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Stephen Spender / UN MONDO NEL MONDO. Barbés 2009. (Recensione di Vito De Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 15 aprile 2013

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 3

Un mondo nel mondo
, di Stephen Spender fu pubblicato in Italia nel 1954 da Bompiani nella versione di Francesco Santoliquido; poi nel 1992 Il Mulino pubblicò la versione di Maria Luisa Bassi, col sottotitolo ricordi di poesia e politica 1928-1939. Nel 2009 Barbés la ripubblicò. FN nell’occasione pubblicò una nota di Camilla Valletti. Ora, a distanza di 3 anni, ecco la Recensione.

(Ma prima:

una grande questione che gira parlando di blog che si occupano di libri è: fanno vendere più libri? O meglio: fanno vendere di più quel libro del quale il blog si è occupato?

Qui su FN si pensa che sia una questione che interessi soltanto le case editrici, e che non dovrebbe in nulla interessare chi fa i blog; salvo questi non fossero pagati dalle case editrici, o dagli autori, o dalle cartiere o dai distributori, o dalle librerie o da chi in generale guadagna dalla vendita dei libri.

I libri -dicono le case editrici- stanno sui banconi lo spazio d’un mattino, quindi o tu blogger riesci a parlarne all’inizio di quel mattino, oppure sei zero.

FN se ne frega. Il tentativo qui è attraverso voci diverse, di dare conto di titoli che vengono ritenuti importanti e che se arriviamo a parlarne alla sera, molto lontani da quel mattino: pazienza. I tempi del ragionamento, della lettura, della scrittura, non sono quelli che piacerebbero alle grandi case editrici e compagnia. Pazienza.

Qui poi Recensiamo un libro molto bello, molto interessante, uscito quattro anni fa, da una casa editrice che nel frattempo ha pure cessato di esistere.
Per questo non dovremmo parlarne? No.

Nell’occasione FN dà il benvenuto a Vito De Biasi, che con questa Recensione inizia la sua collaborazione con FN: Evviva!)

(per aggiungere tempi differiti a tempi differiti, le illustrazioni di questo post non sono, come di consueto, fotografie dell’edizione più recente, ma di quella precedente: Il Mulino, 1992)

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Dorso di sovracoperta (part.), 1

Un mondo nel mondo

(World Within World. The Autobiography of Stephen Spender)
Stephen Spender

traduzione di Maria Luisa Bassi
prefazione di Matthew Spender
sovracoperta di Alberto Bernini

300 p.; brossura
Barbés -Intersections, Firenze 2009

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 1

“Spender è un sentimentale”. La sentenza di Giorgio Manganelli, nelle sue note sulla poesia di Stephen Spender, è di quelle senza appello. Quella “intemerata onestà, francamente melodrammatica” che lo scrittore italiano trovava nei versi del poeta inglese si presenta anche, con un misto di coraggio e prudenza, nella sua autobiografia, Un mondo nel mondo, pubblicata in Inghilterra nel 1951.

La sua ultima edizione italiana, del 2009, è quella di Barbès, che ha poi proseguito con l’indagine su Stephen e il suo mondo (per parafrasare il titolo dell’autobiografia di Isherwood) con la recente pubblicazione dei Diari di Sintra, avventura emotiva e civile del gruppo dei cosiddetti scrittori degli anni Trenta (Auden, Isherwood, Spender).

A differenza della polifonia di quei diari collettivi, Un mondo nel mondo è, come ogni autobiografia, a una sola voce, e, come ogni racconto da sé e su di sé, un intrigo dove è difficile separare il vero dalla fiction, la “intemerata onestà” dalla prudente omissione. D’altronde, al di là della pura aneddotica, fin troppo vicina allo spiare da un buco della serratura privilegiato, indicatoci dallo stesso spiato, ciò che è principale motivo di appassionamento in un’autobiografia è proprio questo: mettere alla prova il testo con altri che lo contraddicano, che ci discutano, fino a rivelarne la natura di fiction, tanto quanto un romanzo.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pagina dell'occhiello (part.), 1

Spender, come racconta il figlio Matthew nella puntuale prefazione, scrive questa autobiografia all’inizio degli anni ’50, e racconta con naturalezza di relazioni anche omosessuali, in un tempo in cui erano ancora considerate un reato (la legge inglese avrebbe depenalizzato l’omosessualità soltanto nel 1967).
Oltre al coraggio di questa scelta, dobbiamo segnalare una circostanza interessante: l’autore comincia a scrivere la sua storia a soli 38 anni, età prematura per un’autobiografia. Chi di noi è pronto a tirare le somme a quell’età? L’urgenza di scrivere, di testimoniare, sembra più storica che personale, più ansiosa di trovare le radici del presente in un passato vissuto sulla propria pelle.

In piena Guerra fredda, Stephen Spender decide dunque di rievocare la contrapposizione tra fascismo e repubblicanesimo durante la Guerra civile spagnola del 1936, l’avventura di chi, come lui, si scoprì antifascista pur rifiutando il comunismo stalinista. Oltre al coraggio di raccontare amori omosessuali in epoca di clandestinità, il merito non trascurabile di questo resoconto è anche quello di descrivere una posizione intellettuale maturata durante una lotta fratricida, che avrebbe deciso i destini dell’Europa degli anni ’40. Una posizione critica, che non cede ai manicheismi da Guerra fredda che hanno limitato il pensiero di molti pensatori dell’epoca: “Io non scelgo l’America o la Russia, io le giudico”, dove nei corsivi dell’autore è segnata nettamente una differenza tra intellettuali organici e intellettuali tout court.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Frontespizio (part.), 1

Al di là della ricostruzione di un clima politico e culturale, che è la parte che oggi ci arriva in maniera più sbiadita, necessariamente datata, è il racconto delle emozioni a costituire il nucleo critico dell’autobiografia, di qualunque autobiografia. È nel rendiconto delle proprie relazioni sentimentali che meglio si esprime il conflitto tra presunta sincerità davanti al lettore e protezione di sé. In breve, se Spender è anche troppo sincero, in senso manganelliano, quando parla delle sue idee, delle sue amicizie, dei suoi viaggi, quando parla d’amore, forse, mente.

Sgombriamo il campo da un equivoco, la menzogna è qui intesa come l’unica realtà possibile all’interno della letteratura, soprattutto se si parla di sentimenti viscerali come l’amore, per il quale la sincerità è un metro di giudizio nullo, semplicemente perché è inapplicabile. Amore e menzogna, in letteratura, sono le uniche due grandezze comparabili.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 23 (part.), 1

Nel 1933, Stephen Spender incontra Tony Hyndman, un gallese dai capelli biondi appartenente alla classe operaia, bello e vivace, che sopperisce alla mancanza di mezzi con un fascino che attrarrà lo scrittore.
Tony, che conosciamo dai Diari di Sintra, nelle memorie di Spender diventa “Jimmy Younger”. Probabilmente per proteggerlo da uno scandalo all’epoca dell’uscita del libro, Spender dà un nome falso al suo amore sincero, nonostante dichiari “Io do all’eroe e ai personaggi i loro veri nomi e attributi”.
Perché Tony è l’unico ad avere un nome falso in tutto il racconto? Che cosa ci dice che la sincerità non sia venuta meno anche su qualche altro aspetto? Un’altra importante omissione nel racconto di una vita è proprio l’anno trascorso a Sintra, in Portogallo, dove Spender e Hyndman si rifugeranno con Isherwood, il suo amante, e altri amici, nel tentativo di costruire una Utopia dove vivere per sempre (ci resteranno meno di un anno).

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 2 delle tavole fuori testo (part.), 1

Fuori dal racconto, ma legato a questo, c’è poi la causa intentata da Spender contro David Leavitt, che aveva “plagiato” un episodio della vita di Stephen per scriverci un intero romanzo, Mentre l’Inghilterra dorme, dove si racconta qualcosa che Un mondo nel mondo riferisce invece in maniera ambigua: Jimmy decide di partecipare alla Guerra civile spagnola a sostegno delle truppe repubblicane, dopo la delusione della storia d’amore fallita con Spender. Imprigionato con l’accusa di aver disertato, il ragazzo rischia di essere giustiziato, e per questo Spender, nonostante nel frattempo si sia legato a una donna, parte per la Spagna come corrispondente. Se il motivo sia per aiutare Jimmy a evitare un processo e una eventuale sentenza, o per partecipare attivamente alla guerra, non è dato sapere.

Probabilmente, Spender è sincero dove conta, quando si tratta della sua storia d’amore con Hyndman: “le differenze di classe e interessi tra Jimmy e me fornivano un elemento di mistero, che ammontava quasi a una differenza di sesso. Ero innamorato, per così dire, del suo retroterra sociale, del suo servizio militare, della sua famiglia operaia. Niente mi commuoveva come sentirlo raccontare storie di strada di Cardiff”, con buona pace di chi crede che l’amore sia un sentimento che nasce e resta puro, libero da ideologie personali e sociali.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 3 delle tavole fuori testo (part.), 1

Al piccolo inferno della coppia omosessuale, che Spender vive oscillando tra senso di colpa e senso di costrizione, non corrisponde l’inferno della coppia eterosessuale.
Nel racconto dei suoi due matrimoni, Spender è molto più sereno, quasi idilliaco, di quanto non sia nei confronti di Jimmy o di altri incontrati prima e dopo. Il motivo di questa disparità di animo non è nella fedele descrizione delle circostanze, ma nella convinzione delle sue idee: la relazione con Jimmy sembra tormentata, mentre i due matrimoni, nonostante il primo termini con un divorzio, sembrano felici perché Spender è convinto di questo: affinché una relazione duri, tra due persone deve esserci un enigma permanente, cosa impossibile tra due uomini, resi troppo simili dal sesso.

Ancora una volta, non ci interessa cosa sia successo veramente, né come sia andata con il suo secondo matrimonio (cui pure Tony Hyndman fece da testimone), quello che importa è come la “sincerità” dell’autobiografo sia indirizzata secondo le opportunità, come atto dimostrativo di pensieri e convinzioni. È la candida omissione di verità, la sfumatura sulla finzione, che dovrebbe interessare un lettore che non si accontenti dell’aneddoto.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 5 delle tavole fuori testo (part.), 1

Mettendo a nudo con semplicità le sue debolezze, Spender eccelle in qualcosa che non è il racconto delle idee, né quello degli amori: è l’arte dell’incontro.
Da sempre l’autore è indicato come l’angolo in ombra di un triangolo illustre, quello formato con Christopher Isherwood, il Romanziere, e Wystan Hugh Auden, il Poeta.
E a Spender che regno resta, nel mondo della letteratura spartito dai grandi del suo tempo e della sua terra? Proprio l’autobiografia romanzata, una sensibilità pronunciata nel raccontare i caratteri, i dettagli prosaici che si riempiono di significato come nei grandi romanzi: i digiuni febbrili di Isherwood a Berlino, la voce acuta e lo “strabismo vigile” di Auden, i sigari, l’ironia divertita, i silenzi di Virginia Woolf, la cortesia da manicomio di Ezra Pound, Thomas Eliot che si aggiunge gli anni, la pancia prominente di Yeats alla fine della vita.

A interessare davvero, di Un mondo nel mondo, è “l’ideologia umanistica”, come la chiama Manganelli: quell’interesse per gli esseri umani eccezionali, talmente grandi da significare qualcosa di più di se stessi. Un interesse appassionato che fa di Spender un testimone eccellente, un cronista acuto cui forse manca il coraggio di fare un passo deciso verso la menzogna totale del romanzo. È lui stesso, quasi in chiusura di oltre 560 pagine di racconto, a scrivere: “rileggendo quanto ho scritto, mi chiedo se non avrei fatto meglio a scrivere la mia autobiografia in forma di romanzo”, cogliendo forse l’ironia di uno scacco: quello di volersi raccontare con sincerità.


(Vito De Biasi scrive per il web. Si interessa di arte, letteratura, cinema, moda. Ha scritto di arte contemporanea, fotografia e serie tv. Legge più che può)

(chi ha pagato il libro? La copia di Barbés sulla quale De Biasi ha condotto la sua Recensione è stata pagata dallo stesso De Biasi; la copia fotografata l’ha pagata FN)

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 2

Il Diario di Sintra è stato recensito per FN da Federico Boccaccini

Qui la Segnalazione, con molti link
Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Sovracoperta, recto (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di sovracoperta, dorso, prima di sovracop. (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di sovracoperta (part.), 2Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di copertina, dorso, p. di cop. (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Dorso e prima di sovracoperta (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Risvolto della quarta di sovracoperta (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Colophon (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. incipit (part.), 1

JEANETTE WINTERSON, Perchè essere felice quando puoi essere normale? (note a margine di Camilla Valletti)

Posted in recensioni by federico novaro on 25 gennaio 2013

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. risvolto della quarta di copertina (part.), 3

Perché essere felice quando puoi essere normale?, di Jeanette Winterson. Mondadori 2012
Note a margine, di Camilla Valletti

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. Copertina (part.), 1

L’autobiografia di Jeanette Winterson, perché di questo si tratta precisamente, è uscita tempo fa.
Merita recuperarla, nonostante la vita di un libro sembri ritagliati sui tempi dei banconi delle librerie, perché entra in modo originale e alto dentro al dibattito su cosa voglia dire il termine “famiglia” per una persona omosessuale, su quanto la figura del padre e della madre improntino per sempre la propria capacità d’amore e d’amare, sul sentirsi monchi come esperienza intellettuale.

E’ un libro difficilmente definibile perché possiede un carattere militante che viene direttamente dagli anni Settanta mescolato ad una forza immaginativa del tutto autonoma. E’ stato recensito superficialmente dagli inserti culturali che considerano Winterson scrittrice/palestra da non leggere ma da usare ad altri fini, per farsi i muscoli su temi ben lontani dalla letteratura, lo hanno caricato di pseudo autobiografismi, quando invece, secondo me, è un libro fondamentale rispetto allo snodo della scrittura di genere di questi ultimi anni.

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. Copertina (part.), 3

Un libro soprattutto che consegna chiavi di letture importanti a chi omosessuale non è. Jeannette Winterson fu data in adozione all’età di otto mesi durante i quali la madre naturale l’aveva allattata al seno. La signora Winterson, una immensa matrona a disagio nel suo corpo, curiosa figura che indossava scaldini al posto del busto con cui poi si bruciava, metodista di risulta, sessuofoba e incostante, in attesa messianica del rivelarsi dei cavalieri dell’apocalisse, stravagante moralista dispensatrice di moniti assurdi su piccoli foglietti nascosti in ogni dove nella piccola e fredda casa dove abitava, adotta la piccola Jeannette e la porta a vivere in una squallido quartiere di una cittadina operaia nel Lancanshire.

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. Copertina (part.), 4

Non può avere figli e forse non li desidera; il fagotto preso in prestito diventa il centro esatto delle sue frustrazioni che riversa sul marito, un compagno diventato quasi ottuso dopo la partecipazione alla seconda guerra mondiale.
Il romanzo è la storia di questo scontro, di un rapporto sul filo dell’assurdo, portato tanto in alto da sublimare l’orrore, la tragedia di una bambina abitata dal trauma di un doppio abbandono.
Mrs Winterson non è solo pazza, è l’emblema dell’antifemminile, è una pallottola scagliata contro l’ordine, contro le convenzioni, nonostante sia la più ferrea delle dittatrici.
La notte impasta torte, di giorno s’eclissa, scompare. La bambina fa tutto da sola, salta i pasti ma va a scuola. E quando sbaglia, sono botte, botte da orbi che arrivano dal padre convinto dalla madre a infliggere la punizione.
Mrs Winterson non apre la porta, lascia la figlia sulla soglia di casa come se non fosse degna di penetrarla. Intere notti, interi giorni, fuori ad aspettare che il veto cessi.

Fino a quando, a 16 anni, Jeannette lascia per sempre l’abitazione dei genitori per cominciare una vita nomade, prima chiusa in una macchina poi via via ospite di amici per approdare al College a Oxford. A segnare la definitiva chiusura dei rapporti la sconcertante scoperta che a Jeannette piacciono le donne, le ragazze come lei.

Noi che leggiamo, viviamo la stesso smarrimento, la stessa goffa incapacità di capire che coglie questa donna “fuori misura”.

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. Copertina (part.), 7

Come lei ci sentiamo non “della misura giusta per il mondo”. Come lei ci innalziamo per ricadere “Mrs Winterson era troppo grande per il suo mondo, e allora si accucciava mesta e goffa sotto la scaffale più basso, per poi eregersi nuovamente. Poi, dal momento che era una metamorfosi inutile, ridondante, distruttiva, rimpiccioliva di nuovo, sconfitta”.
Seguono le accuse, le colpe, tutte rivolte all’eccesso di lettura, ai libri proibiti, alla voce diabolica che si è impossessata di una figlia troppo scomoda.

Da lì in poi segue il processo di liberazione di Jeannette, processo che sappiamo essere ancora in corso, dove la scelta della scrittura è l’unico possibile atto d’amore che possa compensare l’assenza, il furto precoce della cura, la mancanza di una madre che ci ami incodizionatamente.

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. Copertina (part.), 9

Il falò dei libri tascabili nascosti sotto il letto da Jeannette poi scoperti da Mrs Winterson segna il passaggio all’età adulta: “Guardavo le alte fiamme che li divoravano e ricordo di aver pensato al calore e alla luce che emanavano in quella gelida notte saturnina di gennaio. E per me i libri sono sempre stati luce e calore”.
La somma violenza si trasforma in opportunità, la negazione fa germinare nuove inattese felicità.

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. Copertina (part.), 8

Di questo è fatto un libro esemplare dove la dimensione dell’amore è veramente una questione che non può prescindere dalla faticosa costruzione di un’identità senza origine, senza matrici. Alla fine l’esito è aperto tra desiderio e appartenenza. Pur avendo ritrovato la madre naturale, Jeannet ancora vacilla tra “la mancanza d’amore” e “la possibilità d’amare”

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. p. 7 (part.), 1

Su FN precedentemente è apparsa la Recensione che ne fece Giacomo Giossi per L’Indice dei Libri del mese: FN > Recensioni > Perchè essere felici quando si puoi essere normale?

Jeannette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?, Modadori 2012. art director: Giacomo Callo, progetto grafico: Marcello Dolcini, graphic designer: Susanna Tosatti. p. 5 (part.), 1

Mathieu Lindon / COSA VUOL DIRE AMARE. Barbès 2012. (Recensione di Giacomo Giossi per L’Indice dei Libri, 11/2012)

Posted in recensioni by federico novaro on 14 gennaio 2013

Cosa vuol dire amare
di Mathieu Lindon

traduzione di Isabella Mattazzi
[responsabilità grafica non indicata]

cartaceo, 281 p., 15€
Barbès, Intersections [87], Firenze 2012

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Frontespizio (part.), 1
La copertina del libro parla chiaro: ecco tra i più importanti autori del Novecento ritratti uno in fila all’altro a Parigi, sul marciapiede fuori dalle éditions de Minuit, la loro casa editrice. Riconosciamo tra gli altri Robbe-Grillet, Claude Simone, Samuel Beckett, Nathalie Sarraute e tra di loro l’editore Jerôme Lindon.

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Copertina (part.), 4 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Copertina (part.), 5 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Copertina (part.), 6 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Quarta di copertina (part.), 2

Tutti sembrano colti come per caso, nessuno guarda direttamente verso l’obiettivo, la loro posa è per quanto possibile casuale e rivela in ognuno un atteggiamento ben preciso: il modo di reclinare la testa, strofinare i piedi o tenere la sigaretta li definisce e contemporaneamente li distingue dal nome che siamo abituati a leggere sulle copertine dei loro libri. Uno straniamento che trasforma essi stessi in un’opera, in questo caso questa memorabile fotografia di Mario Dondero.

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Copertina (part.), 1

Dondero con questa fotografia non mostra semplicemente un gruppo di autori, quelli delle éditions de Minuit, quelli del Nouveau Roman, ma rivela un’intimità: lo stesso fanno le pagine di Mathieu Lindon, figlio di Jerôme e oggi affermato scrittore e critico letterario per conto di Libération. Cosa vuol dire amare è un vero e proprio diario di giovinezza. Storia esemplare di una stagione unica e folle quanto -e forse qui sta l’inevitabile limite del libro- nostalgicamente irripetibile.

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Pag. 7 (part.), 1

Protagonista assoluto delle pagine di Lindon è l’appartamento di Michel Foucault in rue Vaugirard nella cui grande sala, come su un palco, prendono vita gli amori e le passioni di un gruppo di giovani intellettuali amici e ospiti di Foucault, o meglio di Michel come è quasi sempre chiamato Foucault: un’ostentazione del nome che non è solo funzionale, ma è un tratto poetico che definisce da subito la natura del racconto.
Lindon non si limita a raccontare una serie di aneddoti, anzi di quelli non v’é che una vaga traccia, bensì racconta la propria formazioni tra due poli che, se non ostili, certamente sono distinti e opposti, il padre editore e l’amico filosofo.

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Pag. 5 (part.), 1

A tratti fortemente claustrofobico e soffocante, Cosa vuol dire amare racconta le lunghe giornate trascorse nell’appartamento tra giochi erotici, sedute a base di LSD e oppio, in cui la figura di Foucault non è altro che una rassicurante ombra che tra un viaggio e l’altro fa capolino nell’appartamento: sorridente e divertito dal caos scatenato in sua assenza dai suoi giovani amici.
Lindon mette a nudo se stesso, la propria inconsapevolezza e la propria fragilità rispetto ad un padre dal nome ingombrante e dai modi essenziali, ma spesso definitivi e duri.
Non manca di destreggiarsi con abilità tra l’incanto letterario e la carne viva di una vita privilegiata ma sempre pericolosamente in bilico, in cui l’inciampo può tramutarsi da gioco in tragedia, da errore veniale a condanna mortale.

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. P. 153 (part.), 1

Tra i principali meriti di questo vero e proprio mémoire vi è la capacità di raccontare dall’interno di un appartamento parigino l’ultima stagione di una libertà d’animo e di corpo condannata a morte dall’incombere dell’AIDS. Prima la morte di Michel Foucault poi quella di Hervé Guibert segnano la fine di un periodo in parte edonista e autoreferenziale, ma sicuramente vivido di esperienze, teso al rifiuto di un conformismo sociale ormai fasullo.

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Pag. 27 (part.), 1

Articolo apparso su L’Indice dei Libri del mese del Dicembre 2012

(chi ha pagato il libro? Barbès ha gentilmente inviato a FN su richiesta una copia, che è quella fotografata, la copia su cui Giacomo Giossi ha invece condotto la recensione per L’Indice dei Libri FN non sa chi l’abbia pagata, ma si immagina che sia arrivata all’Indice da Barbès e da qui sia arrivata a Giossi, ma è un’ipotesi)

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Dorso, cop. (part.), 1

Riassunto bibliografico:
queer / letteratura francese / prime edizioni italiane
Cosa vuol dire amare, di Mathieu Lindon
1. ed. – Firenze : Barbès. – 2o,5 x 14 cm. ; 281 p.. – ([Intersections – 87])
Isabella Mattazzi (trad. di)
alla copertina: “da sinistra a destra, Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Claude Mauriac, Jerôme Lindon, Robert Pinger, Nathalie Sarraute, Claude Ollier di fronte alla sede delle Éditions de Minuit nel 1959. © Mario Dondero”
brussura, copertina in cartoncino opaco vergato
@2012 Barbès Editore
© 2011 P.O.L. Éditeur – Paris
tit. orig.: Ce qu’aimer veut dire

Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Quarta di cop., dorso, cop. (part.), 1 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Quarta di copertina (part.), 1 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Dorso (part.), 1 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Dorso (part.), 2 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Copertina (part.), 2 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. C. di guardia (part.), 1 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. C. di guardia (part.), 2 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Frontespizio (part.), 2  Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Colophon (part.), 1 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Pag. 7 (part.), 1 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Pag. 7 (part.), 2 Mathieu Lindon, Cosa vuol dire amare; Barbès 2012. [resp. grafica non indicata]; fotog.: A. Robbe-Grillet, C. Simon, C. Mauriac, J. Lindon, R. Pinget, S. Beckett, N. Sarraute, C. Ollier, 1959 © M. Dondero. Taglio superiore (part.), 1

Angelo Morino / IN VIAGGIO CON JUNIOR. Sellerio 2002. (Recensione, di Anna Nadotti)

Posted in recensioni by federico novaro on 14 novembre 2012

In viaggio con Junior
di Angelo Morino

[responsabilità grafica non indicata]

228 p. ; 8€
Sellerio -La memoria 549, Palermo 2002

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagina 11 (part.), 1

Nel 2002, dieci anni fa, verso la fine di Ottobre, usciva da Sellerio, editore con il quale collaborava da tempo, il primo libro di narrativa di Angelo Morino, In viaggio con Junior.

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Copertina (part.), 1

Uscì allora su il manifesto una recensione di Anna Nadotti, che FN, grazie alla gentilezza dell’autrice, ripropone qui.
Di Angelo Morino e dei suoi libri su FN si è già parlato in varie occasioni; in coda al testo i link ai post.

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagina 9 (part.), 1

In fondo a questo buio ormai divenuto compatto

È un romanzo d’amore -questo In viaggio con Junior (Sellerio 2002, 8€) di Angelo Morino? L’amore non viene mai nominato, né vi si fa allusione con procedure retoriche letterarie. Per questo direi che lo è davvero, un romanzo d’amore. “Non cantare la rosa, fai della rosa un poema”, scriveva Vicente Huidobro, e Morino senza dubbio lo sa.

È anche un diario di viaggio. Il narratore infatti prima ci conduce a New York, poi ci fa attraversare buona parte della penisola italiana, fino a Matera, e infine ci conduce in Sardegna, in una dolorosa ricerca di senso per qualcosa che un senso non ce l’ha. Sullo sfondo, il luogo di partenza e ritorno, la Torino in cui l’autore e Junior abitualmente vivono. Città ora grigia e cupa, ma non per questo temibile, ora limpida sino alla trasparenza eppure minacciosa per chi a un tratto deve fare i conti con un’assurda solitudine, con una malattia mentale che si manifesta all’improvviso e si dilata e s’insinua fino a azzerare la vita stessa, una malattia dal nome difficile e impietoso, forclusione del nome del padre.

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagina dell'occhiello (part.), 2

“L’avevo cercata su un apposito dizionario, me l’ero fatta spiegare. Forcludere: chiudere fuori, escludere, mettere fuori da sé”. Ma l’esclusione dalla propria vita del padre, forse indegno ma vivo, in morte del padre azzera l’esistenza stessa di Junior, e di riflesso quella del narratore, amato e amante e fantasmatico padre elettivo.
In questa sua triplice veste egli racconta, senza nascondere nulla, una inarrestabile discesa agli inferi, il cui dolore sembra avere un unico riscatto, non consolazione, nella scrittura. Sapientissima, densa, compiaciuta solo quel tanto che appare inevitabile quando fin da ragazzi si è trovato nei libri un nutrimento ideale e quando di letteratura si vive, perché Angelo Morino insegna letteratura e ha tradotto, ma soprattutto legge: “Sono uno che legge perché gli piace leggere, e non uno che studia”.

Non a caso i suoi numi tutelari, nelle diverse stazioni a cui approda -ma stazioni sono anche quelle della via Crucis- sono uno scrittore e una scrittrice che lui conosce con quella particolare acribia amorosa che viene dall’averli anche tradotti -e di cui non faccio i nomi dal momento che lui non li fa. Preferisce disseminare le sue pagine di indizi eloquenti, che il lettore decifrerà da sé.
Scrittori che non hanno eliso i sentimenti dalle loro pagine, non sono arretrati di fronte ai grumi, alla cattività che i sentimenti possono produrre.

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagine interne (part.), 1 Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagine interne (part.), 2 Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagine interne (part.), 3 Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagine interne (part.), 4

Non si affronta New York in stato di assoluta solitudine se non con la certezza che lì ci aspetta se non altro una corposa compagnia di ombre, personaggi di mille romanzi, e film, che hanno incrociato i nostri passi. Non si raggiungono i Sassi di Matera -attraversando terre un tempo di briganti e leggende- con le ferrovie Appulo Lucane se non si è meditato Carlo Levi, se non si vuole in quelche misura rintracciarne insieme l’esilio e il perdurante amore per le pennellate larghe, pastose, vitali.
Non ci si mette in viaggio con una persona amata ma imbottita di farmaci, se non ci si sente in qualche modo protetti almeno dalle voci che nel tempo si sono immaginate. Come si può fronteggiare il suo smarrimento, il suo impacciato tentativo di ancorarsi ad atlanti e carte geografiche per non perdere completamente la direzione? Come si può fronteggiare la sua paura senza esserne devastati?

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagina 11 (part.), 1

Quale destino fa sì che una storia d’amore felice si trasformi in una grande ingiuistizia? Domande non retoriche, alla lettura di queste pagine. Affiorano nell’attesa di un treno in una minuscola stazione del sud d’Italia, ma potrebbe essere il Messico di Juan Rulfo. Aleggiano nell’aria, e non importa se intorno scoppiano fuochi artificiali di un capodanno meridionale che ci riporta agli anni Cinquenta, e invece è dei nostri giorni. Lo sguardo che scruta il mondo dal finestrino del treno -e che ricorda l’ultimo film di De Oliveira, Il principio dell’incertezza- è uno sguardo penetrante ma distaccato, che cerca nei tratti delle cose, nei contorni delle colline, nelle improvvise asperità del terreno qualcosa a cui aggrapparsi, gesto speculare a quello del compagno che si aggrappa alle mappe. “Così, seduti faccia a faccia, mentre lui fuma e io lo guardo fumare, procediamo insieme verso la capitale del Levante che ci aspetta in fondo a questo buio ormai diventato compatto”.

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Pagina dell'occhiello (part.), 1

È molto interessante, e narrativamente -o forse dovrei dire drammaturgicamente- riuscita, l’opera in due atti che Angelo Morino mette in scena: romanzo che tuttavia è un diario, diario che tuttavia è silenzioso dialogo con l’altro. “Forse, sì, occore trovare un padre di elezione perché uno scambio di parole avvenga fra due uomini. Con quello di appartenenza c’è un blocco nel parlare. Troppa grammatica, troppa sintassi, messe lì ad arginare i sentimenti e gli abbandoni”. Una rigidità di strutture discorsive che forse -c’è bisogno di un forse?- solo una voce più profonda, femminile e materna, consente di spezzare.
“Avevo spazzato la casa, pulito tutto come prima dei miei fumerali… E poi ho cominciato a scrivere. Tutto era pronto per la mia morte, allora ho cominciato a scrivere ciò di cui so benissimo che non potreste mai intuire la ragione, cogliere il divenire. È così che succede” (Marguerite Duras).

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Frontespizio (part.), 1

In occasione dell’uscita de Il film della mia vita (Sellerio 2012) su FN s’è tentata una ricognizione della memoria di Morino in rete, per provare a tracciarne un ritratto.

Il film della mia vita fu recensito da Anna Chiarloni in una recensione che comparve su L’Indice, e che grazie alla gentilezza dell’autrice, fu trascritta su FN.

Angelo Morino, In viaggio con Junior. Sellerio 2002. [resp. grafica non indicata], alla cop.: Great Wave, di Michael Langenstein. Taglio superiore (part.), 1

Lizzie Siddal / LUCINDA HAWKSKEY. Odoya 2012. (Recensione di Camilla Valletti)

Posted in recensioni by federico novaro on 13 novembre 2012

Lizzie Siddal. Il volto dei Preraffaelliti
(Lizzie Siddal: The Tragedy of a Pre-Raphaelite Supermodel)
di Lucinda Hawkskey

traduzione di Margherita Ciavarretti e Anna Scopano
prefazione di Barbara Tomasino
impaginazione di Rossella Russo
[responsabilità grafiche non indicate]

cartaceo, brossura con risvolti
203 p.: 19 t. [34 ill.] col. fuori testo ; 16 €
Odoya -Odoya Library, Bologna 2012

Lucinda Hawksley, Lizzie Siddal. Odoya 2012. [responsabilità grafica non indicata]. Pag. della prefazione (part.), 1

Groupie antelitteram, meglio stunner come erano definite dagli artisti vittoriani le loro modelle preferite, Elizabeth Siddal, “Miss Sid”, fu l’emblema di bellezza emaciata, di eterea femmina in bilico tra la vita e la morte, che dominò nei quadri che Dante Gabriele Rossetti, prima amante e poi marito, produsse dopo la metà degli anni Cinquanta.

Il tratto di Lizzy più appariscente erano senz’altro i lunghi capelli rossi che portava liberi, segnale di un’eccentricità esibita e poco ben accolta dentro la comunità poverissima e cattolicissima dove viveva. Per Rossetti, già abituato ad infatuazioni del genere, lei rappresentò l’incontro con il destino.

La ricostruzione biografica di Lucinda Hawksley, pronipote di Dickens non per nulla, è il resoconto dettagliato, attento, scientifico, della vita dell’entourage preraffaelita nel quale Siddal visse per quasi dieci anni, minata dalla dipendenza dal laudano, ossessionata dai tradimenti di Rossetti, angustiata dalle rivali in arti e in amore.

Lucinda Hawksley, Lizzie Siddal. Odoya 2012. [responsabilità grafica non indicata]. Copertina (part.), 3

Colpisce nel racconto la promiscuità del gruppo, lo scambio delle amanti, il fascino reciproco esercitato tra un artista e l’altro. L’amicizia di Rossetti con John Ruskin, che fu grande ammiratore di Siddal anche da un punto di vista artistico quando lei prese a dipingere scadenti bozzetti, era innervata da una potente fascinazione erotica che si trasferiva sulle loro donne. In particolare, la giovane moglie di Ruskin chiese il divorzio imputando le cause all’impotenza di lui e alla sua predisposizione per le bambine. Si sposò poi con John Everett Millias, l’autore del più celebre quadro in cui compare Siddal nelle vesti di Ofelia suicida.

Sessualità libera ma sempre al limite della tragedia, coppie composte e disfatte alla luce di nuovi incontri, di nuove stunner che si annunciavano più seducenti, più giovani e arrembanti. L’infelice Siddal, anoressica, colpita da continue crisi di emicrania non riesce a fermare il bisogno di analgesici. Arriva a bere cento gocce di laudano ad ogni somministrazione eppure, date le difficoltà di individuare metodi contraccettivi efficaci, resta incinta due volte. Porta avanti la gravidanza fino al settimo mese ma poi nasce un feto morto. Il rischio di setticemia è altissimo. Eppure, ancora, Siddal affronta un’altra gravidanza.

Quando si suiciderà bevendo un’intera bottiglia di laudano che la riduce in coma, Lizzy ha 32 anni, è incinta di due mesi, Rossetti l’ha finalmente sposata dopo innumerevoli tentennamenti.

Lucinda Hawksley, Lizzie Siddal. Odoya 2012. [responsabilità grafica non indicata]. Tavole fuori testo (part.), 3

Si chiude così la parabola tristissima di una figura di donna non abbastanza abile come artista, e neppure come poetessa. I suoi versi, pur intensi, sono prefigurazioni drammatiche di una vita senza amore. Legata ad un uomo volubile, lontanissimo per estrazione, cercò attraverso il suo formidabile aspetto un riscatto che non avvenne mai, un’accettazione sociale giudicata, in fondo, impossibile.

Antonia S. Byatt a lei si è ispirata per il personaggio di Beatrice ne Il libro del bambini. Lucinda Hawksley con amorevole sforzo e profonda conoscenza del mondo vittoriano, riporta alla luce la sua storia senza dimenticare tutti gli aspetti del quotidiano. Gli abiti, i tanti thè falliti con la famiglia Rossetti, l’atelier di pittura, la casa a Londra nei quartieri alti senza cucina, le lunghe passeggiate a Bath, le cattive abitudini igieniche, le letture selvagge e il gusto sicuro per la bellezza.

Di questo massacro individiale, restano le mille forme che il suo volto ha assunto in tutti i ritratti di Rossetti, che fosse una schiava sottomessa, una regina sanguinaria, Lizzy ritorna con le pallide labbra socchiuse e i ricchi capelli rossi di strega moderna a farle da spade.

Lucinda Hawksley, Lizzie Siddal. Odoya 2012. [responsabilità grafica non indicata]. Quarta di copertina, dorso, copertina (part.), 1

(“Può un libro bello essere brutto?” Ce lo si è chiesto nella Segnalazione: FN > Segnalazioni)

(chi ha pagato il libro: la casa editrice Odoya l’ha gentilmente spedito a Camilla Valletti su richiesta di FN)

Riassunto bibliografico:
queer / letteratura inglese / prime edizioni italiane
Lizzie Siddal. Il volto dei Preraffaelliti, di Lucinda Hawkskey
1. ed. – Bologna : Odoya. – 21 x 15,5 cm. ; 203 p.: 19 t. [34 ill.] col. fuori testo. – (Odoya Library – 94)
Ciavarretti, Margherita (trad. di) ; Scopano, Anna (trad. di)
Tomasino, Barbara (prefazione di)
Russa, Rossella (impaginazione di)
Brossura con risvolti
©2012 Casa editrice Odoya
©2004 Lucinda Hawkskey
tit. orig.: Lizzie Siddal: The Tragedy of a Pre-Raphaelite Supermodel

Lucinda Hawksley, Lizzie Siddal. Odoya 2012. [responsabilità grafica non indicata]. Taglio superiore (part.), 1

Per FN Camilla Valletti ha anche recensito:

Colm Tóibín, Fuochi in lontananza / Fazi 2008

Virginia Woolf: Tutti i racconti / Newton Compton 2009

Helen Humphreys: Il giardino perduto / Playground 2009

Bianca Pitzorno: Giuni Russo. Da un’estate al mare al Carmelo / Bompiani 2009

Norman Mailer: Pubblicità per me stesso / Baldini Castoldi Dalai 2009

Roland Barthes: Dove lei non è / Einaudi 2010

Helen Humpreys: Coventry / Playground 2010

Adam Haslett: Union Atlantic / Einaudi Stile Libero 2010

Pietro Citati: Leopardi / Mondadori 2010

Alan Bennet: Una vita come le altre / Adelphi 2010

Françoise Sagan: All’impazzata. Astoria 2011

Truman Capote: Ricordo di Natale / Donzelli 2011

Lucinda Hawksley, Lizzie Siddal. Odoya 2012. [responsabilità grafica non indicata]. Tavole fuori testo (part.), 1

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