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James Matthew Barrie / The Little White Bird, di Federico Sabatini

Posted in note by federico novaro on 23 marzo 2012

Alle origini di Peter Pan, di Federico Sabatini*

Peter Pan / Sabatini, 1

La storia di Peter Pan, la sua eterna giovinezza e il suo mondo fatato e avventuroso sono elementi che fanno ormai parte di una vera mitologia iconografica e narrativa condivisa da noi tutti.
Quello che invece sembra ancora restare nell’ombra è la genesi di tale personaggio e, soprattutto, la figura del suo creatore lo scrittore scozzese James Matthew Barrie.

Nonostante la fama di cui godette in vita, soprattutto come drammaturgo, dopo la morte (1937) le sue opere furono a lungo trascurate, forse perché troppo facilmente etichettate come “letteratura per l’infanzia”. In anni recenti si è tuttavia assistito in ambito anglosassone a un vero e proprio recupero dell’autore, dove sono state ristampate molte sue opere narrative e teatrali e dove molta critica accademica ha finalmente proposto svariate letture psicanalitiche e, seppur in maniera sporadica, interpretazioni del suo linguaggio letterario, dell’estro creativo e della maniera in cui, stilisticamente, egli riuscì a compiere un mirabile processo di fusione tra realtà e fantasia.

Peter Pan / sabatini 19

Questo tratto della poetica di Barrie sembra proprio nascere nel 1902 con The Little White Bird, una sorta di favola innovativa e metaletteraria in cui l’autore non solo riflette circa lo sfaccettato rapporto tra adulti e bambini (che sarà poi alla base del mito Peter Pan) ma sviscera, in maniera sottile e raffinata, il complesso concetto di creazione, associandolo prima al lancinante e mai realizzato desiderio di paternità del suo personaggio principale e, successivamente, operando un acuto parallelo tra la creazione artistica e quella materna-femminile.

Un libro che dunque propone temi rilevanti ancora oggi, temi universali e timeless –esattamente come Peter Pan– su cui la riflessione estetica ed epistemologica non potrà mai esaurirsi.

Allo stesso tempo, l’opera di Barrie è da considerarsi anche come un prezioso documento del Vittorianesimo inglese e un coraggioso tentativo di sfuggire a quel rigido indottrinamento artistico e letterario tipico del periodo. Barrie dimostra infatti di trasgredire la regola della “tradizione” attraverso uno scardinamento della forma romanzo e, soprattutto, attraverso un uso marcatamente creativo e innovatore della lingua (allineandosi così a quel nutrito gruppo di scrittori Vittoriani le cui sperimentazioni, seppur sottili e spesso sotterranee, dimostrano una consapevolezza estrema della malleabilità della lingua letteraria e la ricerca costante del mot juste, dell’idioma migliore per ricreare certe esperienze).

peter pan 28

Anche in Italia, dopo la rivalutazione di Barrie in ambito anglosassone, si è assistito a un fenomeno simile, sia in ambito accademico sia in ambito divulgativo e commerciale.
Recente è infatti la traduzione italiana di The Little White Bird (L’uccellino bianco), pubblicata dalla casa editrice Nobel.
Lo scopo di tale operazione editoriale è quello, eminente, di far conoscere al pubblico italiano l’opera in cui Peter Pan compare per la prima volta, il suo delicato “esordio” nella storia della letteratura, e il nucleo da cui poi Barrie farà scaturire una nutrita serie di opere che, oltre a quelle narrative (Peter and Wendy; Peter Pan; Peter Pan in Kensington Gardens, che raccoglie i capitoli centrali di The Little White Bird dedicati a Peter Pan), include anche il più famoso dramma (Peter Pan, or The Boy Who Wouldn’t Grow Up) su cui sono stati modellati i famosissimi adattamenti cinematografici. Risulta dunque apprezzabile l’intenzione di divulgare l’effettivo valore della storia di Barrie, un valore che supera sommamente le leggiadre vicende romantico-avventurose di Peter, Wendy e Capitan Uncino che tutti abbiamo visto al cinema.

Peter Pan / sabatini 6

The Little White Bird fu infatti un immediato caso editoriale dopo la sua prima pubblicazione nel 1902. La struttura del romanzo, estremamente originale per l’epoca, prevede una voluta e paradossale mancanza di struttura: il testo si configura infatti come una serie di sketch narrativi uniti dalla voce narrante del personaggio principale, Captain W., uno scapolo di mezza età che tutta la critica ha identificato come l’alter ego dello stesso scrittore. I vari capitoli sono tutti incentrati sul rapporto filiale-paterno che l’uomo instaura con un bambino, David e, indirettamente, con la madre di questo, Mary A. La relazione è fortemente modellata sull’episodio autobiografico della stretta amicizia tra Barrie e la famiglia Llewellyn-Davies e in particolare del rapporto che lo scrittore maturò con il primogenito George e con sua madre Sylvia (diventando poi il tutore di tutti i figli).

Nel romanzo, fu proprio grazie al Capitano che, come egli stesso racconta all’inizio, i genitori di David si incontrarono e lo misero al mondo. Questo generò nell’uomo uno strano senso di possesso, di rivendicazione e di surrogata paternità verso il piccolo. Il suo insoddisfatto desiderio di paternità è infatti espresso in maniera diretta e a tratti dolorosa nella prima parte del libro, nella quale lo scapolo e la madre di David sembrano sfidarsi rispetto al loro rapporto col bambino. Non solo: il Capitano crea un “suo” bambino immaginario, Timothy, di cui “racconta” (“ri-crea”) alla famiglia, illudendosi in prima persona di aver soddisfatto quella penosa mancanza che caratterizza la sua vita interiore. In seguito, come prevedibile dal corso degli eventi, l’uomo decide di uccidere simbolicamente il figlio immaginario (attuando, attraverso la fantasia, il duplice processo di “creazione” e “distruzione”) per regalare i suoi oggetti (vestiti, scarpe, grembiuli) alla famiglia di David, e per dedicare loro tutto il suo tempo:

“Timothy’s hold on life, as you may have apprehended, was ever of the slightest, and I suppose I always knew that he must soon revert to the obscure. He could never have penetrated into the open. It was no life for a boy […]I wished (so had the phantasy of Timothy taken possession of me) that before he went he could have played once in the Kensington Gardens, and have ridden on the fallen trees, calling gloriously to me to look; that he could have sailed one paper-galleon on the Round Pond”

Peter pan / sabatini 3

La simbolica morte del bambino immaginario per mano del padre-creatore è un brano estremamente drammatico che, nonostante il più sdolcinato sentimentalismo in agguato, rivela un’autentica ispirazione e profondità. Il bambino smette a un certo punto di “fare presa” sulla vita e di “attaccarsi” alla vita (“Timothy’s hold on life”) come se, in precedenza, avesse avuto una “reale” vita propria. Il concetto di attaccamento/possessione è poi ribadito dall’espressione “So had the phantasy of Timothy taken possession of me”: il creatore del bambino in realtà è stato solo il tramite per la fecondazione avvenuta in precedenza nella sua fantasia. Il duplice senso di possesso e di estrema condivisione, legato ovviamente al desiderio di paternità, è qui immediatamente rivelatore della sua simbolica controparte, quella cioè della ricreazione artistica. Questa viene sapientemente illustrata nei suoi aspetti più dolorosi: attraverso la metafora dell’oscurità nella quale una vita così effimera (“slightest”) è costretta a tornare (“revert to the obscure”), il narratore sottolinea come quella vita, seppur così reale agli occhi del suo creatore, non sarà mai una vita parimenti concreta e reale rispetto a quella del vero bambino David.

Come suggerito dalla continuazione del brano, in cui il protagonista immagina le attività ludiche che avrebbe potuto compiere con il “suo” bambino nei giardini di Kensington, la seconda parte del libro sostituisce il “fittizio” Timothy con il “vero” David.

peter pan 24

Questo diventa così il centro della narrazione, nella quale sono sviscerati il rapporto e il dialogo quotidiani che il bimbo sviluppa con il Capitano. Insieme, i due si recano a Kensington Gardens, vivono avventure incantevoli attraverso dettagli apparentemente insignificanti e, soprattutto, si raccontano storie. L’uomo racconta storie al bambino, il quale poi le ri-racconta all’uomo per poi farsele raccontare di nuovo, all’infinito, sempre con particolari diversi, aggiunte o coloriture.

Nel continuo e inesauribile processo di estrema creatività linguistica (che finemente descrive lo stesso attuato da Barrie nella sua commistione di storie e linguaggi adulti e infantili) si perde ovviamente il contatto con la storia iniziale e con la realtà da cui scaturisce la fantasia. Soprattutto, dalla continua commistione di voci narranti non si evince più chi sia l’autore di cosa (così da fornire un’altra preziosa indicazione circa il processo di scrittura dello stesso autore, il quale dimostra di attingere a una ricca serie di fonti, e di ricostruire “narrativamente” il bambino stesso, come aveva fatto prima con Timothy). La simbologia alla base di tale processo, e base dell’intera comunicazione umana, illustra delicatamente lo scopo del libro e meta-narativamente lo descrive.

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Una delle storie che i due si raccontano è quella – deliberatamente artificiosa – di Peter Pan, il bambino che volò via dalla sua camera per atterrare a Kensington Gardens e vivere tra le fate e gli uccelli. Secondo la storia iniziale del Capitano, i bambini non nascono nel grembo materno ma hanno una vita precedente, sottoforma di uccelli, a Kensington Gardens. Peter si è perso in questo mondo precedente alla nascita, costretto in un limbo dal quale a volte vorrebbe scappare ma nel quale vive anche meravigliosamente, tra grandi balli, divertimenti, fate e personaggi strabilianti.

Rispetto al successivo Peter Pan in Kensington Gardens (i capitoli su Peter estrapolati da The Little White Bird, dove viene a mancare la cornice e l’aspetto di “storia nella storia”, e dunque la sua forzata artificiosità) e all’avventuroso dramma successivo, la figura di Peter in The Little White Bird è fortemente connotata da elementi tragici o meglio dalla commistione di elementi tragici ed eroici. Il suo status di “essere a metà” induce così il lettore adulto a riflettere circa il proprio rapporto con la libertà, l’indipendenza, la purezza infantile e la capacità di interpretare il mondo con occhi sorpresi ma tenacemente consapevoli. I capitoli in questione sono altresì ricchissimi dal punto di vista linguistico poiché Barrie adotta un idioma infantile che si discosta completamente dal linguaggio degli adulti, rivelando un comando sorvegliatissimo della lingua inglese e una capacità di cogliere tutte le sfumature di pensiero (specie quelle infantili) racchiuse nelle parole più banali e insieme più meravigliose.

peter pan / sabatini 7

L’epilogo del libro, drammatico e rivelatore, vede la fine del rapporto tra l’uomo e David, allorché quest’ultimo sarà costretto ad andare a scuola e ad entrare nel mondo degli adulti.

Con un tono quasi elegiaco (un nuovo cambiamento stilistico che ci riporta alla scena della precedente morte di Timothy), il narratore termina bruscamente una storia. La mamma di David aspetta un altro figlio e il Capitano viene a sapere che, in tutto questo tempo, la donna aveva cercato di scrivere un romanzo intitolato “The Little White Bird”, probabilmente incentrato sulla figlia che non aveva mai avuto. Alla fine della vicenda, la donna dà alla luce la bambina ma rinuncia alla stesura del libro. Il Capitano decide dunque di assumersi la responsabilità di scrivere lui stesso il libro per poi dedicarlo alla donna. Il twist finale ci comunica dunque la genesi della storia che abbiamo letto fino a quel momento, infondendo alla stessa un ulteriore e inaspettato livello di meta-narrazione che non solo ci fa riflettere, ancora una volta, sullo sfaccettato concetto di “creazione”, ma anche sul processo stesso di scrittura e di “ri-creazione” della vita e delle sue vicende. Una ricreazione in cui la fantasia si mescola continuamente alla realtà e in cui il fantastico è vissuto con lo stesso realismo con cui lo percepisce il bambino.

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* In occasione della Book Children’s Book Fair 2012, in attesa delle cartoline, due articoli festeggiano il centenario dalla pubblicazione di Peter and Wendy, di James Matthew Barrie: due articoli per certi versi inconsueti per questo blog e questo sito: Buon centenario, Peter, di Massimo Scotti, oltre a non essere una recensione di una novità in libreria, non si può interamente considerare inedito, poiché già pubblicato sulla rivista cartacea Pulp, mesi or sono, in una versione, per un infortunio redazionale, illeggibile.

La recensione in due parti a L’uccellino bianco (Nobel 2011) di Federico Sabatini, che segna l’arrivo in Italia di un testo di Barrie sinora qui inedito, seppur essendo una recensione inedita, come qui di consueto, ha una lunghezza eccezionale, qui e in generale in rete, e rappresenta una disanima esaustiva del problema che questa pubblicazione comporta, dal punto di vista redazionale e della traduzione. Grazie da FN a entrambi gli autori.

Inconsueto per inconsueto, anche le illustrazioni di questi tre post sono diverse dal solito: sono infatti fotografie di pagine del catalogo della mostra La photographie d’art vers 1900 (Credit Communal de Belgique, Gand 1983), che si tenne a Bruxelles nel 1983. Qui di seguito i credits delle foto originali

Anne W. Brigman, The Wondrous Globe (1912), fotoincisione, 122 x 200, da Camera Work, n. 38, New York, aprile 1912 -Leyde, Prentenkabinet van de Rijksuniversiteit
Anne W. Brigman, The Pool, (intorno al 1906), fotoincisione, 237 x 125, da Camera Work, n. 38, New York, aprile 1912 -Leyde, Prentenkabinet van de Rijksuniversiteit
Clarence H. White, Beneath the Bough (part.), 1909, stampa al platino, 245 x 194, Bath, Royal Photographic Society
Fred. Holland Day, Torso, 1908, Procedimento Fresson (?), 237 x 193, Bath, Royal Photographic Society
George Davison, Pond at Weston Green (Reflection), intorno al 1898, fotoincisione da una stampa alla gomma, 117 x 168, Bath, Royal Photographic Society
Pierre Dubreuil, Le coquillage (part.), 1903, fotoincisione, 160 x 226, da: Die Kunst in der Photographie, anno 7, n. 4, Halle a/S. 1903, Anversa, Provinciaal Museum vorr Fotografie
Rudolf Eickemeyer Jr., A False Note, 1898, fotoincisione, 173 x 221, da: Die Kunst in der Photographie, anno 2 n. 1, Berlino, 1989, Anversa, Provinciaal Museum vorr Fotografie
Pierre Dubreuil, L’Etang (part.), 1897, stampa al bromuro, 460 x 200, Leverkusen, Ag
fa_Gevaert Foto-Istorama

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Una Risposta

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  1. luisa pecchi said, on 23 marzo 2012 at 12:16 pm

    Ho letto con attenzione, e ancora la rileggerò, questa recensione. Capisco la necessità di dare al lettore una visione completa, esaustiva, di un’opera; una chiave di lettura, anche, per capire meglio. Vorrei solo aggiungere, con un certo pudore, che una cosa non si è detta. Il libro è bello! Parla al nostro cuore bambino, non solo al nostro io acculturato e affamato di “giuste collocazioni”. Cosa sono i Giardini di Kensington in questo racconto? Un posto fatato, pieno di sorprese nascoste, di luoghi complici, di semplice gioia. Quando ho finito la traduzione, qualche anno fa ormai, sono andata a Londra “per sciacquare i panni in Tamigi” (Manzoni mi perdonerà spero! Era Manzoni, vero?). Sono andata anche ai Giardini di Kensington per convincermi una volta di più che la loro bellezza e fatata magia è visibile a tutti, perchè è una realtà. Invece una volta di più ho verificato che la bellezza e la fatata magia possono essere solo negli occhi di chi guarda e, in questo caso, nella forza poetica del narratore. Qualunque fossero i suoi problemi, Barrie è stato un grande poeta e questo libro è bello, è da leggere. Tutto qui.
    Ancora una piccola cosa: Peter Pan, i bambini smarriti, quelli “che fuggono” nelle prime settimane di vita vogliono rappresentare, credo, le morti infantili, fenomeno molto diffuso agli inizi del ’900. In Peter e Wendy l’andare dei bambini all’isola che non c’è rappresenta, credo, le epidemie di meningite primaverili, dalle quali pochi si salvavano.


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