Orhan Pamuk, L’innocenza degli oggetti, IL BRUTTO DI UN LIBRO
Orhan Pamuk, L’innocenza degli oggetti. Il Museo dell’innocenza, Istanbul. 270. p. ill. col.; 32 € Einaudi 2012. ed. orig. 2012

Può uno scrittore premio Nobel® essere un pessimo grafico?
La domanda in sé oziosa trova giustificazione con l’ultimo titolo di Orhan Pamuk, L’innocenza degli oggetti, che Einaudi pubblica come strenna natalizia del 2012, nella traduzione di Barbara La Rosa Salim.
Riguardo il progetto grafico l’avaro colophon non dà indicazione alcuna, i Ringraziamenti sembrano riferirsi all’allestimento del Museo di cui questo volume è catalogo, Museo che è una sorta di inveramento, a Istambul, a cura dell’autore, de Il Museo dell’innocenza (Einaudi 2009), a sua volta, racconta Pamuk nell’Introduzione, inizialmente pensato in forma di catalogo.
In questa vertigine autoriale che somma e mescola falso e invenzione, spazi fisici e mentali, memoria e metafora non possiamo che considerare Pamuk autore anche della progettazione grafica del catalogo.
L’edizione italiana compare nella collana “Frontiere”, gemella dei “Supercoralli” dei quali mantiene le caratteristiche font bastone nei titoli.
Il Garamond dei risvolti e della quarta è einaudiano.
E dentro? Dentro non c’è più traccia di abitudini grafiche einaudiane e quindi possiamo pensare, poiché non abbiamo indicazioni contrarie, che sia fedele all’originale, e possiamo bollarlo come mal fatto.
Brani di testo giustificati a pacchetto a comporre pagine che si vogliono algide e che invece evidenziano gli spazi fra le parole troppo variabili, gran uso di cornici e di linee in colore, spesse o sottili, griglie poggiate su pagine in tutto colore a cadenzare i capitoli numerati, font diverse e in corpi diversi, immagini, immagini dappertutto, a pagina intera o su sfondo colorato, scontornate o a tutta pagina, nel testo o accanto, ma soprattutto ombreggiature, ombreggiature sempre uguali e prive di giustificazione, neanche allusive della materialità che si vuole evocare; il tutto messo in pagina con un gran uso dell’allineamento, in alto, sotto, a destra, al centro, di qua, di là.
Un pasticcio che sembra un cattivo esempio di self-publishing, una testimonianza che non sempre si possono fare bene tanti mestieri.
Scheda apparsa su L’Indice dei Libri del Mese, Gennaio 2013, Anno XXX, n. 1

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Editoria, aspettando l’autunno -che non sia un precoce inverno
Il discorso intorno all’editoria s’è fatto ormai così vasto; ha molti tratti inutili naturalmente, e, come spesso accade quando in tanti si parla delle medesime cose, noioso.
Ha dei tratti però anche molto interessanti, per esempio che è soprattutto un discorso condotto qui nel sottobosco. Ci sono vari interventi di responsabili di marchi, ma fatto salvo i meritevoli di :due punti o di minimum fax o di e/o, che provano a interrogarsi sul proprio mestiere, quello che filtra dalle grandi case -soprattutto nelle interviste che l’incontournable Antonio Prudenzano conduce per Affari Italiani- sono proclami un po’ autoreferenziali, più rispondenti a una logica di marketing e di posizionamento, che a una volontà di interrogarsi pubblicamente su un mestiere drammaticamente sottoposto a cambiamenti di difficile gestione. Chiusi questi ultimi in una retorica forzatamente sempre ottimista e progressiva, tollerabile in momenti espansivi, risultano ora un po’ patetici, un po’ tristi, e tanto propagandistici.
In parte il discorso sull’editoria sembra avere sostituito il discorso sui testi letterari -il discorso sui testi di saggistica ha lasciato che si perdessero le sue tracce, lontano, ma non si sa dove, dai saggisti tv. Parlare dei testi sembra presupporre ora due opzioni, da una parte quella impressionistica che parte da sè e lì, attraversando in vario modo il testo e le proprie emozioni, torna, un opzione che sembra basarsi sull’attribuire alla propria esperienza personale una grande importanza, in sè, così grande da giustificare il discorso; opzione alla quale la rete offre grande spazio, successo, possibilità e vastissima platea di pari, uno spazio del tutto nuovo, abitato con entusiasmo; l’altra opzione, messa a dura prova dall’affermarsi della prima, tenta di parlare dei testi abitandone soprattutto il contesto e dando ragione di sè nel tentativo di fornire degli elementi di decifrazione, utili a capire cosa sia quel testo e per quale ragione sia così. Questa seconda opzione, sfrattata dal mezzo cartaceo, è ora pellegrina su un mezzo che poco la contempla, e sottoposta a un pressione defatigante di continua interrogazione di sè, sul proprio linguaggio, sui propri motivi e la propria legittimazione e sembra annichilire.
È pur vero che se la modalità con la quale i testi vengono letti, prodotti, distribuiti è così come ora violentemente scossa alle fondamenta da mutamenti che non sembrano trovare requie e che investono o stanno per investire la loro stessa natura, appare inevitabile che il discorso su di loro s’affievolisca sino a immiserirsi, in desiderio, anche, di chiarezza.
Poi, certo, l’esternalizzazione di sempre più servizi e competenze che erano propri delle case editrici, con la sostanziale espulsione dal corpo vivo delle redazioni di una parte intesa di servizio, quando è invece sostanza stessa del mestiere, e la nascita di centri prima ancillari poi sempre più compiutamente autonomi, dove i testi e i libri vengono pensati e disegnati (uno dei molteplici movimenti che, ben prima della crisi e ben prima della smaterializzazione dei testi, hanno piegato a logiche astratte imprese che avevano una loro specificità che si è rivelata troppo delicata, forse troppo certa di sè, per sopravvivere nell’oltranzismo di chi vedeva nel nero dei bilanci non una condizione ma un fine, noncurante del ruolo esiziale che il processo aveva sul prodotto, o, nel migliore dei casi, scientemente perseguendone l’annichilimento), il moltiplicarsi spesso vano di aspiranti a un mondo più vagheggiato che reale, disposte/i a spendere energie, tempo, denari -e a non riceverne- per partecipare ad un’idea quasi misterica di un mestiere che sembra disconoscere se stesso, certo anche questo contribuisce a grappolo al moltiplicarsi delle voci, nel tentativo forse illusorio di trovare un rispecchiamento, una somiglianza, un motivo di coraggio, nella fantastica illusione -resa così dolcemente reale proprio dal moltiplicarsi e dal frammentarsi dei soggetti- che ciascuno possa possedere l’idea giusta, la via giusta, in un mestiere che può essere solo collettivo.
A caso, oggi -sappiamo ben che il caso è un ottimo strumento- uno via l’altro su facebook ho visto passare tre link, molto diversi fra loro, a post che parlavano a vario titolo di editoria. Non sono né le più acute né le più bizzarre fra le riflessioni sull’editoria ma leggerle una via l’altra mi ha fatto pensare che le si potesse far risuonare una con l’altra.
Marino Buzzi, libraio e scrittore, sul suo blog Cronache dalla libreria, fa alcune Riflessioni intorno al mondo del libro, a partire da tre articoli usciti recentemente:
un’intervista di Prudenzano a Raffaello Avanzini di Newton Compton del 23 luglio:
“[...] Newton ha fatto, giustamente i suoi interessi e ha portato a casa dei risultati ma non ha portato grossi vantaggi al mercato in generale. Gli accordi commerciali fra librerie di catena e case editrici hanno portato, in questi mesi, a una massificazione del prodotto tale da “ingorgare” il sistema. Pur di ottenere percentuali di sconto maggiori ci siamo portati in libreria quantità enormi di titoli che, in moltissimi casi, non hanno portato ai risultati sperati. [...]“
una lettera aperta di Sandro Ferri, editore di e/o, pubblicata il 25 luglio su la Repubblica
“[...] Le librerie rimangono aperte se qualcuno entra a comprare. Punto. Ferri fa un discorso mirato alla bibliodiversità, un discorso che condivido completamente, ma che non posso fare mio. E non posso farlo perché io sono un libraio di catena e chi lavora in una libreria di catena sa che il nostro ruolo, oggi, è quello di fare tessere, di servire il più velocemente possibile il cliente, di esporre libri che non abbiamo scelto noi.
[...]
I lettori in Italia sono davvero pochi, quei pochi che ci sono, per fortuna, leggono tanto e ci permettono di resistere. All’interno della bassa percentuale di lettori ce ne sono molti che non hanno più le stesse possibilità economiche di un tempo e che quindi, oggi, acquistano libri a basso costo ingoiando, permettetemi il termine, qualsiasi cosa pur di continuare a leggere. I best seller, che tutte le case editrici inseguono, sono comunque sempre pochissimi rispetto alle vastissime realtà editoriali. La cosa triste è che dopo Newton molte case editrici non hanno cercato alternative, no, semplicemente hanno seguito il mercato senza cercare di cambiarlo. Così oggi abbiamo prodotti dai 9,90 in giù, di case editrici diverse, con copertine, titoli, storie tutte uguali. [...]“
un intervista di Maurizio Bono a Gianluca Foglia, di Feltrinelli, pubblicata su la Repubblica il 25 luglio:
“[...] Feltrinelli è stato il primo gruppo di librerie a dare il via alla libreria di catena come la conosciamo oggi. Siamo tutti consapevoli di come sono andate le cose nel corso degli anni. Non è passato molto tempo da quando i librai Feltrinelli scesero in piazza per denunciare la situazione (li ricordo in piazza Ravegnana a Bologna durante la protesta). Del progetto rivoluzionario di Giangiacomo Feltrinelli non è rimasto niente. Le vetrine a pagamento, in Italia, dove sono arrivate per prime?
[...]
credo che non basterà il prossimo libro di Saviano (che pubblicherà proprio con Feltrinelli) per salvare un mercato che ormai è ridotto all’osso. E neppure riproporre, con nuove vesti grafiche, libri di autori conosciuti. Il vero problema è che anche le grandi catene hanno passato anni a farsi guerra per avere una maggiore presenza sul territorio, per accaparrarsi nuove fette di mercato. Sono state cieche e sorde, non hanno voluto vedere i primi sintomi di una malattia che ormai è diventata cronica e che ci ha portati tutti sull’orlo della follia commerciale.
[...]
Se un libro rimane su uno scaffale ormai 30 giorni. Se le librerie non hanno soldi per pagare i distributori. Se gli autori e le autrici non vengono pagati o prendono percentuali ridicole. Se la bibliodiversità scompare per far spazio all’uniformità del best seller. [...] Credete veramente che sopravviveremo? [...]” (Marino Buzzi, Riflessioni intorno al mercato del libro, in Cronache dalla libreria, 26 luglio 2012)
Su Caffè News, per la serie La Grasse Matinée, di Leyla Khalil, un post del 23 luglio chiedeva: Editoria non a pagamento:specchietto per le allodole?
“[...] Mentre procede su più fronti la proverbiale battaglia contro l’editoria a pagamento, alla sottoscritta è capitato di venire a contatto con varie realtà editoriali che pubblicano in maniera gratuita. Tali case editrici però, nel novanta per cento dei casi, si appoggiano giustamente a svariati metodi per far sì che la pubblicazione delle opere in maniera gratuita non si traduca in una perdita per le loro tasche.
[...]
Un esempio:i ripetuti concorsi per esordienti, i cui prezzi si aggirano generalmente fra i 15 ed i 25 euro. [...] Altro metodo è quello di mettere su corsi di scrittura, di editoria, di traduzione, alla fine dei quali si dà la possibilità di fare uno stage nella casa editrice. Il che significa, altrimenti parlando, lavorare per la casa editrice per un periodo limitato di tempo e nella stragrande maggioranza dei casi a gratis.
[...]
Detto ciò: si può parlare davvero di editoria non a pagamento? Il fatto di apprendere alcune nozioni in maniera più o meno approfondita (i corsi di scrittura spaziano dal weekend intensivo con i prezzi alle stelle, a quello che dura parecchi mesi con tre o anche quattro incontri settimanali di due o tre ore) giustifica il prezzo che l’esordiente deve in qualche modo pagare per poter accedere al mondo della letteratura? Non è forse uno specchietto delle allodole il trucco di spacciarsi per editori non a pagamento e poi riempirsi le tasche dei soldi di corsi e concorsi, i quali si rivelano spesso e volentieri l’unico modo per avere accesso al Taj Mahal del mondo editoriale? [...]” Layla Khalil, Editoria non a pagamento: specchietto per le allodole?, in Caffé News, 23 luglio 2012)
Il terzo è un saggio di Domenico Scarpa, già compreso in Dove siamo? (:due punti edizioni, 2011), riproposto da Nazione Indiana l’1 marzo 2011
“[...] Nella più recente edizione scolastica di una celebre testimonianza su Auschwitz una nota a piè pagina segnala ai ragazzi l’esistenza di un altro grande scrittore della Shoah: Elie Diesel. [...] dietro l’errore materiale c’è un errore più vasto, di tipo economico-strategico. La maggior parte del lavoro editoriale viene svolta all’esterno delle case editrici, da persone poco competenti, pagate male e prive di passione per il loro lavoro. Il sistema regge perché genera profitto e perché i lettori un po’ si lagnano ma continuano a comprare: e molte aziende si sentono incoraggiate ad aumentare il margine di approssimazione.
[...]
Prima di proseguire, però, devo affrontare un problema che questo testo ha coi pronomi: i pronomi qui dentro non funzionano perché non lasciano capire chi sta parlando, e con chi. Già solo nei primi tre capoversi uso la seconda persona singolare, poi la prima plurale, poi ancora la prima singolare, infine la prima plurale di nuovo: tu noi io noi, mentre sullo sfondo si distingue una voce non identificata che parla col tono di chi dètta legge, e che somiglia perciò alle voci onniscienti dei romanzi condotti in terza persona. Più avanti ci saranno frasi con la costruzione impersonale, ma le cose non cambieranno.
Questo non è un saggio teorico e nemmeno una proposta di metodo; tantomeno è un manifesto perché non crede di averne la forza assertiva. È piuttosto una selezione di esperienze e di umori che fanno la voce più grossa di quanto dovrebbero. Direi che non esistono pronomi attendibili in questo scritto, o se esistono non si riesce a pronunciarli a voce piena.
[...]
Nei corsi di marketing si insegna che il ciclo di un prodotto di successo conosce quattro fasi tipiche: wild cat ossia la novità capricciosa, imprevedibile; star, l’oggetto che s’impone come necessario; cash cow, la mucca da soldi: spremiamone tutto il possibile, prima che decada a dog e addio. Oggi troppi prodotti editoriali comprimono in un’unica fase convulsiva le prime tre: è la storia di tanti esordi troppo fortunati e senza futuro, perché sarà poi l’autore stesso a trasformarsi in dog, non i suoi libri. Nel cosiddetto canone del Novecento italiano incontreremo invece scrittori le cui tirature non si sono mosse, per decenni, dalla fascia delle 1.000-3.000 copie: Gadda, Landolfi, la Ginzburg, Cassola, Bassani, Anna Maria Ortese… Per qualcuno di loro a un certo momento poté arrivare l’opera-star, Pasticciaccio o Lessico famigliare o Ragazza di Bube; ma non sarebbe venuta senza una scommessa che fu economica e culturale in proporzioni identiche, e che richiese pazienza.
[...]
Noi dobbiamo tornare a credere che si possa sedurre il pubblico con la qualità, e che la moneta buona sia capace di scacciare quella cattiva. Il pubblico va convinto, individuo per individuo, che con la bellezza difficile si gode, e parecchio. Bisogna insegnare a godere in modo più competente, ma lo si deve fare senza salire in cattedra. Fra elitarismo e sciatteria esiste una terza strada: essere intransigenti sulla qualità e seducenti nel comunicare. Non dobbiamo adattarci a credere che il pubblico voglia il peggio; dobbiamo parlare, con pazienza e poco per volta ma sempre, senza stancarci, ai pochi (rivolgerci alle grandi assemblee non è per noi); dobbiamo attrarre i non convinti uno alla volta. Sarà un lavoro lungo, difficile, oscuro, senza garanzia di successo e con riconoscimento mediocre: questo è bene saperlo in partenza ed è bene non sentirsene orgogliosi, perché proprio quell’orgoglio elitario falsa la voce fino a renderla detestabile.
[...]” (Domenico Scarpa, Il plusvalore di un libro ben fatto, Nazione Indiana, 1 marzo 2011)
Mazzucco / Asor Rosa / Noemi Cuffia / Einaudi
“I tempi cambiano, oggi su La Stampa nella pubblicità per #Limbo di M. Mazzucco abbiamo riportato i giudizi di Alberto Asor Rosa e @tazzinadi”.
Questo tweet, di @einaudieditore, la mattina di sabato 31 marzo 2012, annunciava una pubblicità che quella stessa mattina era uscita su La Stampa, a pagina 3, e che segna l’ufficiale arruolamento delle nuove forze volontarie nelle armate einaudiane, un passaggio molto importante.
La pubblicità accompagna l’uscita del nuovo libro di Melania G. Mazzucco, Limbo.
Qualche pagina oltre, all’interno di TuttoLibri, una recensione di Ernesto Ferrero festeggiava il libro.
Alberto Asor Rosa è un critico letterario (1933), pubblicato soprattutto da Einaudi, per la quale ha curato la Letteratura Italiana, “Grande Opera” in 17 volumi.
@tazzinadi è Noemi Cuffia, un’utente twitter molto conosciuta nell’ambito dei discorsi sui libri; è seguita da più di 3.000 altri utenti, ne segue più di 1.000 e ha twittato più di 22.000 volte; è la titolare di un blog, tazzina di caffè; produce dei video su You Tube; conduce un programma radiofonico, ha partecipato come relatrice al primo librinnovando, ed è animatrice de Ledita.
La frase di Asor Rosa è tratta dalla recensione che Repubblica ha pubblicato il 27 marzo; la frase di Noemi Cuffia è tratta dalla recensione che Cuffia ha scritto per Bol.it, sempre il 27 marzo.
La spia che qui è parsa interessante sta nell’ultima parola della pubblicità: nell’uso e nella collocazione della parola “blogger”.
Nella sempre paludata pubblicità Einaudi, la casa editrice dall’insopprimibile fama seriosa, per la prima volta compare una frasetta non solo di un critico (ed è significativo che sia di un critico e non di uno scrittore, o di un personaggio tv), ma anche di una lettrice.
Il tweet ufficiale della mattina, testimonia dell’intenzione. C’è qualcosa di ironico e spietato nell’organizzazione dell’inserzione: quel mettere Asor Rosa relegato a sinistra, verso l’interno della pagina, falsamente simmetrico, sotto il (brutto) disegnino simil-militare, e Noemi Cuffia in posizione prominente, a destra, sotto il monolite del Supercorallo.
Divisi dal distico rosso riassuntivo del libro, si confrontano il vecchio professore e la giovane blogger. Un tweet di Einaudi nella mattinata chiarisce in risposta a un tweet di Francesco Longo (“[...] devo dire che l’idea gli ha fatto piacere e credo che questo gli faccia onore
“), che Asor Rosa era avvertito e contento.
Ma dal confronto Asor Rosa esce perdente, perché anche se decontestualizzata (questo il brano “[...] Ogniqualvolta mi provo a “sintetizzare” (come in gergo critico si suol dire) la “trama” di un libro di Mazzucco, mi accorgo della vanità dell’impresa. Perché i romanzi di Mazzucco sono sempre qualcosa di diverso dalla loro “trama”. Sono la “vita” stessa (appunto: Vita), che si diffonde impetuosamente (e anche un po’ nevroticamente) in tutti i pori dell’esistenza, quasi che la ricerca narrativa consistesse nel raccontare, almeno potenzialmente, tutto. [...]“) marca il disfarsi di un rigore critico e metodologico, che qui si fa anche di potere. La frase poi, con tutte quelle virgolette, è goffa, impacciata.
La scelta è raffinata. L’Einaudi qui uccide il suo vecchio autore obbligandolo a confrontarsi con ciò che storicamente rappresenta la sua dissoluzione. C’è un passaggio dal Potere e dalla Retorica dell’Accademia al Potere e alla Retorica della Spontaneità, che è rappresentato qui come in certi tristi palchi con la giovane Eva che ringrazia colei che ha spodestato.
Quella specifica, “blogger”, apparentemente modesta apposizione, è in realtà un’affermazione potente della casa editrice. Alberto Asor Rosa è spogliato dal suo mestiere non perché non serva ricordarlo, ma perché il suo mestiere non gli è più di nessun aiuto. Quel “blogger” sottintende un trionfante “qui, malgrado lo sia, proprio perché lo è”, e forse anche un “alla faccia tua”.
Sino a pochi anni fa l’assenza di specifica professionale accanto al nome di Asor Rosa, sarebbe stato a significare e a misurarne l’autorità. Qui invece quel vuoto, speculare allo squillante “blogger” che accompagna Cuffia, significa solo che quell’autorità è finita, che dell’autorità non si vuole più aver bisogno.
Che l’Einaudi non ha più bisogno di quell’autorità, perché il mercato fornisce da solo, gratuitamente, il sostegno ai prodotti che gli vengono proposti, senza più mediazione.
In questo, cambiano i tempi. Se prima della rete il meccanismo di seduzione finalizzato al desiderio dell’acquisto era a senso unico dal produttore al consumatore, ora è attivo nei due sensi, ed è lo stesso consumatore che produce consenso e carica su di sè una parte dei costi del produttore.
La frase di Cuffia inoltre, nella sua pulizia, è perfetta. Piana, diretta, evocativa, riassume il modo di leggere, e di parlare delle proprie letture, anche in pubblico, che è ora di moda: un’esperienza passionale, personale, immersiva: magica.
I tempi cambiano davvero, le armi dell’Accademia sono spuntate, inefficaci, inutili alla conquista del mercato; i lettori e le lettrici hanno nuove armi, chi davvero orienti il mirino è dubbio.
(en passant sia lecito approfittare per chiedersi un momento se sia davvero un segno dei tempi che cambiano invece il fatto che le due recensioni accademiche siano entrambe scritte da autori Einaudi.
Non si vuole stigmatizzare qui la casa editrice, bensì, e recisamente, gli autori.
Se si supera per un istante soltanto la dimensione del “fa tutto lo stesso”, forse la cosa appare nella sua dimensione oltraggiosa e inaccettabile.
È oltraggioso e inaccettabile che La Stampa e la Repubblica consegnino ai propri lettori recensioni scritte da persone legate ai marchi dei prodotti dei quali parlano.
È oltraggioso e inaccettabile che Asor Rosa e Ferrero parlino di prodotti venduti sotto il marchio di una casa editrice alla quale sono legati da un rapporto economico.
Asor Rosa e Ferrero sono pagati da Einaudi come autori e dai giornali come recensori, e parlano di un’autrice pubblicata dall’Einaudi, la quale paga La Stampa e la Repubblica attraverso l’acquisto degli spazi pubblicitari.
Accade sempre, certo. Però, visto che i tempi cambiano, L’Einaudi fa bene a insistere con ‘ste pastette? Chissà.
Nulla è nascosto, chi legge sa ed è in grado di responsabilmente comportarsi -i libri, per fortuna, sono tantissimi, la scelta è così facile, l’abbondanza dell’offerta assicura la protezione dal rimpianto- ma se l’avvento della rete attribuisce un valore -economico- sempre più grande al concetto di credibilità, forse i tempi, delle comunicazioni pubblicitarie delle case editrici, devono cambiare ancora un po’.)
Ma i tempi sono anche felici, e Cuffia festeggia su twitter ciò che è avvenuto come un riconoscimento, un onore.
“Quindi in definitiva, se potete, acquistate La Stampa di oggi e andate a pagina 3… (io intanto svengo un secondo e torno)”
“grazie!!! sono così contenta che stento a crederci, è una cosa stupenda per me, un onore.”
“naturalmente, è un onore vero per me: una circostanza straordinaria, che resterà sempre nella mia memoria
“
“in preda all’entusiasmo, ri-ringrazio hehe
“
“:) è una cosa davvero straordinaria… io sono molto molto contenta e onorata anzi proprio senza parole hehe”
Abbiamo davvero qualcosa di deliziosamente patetico, noi blogger.
E i tempi cambiano anche poche pagine più in là. A p. 11 de La Stampa una mezza pagina pubblicitaria della Longanesi è dedicata a Fai bei sogni, di Massimo Gramellini, vice-direttore de La Stampa.
14 frasette attorniano la copertina: una a nome Luciana Littizzetto; una a nome Lorenzo Jovanotti, e le restanti 12 a nome di Cri 78, Fabio, Anna, Riccardo, Elisa, Francesca, Silvia B. (sic), Alessandro C.; Vittoria, Marco C., Chiara C., Francesca. Qui il mondo della critica accademica non è in gioco, ci sono i personaggi tv, e anche l’equilibrio è diverso: per fare un personaggio ci vogliono 6 lettori, ma anche qui la Longanesi punta su di loro.
A lettore dài giudizio di lettore: l’idea sulla quale si punta è che ci si fida soltanto più di se stessi.
I tempi cambiano.
(chi ha pagato i giornali: FN, all’edicola della rotonda di Gassino Torinese; La Stampa due volte: la prima la mattina, la seconda il pomeriggio, poiché la prima l’abbandonò in un bar di San Mauro, senza accorgersene, accidenti)






















































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