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Peter Pan: cent’anni! di Massimo Scotti

Posted in note by federico novaro on 22 marzo 2012

Buon centenario, Peter.*

di Massimo Scotti

Peter Pan, 2

Il tempo ha giocato un brutto tiro a Peter Pan: è riuscito a farlo invecchiare. Proprio lui, il bambino che si rifiutava di crescere, ha compiuto cento anni.
Un secolo esatto è passato dalla pubblicazione di Peter and Wendy, il romanzo che nel 1911 concludeva la saga dell’eroe perfetto e baldanzoso che voleva sconfiggere il tempo, vale a dire il più feroce e brutale dei nemici.

In attesa dei doverosi festeggiamenti, non ci resta che rispolverare antichi interrogativi. Per esempio: tutti, da ragazzi, hanno letto (o almeno leggevano una volta) libri pieni di grandi ideali, voglia di libertà, sentimenti impavidi, buoni e nobili che trionfano sempre su cattivi e meschini. Ma allora come mai il mondo si riempie inesorabilmente di adulti mediocri, banali, di gente senza sogni, di uomini vuoti? Forse perché in troppi vanno alla Bocconi, dove si impara sostanzialmente a turlupinare il prossimo, cominciando dall’inizio: se vedi un ragazzino che gioca con una barchetta di carta in una pozzanghera, dài un bel calcio alla pozzanghera stessa, affonda la barchetta, e insegna subito al bambino che per essere felice deve desiderare uno yacht, altrimenti sarà per sempre un perdente. Pazienza se poi, grazie all’alta finanza, il mondo intero tracolla.

peter pan 4

Forse però il problema non sta solo in questo: forse gli eroi di quei libri sono molto più complicati di quanto appaiano, e il loro modello è troppo arduo da seguire; forse i loro sogni sono davvero difficili da interpretare, e ci si perde nel tentativo di tradurli in realtà – così il tentativo stesso diventa inevitabilmente maldestro.

Pinocchio è un bambino/burattino che insegue la libertà e l’identificazione incespicando continuamente nei suoi complessi di colpa. Mowgli è costretto a rispettare le leggi della civiltà, anche se è cresciuto allo stato brado (ma anche la jungla ha la sua Legge). Alice vive in un mondo strampalato da cui non vede l’ora di tornare alle sue tazzine da tè senza Cappellai Matti a far da commensali, e Gian Burrasca è l’unico a dimostrarsi coerente, almeno finché non si conclude il suo Giornalino. Probabilmente poi diventerà un adulto “assennato” anche lui; ma Peter Pan è diverso dagli altri, incoercibilmente diverso.

Hanno fatto di tutto per edulcorare la sua figura selvaggia, che emerge come tale dalla prosa a volte manierata (tardovittoriana, non ancora edoardiana) del suo stesso creatore, che, pur avendolo inventato, a volte mostra di averne paura. Le illustrazioni di tutti i libri che hanno cercato di rendere in immagini la sua storia sono fatalmente insoddisfacenti.

Solo Disney si è avvicinato alla sua vera essenza demonica, e perfino un interprete sottile come James Hillman, nel suo Saggio su Pan, lo definisce sommariamente “un elfo che suona il piffero”, forse influenzato proprio da un’iconografia troppo addolcente.

Riflettiamo: molti di quelli che hanno creduto in lui sono finiti veramente male. A cominciare dai ragazzi Llewellyn-Davies. Per loro e con loro James Matthew Barrie aveva inventato la storia di Peter Pan, come ha raccontato un film malinconico e monco. Finding Neverland (2004, basato sulla commedia di Allan Knee) non spiega come andò a finire, per “quei ragazzi che fecero l’impresa”. Un piccolo gruppo di destini quasi tutti tragici. Ancora bambini conobbero Barrie nei Giardini di Kensington; il celebre autore teatrale dedicò infinite attenzioni e splendenti giochi a loro e alla loro madre, Sylvia, nata Du Maurier. Dopo che divenne vedova, nel 1906, Barrie si prese cura di lei e dei figli molto concretamente; ancor di più quando i ragazzi divennero orfani anche della madre, adottandoli tutti. “Erano ora effettivamente di Barrie; ma non sarebbero rimasti ragazzi. Uno dopo l’altro, crescendo, essi cominciarono a trovare i suoi giochi e le sue battute imbarazzanti e a essere contrariati per la sua presenza nella casa; un imbarazzo e un risentimento complicati dalla consapevolezza che quello strano piccolo uomo, che sembrava un bambino invecchiato, stava pagando i conti dei fornitori e le loro tasse a Eton e a Oxford”. Così scrive Alison Lurie, nell’edizione Oscar Mondadori di Peter Pan (2009). Due delle migliori autrici britanniche firmano rispettivamente la prefazione e la postfazione al testo: la prima è appunto Alison Lurie, la seconda è Antonia S. Byatt (dalle loro note, ma non solo, sono tratte alcune notizie che si riportano qui).

peter pan 8

Nel 1915 il primogenito, George, l’archetipo di Peter Pan, venne ucciso in guerra, nelle Fiandre. Come tanti commilitoni, portava nella bisaccia il libro simbolo della sua infanzia. Nel 1921 il prediletto di Barrie, Michael, morì affogato insieme a un amico, a Oxford, e si parlò di suicidio, di amour passion dall’esito autodistruttivo. Per il padre adottivo queste due morti furono colpi dopo i quali rialzarsi è impossibile. Gli fu risparmiato almeno il dolore di un altro suicidio, quello di Peter Llewellyn-Davies, che avvenne dopo la scomparsa di Barrie. Divenuto editore, Peter raccolse i documenti relativi alla sua famiglia e chiamò questo archivio “la Morgue”. Nel 1952 bruciò l’intero epistolario con l’autore di Peter Pan, “quel terribile capolavoro”, come lo definiva; quindi, nel 1960, si sdraiò sulle rotaie della stazione di Sloane Square. Molti anni prima, nel 1915, era morto un grande impresario di Barrie, Charles Frohman, nel naufragio del Lusitania. Mentre la nave affondava, si dice che Frohman avesse gridato le stesse tremende parole di Peter: “La morte è la più grande di tutte le avventure”.

Certo, niente di tutto questo avvenne per colpa di Barrie, né si possono imputare al suo eroe le responsabilità delle tristi derive di certe popstar che hanno voluto costruire mondi di cartapesta, dalle malcelate implicazioni morbose. Eppure, credere troppo in Peter Pan risulta pericoloso. Bene che vada, si può essere accusati di aver contratto la sindrome che porta il suo nome, individuata da Dan Kiley. Proprio quello di Kiley è uno dei peggiori fraintendimenti che l’eroe abbia dovuto subire.

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L’esempio di Peter Pan è inapplicabile. Proprio in questo potrebbe consistere la sua forza: ideale puro, senza alcun compromesso con il reale; nessun adattamento possibile; tensione verso l’irrealtà allo stato magmatico, indomabile, senza sbocchi nella vita comune. La fede in lui, come nell’esistenza delle Fate, va portata silenziosamente, come un sigillo sul cuore, senza alcuna speranza di realizzazione concreta dell’utopia.
“Non crescere” significa concentrarsi sulla pulsione che non cede alle promesse-ricatto degli adulti: “Se fai questo, otterrai quest’altro”. No. “Non voglio fare niente che assomigli a voi” dice ringhiosamente Peter ai grandi: verrò sempre a rapire i vostri bambini per portarli nella mia isola di sogno, da una generazione all’altra, e ve li restituirò solo quando saranno risultati inservibili. Non ho bisogno di futuri adulti lamentosi, che prima o poi, stanchi di avventure, smaniano sempre per tornare a casa. Il suo non è un paradiso artificiale, semplicemente perché non è artificiale né paradiso: si fa la guerra, laggiù, si lotta, si può morire. E nei paradisi, almeno in quelli canonici, non si muore.

Peter Pan è oltre il limite del consueto, oltre tutte le soglie; la madre gli ha chiuso la finestra in faccia, è una specie di Mattia Pascal che ha cercato di tornare ma si è visto rifiutato. Non si pente, allora, di essere scomparso, in precedenza, perché non è stata sua la colpa. Come d’altra parte non è stata colpa di Edipo se ha fatto quello che ha fatto: non poteva saperlo; allo stesso modo, Peter è totalmente inconsapevole. Non sa nemmeno cos’è un bacio, quindi non potrà mai restare impigliato nelle reti degli affetti, né delle lusinghe, né dei legami erotici; quello che fa paura in Peter Pan è la sua libertà oltraggiosa. E a nessun adulto piace essere oltraggiato.

peter pan 5

Lui appartiene alla grande schiera dei Don Chisciotte e delle Bovary, gli eroi “dalla vocazione univoca e allucinatoria” che credono fino alla follia (come scrive acutamente Silvia Arzola nel suo saggio Parodia e allegoria in Emma Bovary). Ma non assomiglia del tutto a loro, né ai fanatici, né agli integralisti. Nemmeno ai fanatici o agli integralisti dell’immaginazione: il suo sogno non si vuole tradurre in realtà, perché non ha nessuna intenzione di tradirsi. Vive nella sua sfera, autonomo fino all’estremo, e da lì ogni tanto fa qualche incursione nel dominio razionale, solo per alterarlo e confonderlo.

Si è tentato un paragone con Harry Potter, che non ha molto senso: i loro sono due mondi magici non commensurabili. Nella sua profonda, composita bellezza, il cosmo di Harry è gerarchico e burocratizzato, tanto quello di Peter è anarchico e inafferrabile. Non c’è nessuna continuazione soddisfacente alla storia narrata da Barrie, che è chiusa in sé stessa, nei suoi due capitoli nemmeno somiglianti fra loro; Spielberg ci ha provato, con Hook (1991), fallendo. O meglio ripetendo in modo stanco, pedissequo, vetusto, l’avventura originaria, che è una parabola lineare e sigillata: secondo gli schemi narratologici di Northrop Frye, c’è un’ascesa nel mondo magico, e una discesa in quello reale, ma solo per gli altri personaggi che non siano Peter; lui resta là, in alto, e solo.

Non a caso. Tutti vogliamo essere lui e tutti rinunciamo a essere lui, perché alla fine non capiamo né come si fa, né dove sta la sua isola: cerchiamo inutilmente di scorgere la seconda stella a destra da cui inizia il viaggio, ma se anche la individuassimo, scopriremmo subito che, per esempio, non sappiamo volare; la polvere di fata è uno di quegli ingredienti magici che rendono irrealizzabili gli incantesimi, perché nemmeno le erboristerie più esoteriche la vendono. E per fortuna c’è ancora qualcosa a cui nemmeno la magica mastercard può arrivare.

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Massimo Scotti vive e lavora a Milano, dove attualmente insegna presso l’Università IULM (Cultura francese). Studia la letteratura europea, specialmente otto/novecentesca, ed ha pubblicato alcuni libri per ragazzi (fra cui “Alla conquista del passato”, Mondadori 1994; “Un chicco di melograno” e “L’ora blu”, Topipittori 2007 e 2009), oltre a saggi sulla letteratura di viaggio (“Sul mare degli Dei”, Dante & Descartes, 2002; “Gotico mediterraneo”, Diabasis, 2009).

peter pan 2

* In occasione della Book Children’s Book Fair 2012, in attesa delle cartoline, due articoli festeggiano il centenario dalla pubblicazione di Peter and Wendy, di James Matthew Barrie: due articoli per certi versi inconsueti per questo blog e questo sito: Buon centenario, Peter, di Massimo Scotti, oltre a non essere una recensione di una novità in libreria, non si può interamente considerare inedito, poiché già pubblicato sulla rivista cartacea Pulp, mesi or sono, in una versione, per un infortunio redazionale, illeggibile.

La recensione in due parti a L’uccellino bianco (Nobel 2011) di Federico Sabatini, che segna l’arrivo in Italia di un testo di Barrie sinora qui inedito, seppur essendo una recensione inedita, come qui di consueto, ha una lunghezza eccezionale, qui e in generale in rete, e rappresenta una disanima esaustiva del problema che questa pubblicazione comporta, dal punto di vista redazionale e della traduzione. Grazie da FN a entrambi gli autori.

Inconsueto per inconsueto, anche le illustrazioni di questi tre post sono diverse dal solito: sono infatti fotografie di pagine del catalogo della mostra La photographie d’art vers 1900 (Credit Communal de Belgique, Gand 1983), che si tenne a Bruxelles nel 1983. Qui di seguito i credits delle foto originali

Anne W. Brigman, The Wondrous Globe (1912), fotoincisione, 122 x 200, da Camera Work, n. 38, New York, aprile 1912 -Leyde, Prentenkabinet van de Rijksuniversiteit
Edouard Hannon, Waldlichtung (1897), fotoincisione, 205 x 158, da Die Kunst in der Photographie, anno 1, n. 4, Berlino 1987 -Anversa, Proviciaal Museum voor Fotografie
Frank Meadow Sutcliffe, Sunshine and Shadow, verso il 1885, stampa al carbone, 300 x 244 -Bath, Royal Photographic Society
Pierre Dubreuil, Le Croquet, 1904, stampa al platino, 180 x 236 -Anversa, Provinciaal Museum voor Fotografie
Alexander Keighley, The Dayspring from on high, 1917, stampa al carbone, 476 x 320 -Bath, Royal Potographic Society
Fred. Holland Day, The Storm God, 1905, stampa al platino, 242 x 194 -Bath, Royal Potographic Society
Berend Zweers, Waterkant, 1905, stampa al carbone, 295 x 240, Leyde, Prentenkabinet van de Rijksuniversiteit

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3 Risposte

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  1. luisa pecchi said, on 22 marzo 2012 at 2:15 pm

    Raramente ho letto, su J. Barrie e sul suo Peter un commento così bello. Peter Pan ci ricorda il nostro cuore bambino (grande banalità, detta così, ma non so proprio come dirlo in modo diverso). Ma in genere i critici si imbarazzano e sentono il bisogno fortissimo di dire che sì, J.Barrie ha inventato questo personaggio ma era un tipo ben strano! E poi gli era morto un fratello. E poi sua moglie ha detto di lui che era pure impotente. Certamente con i bambini aveva una relazione ambigua. E così via, perdendo l’occasione di ammirare con pura gioia la bellezza di questa idea, il forte valore pagano, inaspettato alla fine dell’epoca vittoriana. Il mondo è pieno di persone che hanno vissuto disgrazie e lutti senza però inventare, a causa della loro triste storia, un qualcosa di simile a Peter Pan. La storia personale non basta, se uno non è un poeta. E J. Barrie lo è. Questo articolo lo sottolinea molto bene, credo. Grazie a Massimo Scotti

  2. Massimo Scotti said, on 22 marzo 2012 at 10:42 pm

    Grazie a lei, Luisa, dal profondo del cuore, ma le chiedo: perché i critici si imbarazzano? Perché sono sempre così a disagio? Ho il sospetto che Peter Pan potrebbe odiarli, i critici. E sul valore pagano della sua figura, dovremmo parlare davvero a lungo (e con grande piacere).

    Grazie ancora, Massimo

  3. luisa pecchi said, on 23 marzo 2012 at 5:59 am

    Qualche anno fa ho scritto un saggio su J. Barrie, saggio del quale non ne ho fatto nulla e che forse non riscriverei nemmeno allo stesso modo. Cominciava con una frase rubata ad una canzone di Gianna Nannini: E’ la tenerezza che ci fa paura”. Questo è. I critici, proprio tutti, si sentono in dovere di tener conto di Barrie e della sua meravigliosa invenzione ma…accidenti, ci sono le fate! E si parla della semplice felicità degli uccelli! E di “suonare” per raccontare! E di un’Isola che non c’è ma della quale si dà anche un indirizzo. E di morte. Oddio, ma l’ha letto vero il romanzo di Peter Wendy Gianni e Michele, quello scritto nell’11? Io lo preferisco ancora di più alla commedia, molto molto cupa, in fondo. Tutto questo dà ansia a chi deve mostrare la sua cultura profonda. Perchè tutto questo viene considerato “istinto romantico”, quindi non cultura. Il motivo per cui ci tengo sempre tanto a sottolineare la “paganità” di Peter (ne parlo anche nelle due righe di introduzione che accompagnano la traduzione che ho fatto)è perchè è senza morale, senza “bontà” e la storia non ha un lieto fine. E, non so se l’ha notato (io me ne sono resa conto pochissimo tempo fa, pur essendo un testo inglese, pur amando e descrivendo la neve, l’inverno eccetera eccetera, NON PARLA MAI DEL NATALE!


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