruttiva del testo, quasi ludica, da gioco di bambini, come d’altra parte dichiara in quarta lo stesso Everett: “[…] ‘E se mi tagliassi via la testa?’ […]”, cosa ne conseguirebbe? Deserto americano è la risposta a questo gioco, suo punto di forza è la sua componente ludica, la sua debolezza è forse invece i troppo frequenti scivoloni nella serietà, d’intenti più che di toni.
Il mondo dell’informazione, i segreti del mondo militare, le sette religiose, la vita dei sobborghi residenziali, il potere delle assicurazioni, vengono lanciati sul cammino di Ted, morto non morto, vivo non vivo, come ostacoli di un video game, dandone esclusivamente per ciascuno il luogo comune, in modo così rigoroso da renderne comico il solo icastico affacciarsi al testo, in accordo con la retorica, supremamente televisiva, del trauma come spiegazione per ogni devianza che abita i personaggi collaterali –eccezzion fatta per i bambini, innocenti per definizione, che puntualmente viene illuminato per i nostri occhi dagli ultra-sensi che la nuova vita dopo la morte regala a Ted (a scelta, bullismo, abusi, tradimenti).
Oltra alla funzione comica l’uso così serrato del luogo comune ha funzione di riconoscibilità, e di rassicurazione. In questo la lingua scelta, piana, semplice, pericolosamente vicina alla sciatteria, e la scelta della terza persona sono pienamente funzionali: l’intenzione di Everett sembra essere di apparecchiare uno scenario così assolutamente consueto da poter lasciare filtrare i ragionamenti sullo stare al mondo, e soprattutto, prospettiva molto cara a Everett, sul come, vi si debba stare.
(Tutto, come sempre in Everett, funziona molto bene, forse ad intaccare un prodotto che potrebbe essere troppo levigato interviene una caduta di tono, anche formale, quando l’accumulo dei materiali si fa un po’ troppo insistito, diventando un po’ noioso. Ma anche questo possiamo iscriverlo alla maestria di Everett, che sa che tutti i film d’azione necessitano, nella seconda metà, di un momento morto, un momento in cui si vede girare la macchina un po’ in folle, per preparare la discesa verso la fine, ed acuirne l’effetto retorico).
La virilità, separatista per definizione, è il tema di Everett. Qui è la morte che rende possibile redimersi dopo una vita che ne ha contraddetto i principi fondanti: temperanza, forza, azione, generosità; in Ferito era il confronto con l’altro assoluto (in un moltiplicarsi di altri, il gay, il nero, il cittadino, il nativo americano, l’animale, la donna), e pedagico è il tono che dà senso al suo lavoro.
Una versione breve di questo articolo è uscito su L’Indice di Marzo 2010.
Qui, il sito de L’Indice.
FNl ha recensito Ferito, qui, Glifo, qui.
Sul sito di Oblique, l’agenzia che ha curato il volume per Nutrimenti, trovate una rassegna stampa molto interessante, qui, che comprende anche la mia recensione a La cura dell’acqua, che mi sono sempre dimenticato di postare sul blog -era uscita su L’Indice.
Qui, il sito di Nutrimenti.
Qui, il sito di Bill Viola, autore dell’opera da cui è stata tratta la copertina di Deserto americano, purtroppo poco coerente con la linea, sin qui limpida, della collana.
Riassunto bibliografico
straight / letteratura americana / prime edizioni italiane
Deserto americano / Percival Everett
1. ed. – Roma, Nutrimenti. – 263 p. ; 22 x 14 cm. – (Greenwich, 9)
Rossari, Marco (traduzione di) ; Carpi, Ada (art director)
alla cop.: [frame da: The Crossing, 1996 Video/sound installation, ©Bill Viola]
brossura, con risvolti; ill. col. recto e verso della cop. e q. di cop.
©2009 Nutrimenti srl
©2004 Percival Everett
Tit. orig.: American Desert
Coventry / Helen Humphreys. Playground 2010. (segnalazione)
É in libreria
Coventry / Helen Humphreys
Traduzione dall’inglese di Carlotta Scarlata
Graphic designer: Federico Borghi
154 p. ; 13 €
Playground, Roma 2010
Terzo libro di Helen Humphreys da Playground.
A giorni su FNl la recensione di Camilla Valletti.
Qui, il sito di Helen Humphreys
Qui, la recensione del precedente Il giardino perduto.
Qui, dalla rassegna stampa di Playground, la recensione a Cani selvaggi.
Altre recensioni di Camilla Valletti:
qui, a Dove lei non è, di Roland Barthes
qui, a Pubblicità per me stesso, di Norman Mailer
qui, a Fuochi in lontananza, di Colm Tóibín
qui, a Voce da una nube, di Denton Welch
qui, a Tutti i racconti, di Virginia Woolf
(sulla pagina facebook di FedericoNovaroLibri altre notizie e aggiornamenti)


















![Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi; risvolto di cop. [responsabilità non indicate] (part.), 2](http://farm5.static.flickr.com/4053/4445128971_ec61e7622d_m.jpg)
![Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi; risvolto di cop. [responsabilità non indicate] (part.), 1](http://farm3.static.flickr.com/2784/4445126531_1354a8708b_m.jpg)
![Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi; risvolto di cop. [ritratto fotog. b/n dell'autore, responsabilità non indicate] (part.), 1](http://farm5.static.flickr.com/4048/4445892950_5e4f9f7255.jpg)
![Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi, alla cop.: [frame da: The Crossing, 1996 Video/sound installation, ©Bill Viola], (part.), 2](http://farm5.static.flickr.com/4044/4445897586_d6fbb404cd_m.jpg)
![Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi; risvolto di cop. [responsabilità non indicate] (part.), 1](http://farm3.static.flickr.com/2784/4445126531_1354a8708b_s.jpg)
![Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi, alla cop.: [frame da: The Crossing, 1996 Video/sound installation, ©Bill Viola], (part.), 1](http://farm3.static.flickr.com/2707/4445136349_cf05a694ec.jpg)




































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