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Chad Harbach / L’arte di vivere in difesa. Rizzoli 2012 (segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 10 aprile 2012

È in libreria

L’arte di vivere in difesa
(The Art of Fielding)
di Chad Harbach

traduzione di Letizia Sacchini
Art Director Francesca Leoneschi
Graphic Designer: Andrea Cavallini
per theWorldofDOT

513 p. ; 20 € | cartaceo
Rizzoli -la scala, Milano 2012

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Copertina (part.), 1

Preceduto dalla fama ottenuta negli Stati Uniti arriva in Italia L’arte di vivere in difesa, primo romanzo di Chad Harbach.

Chad Harbach è cofondatore e coeditore della rivista “n+1“.

Già Mirella Appiotti nella anticipazioni di Dicembre ne aveva parlato su TuttoLibri: “[...] Scopriremo la «tenuta» della new entry americana Rizzoli, Chad Harbach, nel suo primo libro, L’arte di vivere in difesa, amato da quel mai contento Franzen, un percorso di crescita, sullo sfondo del baseball, né Roth né DeLillo, ma la nuova intellighenzia yankee. [...]“.

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Copertina (part.), 2

Dal sito della Rizzoli:
“[...] tutto sta per cambiare. E ciascuno, che lo voglia o no, sarà costretto a fare i conti con quella cosa luminosa e terribile che chiamiamo vita. Acclamato, premiato, segnalato come miglior libro dell’anno da oltre trenta prestigiose testate, bestseller in USA, Inghilterra e Olanda, L’arte di vivere in difesa ha consacrato il suo autore capofila di una nuova generazione di narratori americani. Con la naturalezza dei grandi, Chad Harbach regala al lettore il piacere puro di una storia avvolgente, appassionante, che risplende di intelligenza e di umanità. [...]“

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Copertina (part.), 3

È già molto recensito: Su satisfiction il 28 gennaio ne ha scritto Nicola Manuppelli: “[...] Il libro è diventato leggendario ancora prima di uscire (tanto è vero che è il primo romanzo d’esordio ad avere un altro libro scritto su di esso contemporaneamente alla pubblicazione, “How a Book is Born: The Making of art of Fielding” di Steve Blass) [...] Il romanzo è stato acquistato da Little Brown, dopo un’asta feroce, ed è stato pagato a una delle cifre più alte per il romanzo di un esordiente. [...] Franzen ha definito il libro “un puro divertimento, dove le pagine si divorano. Una sorta di Tom Jones ambientato nel mondo dei college e del baseball” [...]“

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Pag. 5 (part.), 1

L’11 marzo repubblica ha pubblicato un’intervista a Chad Harbach a cura di Antonio Monda:

“[...] «L’idea iniziale del libro era la crisi improvvisa di un giocatore destinato al grande successo: è quello che succede ad Henry nel mio libro ed è quello che ho visto accadere varie volte nel baseball. Nel momento della crisi, gli atleti, a cui attribuiamo una dimensione epica ed eroica, mostrano le loro emozioni e la loro vulnerabilità: sono nudi. Ma il libro, ovviamente non è solo sul baseball. [...] La mia intenzione era quella di scrivere un metaromanzo novecentesco, con una struttura classica ed un sapore contemporaneo, che facesse sentire come si vive oggi. Se posso fare una battuta il mio post-postmoderno si risolve in un classicismo» [...] Lei cita come punti di riferimento Infinite Jest di David Foster Wallace, End Zone di Don DeLillo e Moby Dick di Melville, tre libri estremamente diversi. «C’è chi pensa che il post-moderno inizi proprio con Moby Dick, ma quello che a me interessa è che sia innanzitutto un capolavoro. Ammiro DeLillo, mentre per quanto riguarda Foster Wallace ho deciso di diventare uno scrittore dopo aver letto Infinite Jest. Quel romanzo mi ha fatto capire cosa si possa fare con la scrittura, e come si possa raccontare la contemporaneità» [...]“.

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Colophon (part.), 2

il 21 marzo ilPost ha pubblicato una breve anteprima (“Esce in Italia un bel romanzo sul baseball, sulla vita, e sul rapporto tra genio e regolatezza”), linkandolo alla traduzione della lista che il New York Times ha fatto dei libri più belli del 2011, fra i quali il libro di Chad Harbach.

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Frontespizio (part.), 2

In occasione dell’uscita italiana del libro la Rizzoli ha pubblicizzato il libro attraverso più canali, fra questi l’account @RizzoliST su twitter, sbarcato di recente ma molto attivo e che sembra interpreatare il ruolo, ormai presente in moltissime case editrici, in maniera originale, scegliendo il noi come io narrante, e riuscendo a trasmettere un’idea del lavoro editoriale allegra, anche buffa, molto puntando sull’empatia con il pubblico non mediata dalla bibliofilia ossessiva (“Pagina dopo pagina, la vite dei libri e della redazione della Narrativa Straniera Rizzoli. Tweets from the guys at Rizzoli Foreign Fiction.”).

I tweet prodotti sono raccolti in un post su Storify, e rappresentano un’ottimo esempio di promozione (sì, anche FN è stato compreso nello Storify, con le foto fatte per illustrare questo articolo, su Flickr dal 16 marzo 2021). Fra i materiali interessanti, oltre a articoli e recensioni, la presentazione delle ipotesi di copertina prodotte prima di arrivare alla definitiva (che è una rielaborazione della copertina originale statunitense). Anche questo, se riuscirà a sollecitare commenti e indicazioni da parte del pubblico, potrà essere uno strumento interessante nelle mani degli studi grafici e delle case editrici. A FN poi interessa particolarmente perché è una efficacissima dimostrazione di come una copertina possa “fare” un libro, anzi: tanti, a partire dallo stesso testo.

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Quarta di copertina (part.), 1

Scorrendo lo Storify (ma sarà maschile o femminile?) è anche interessante vedere come e quanto fosse pianificato e attento il rilascio dei tweet, divisi tematicamente secondo i giorni, (recensioni, grafica, traduzione…) una chiarezza formale che forse, in questi mesi di supercrescita un po’ caotica del mezzo, è molto efficace.

Naturalmente molti tweet sono citazioni da recensioni, e assomigliano pericolosamente a dei blurp dove ogni libro è il capolavoro assoluto e universale, cosa che forse alla lunga serve a poco.

Rizzoli Straniera ha anche attivato un board dedicato a L’arte di vivere in difesa su Pinterest.

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Dorso (part.), 3

Gad Lerner ne ha parlato su Vanity Fair: [...] Aveva tutto per dispiacermi, il troppo perfetto libro di Harbach: la sceneggiatura già confezionata per un film hollywoodiano; l’autore bene inserito del giro dei letterati di Harvard, per giunta col vezzo di nascondere l’età; la pluri-acclamazione quale miglior libro dell’anno nonché bestseller negli Usa; e, come se non bastasse, l’epicentro narrativo concentrato sul diamante, ovverosia sul campo di baseball, cioè di uno sport che mi annoia mortalmente e di cui non ho mai voluto imparare le regole. E invece…
E invece la troppo perfetta, acuminata scrittura di Harbach corrisponde alla ricerca altrettanto esasperata dei suoi protagonisti riuniti in un campus universitario, il Westish College, sulla riva del lago Michigan. Una ricerca che passa attraverso le prestazioni con cui stressano il loro corpo, forzandolo a una disciplina innaturale, ossessiva. [...]“

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Dorso (part.), 4

l’8 aprile Stefania Vitulli intervista Harbach per il Giornale: “[...] Che cosa ha da dirci il baseball su come affrontare questi tempi difficili?
«La paura del successo e la paura del fallimento sono due demoni gemelli. Non solo per Henry come atleta, ma per tutti i personaggi, quando entrano in una fase nuova della loro vita. Qualcuno mi ha detto che questo libro parla del “sogno americano” e in qualche modo concordo. I protagonisti avrebbero la possibilità, per i loro talenti, perché frequentano un ottimo college, di salire nella scala sociale. Ma scoprono ben presto che non è così semplice. Che le implicite promesse della scuola non necessariamente si avverano nel mondo reale. E che anche se avranno successo, si lasceranno dietro un sacco di persone. In questo senso, il romanzo è il risultato del momento di tensione economica per i giovani, in cui le speranze e le promesse sono sempre le stesse, ma le prospettive, anche per i più fortunati, sembrano mancare».[...]“.

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Dorso (part.), 3

Naturalmente se ne è parlato su baseball.it: Luigi Giuliani: “[...] The Art of Fielding è quindi un romanzo che incrocia felicemente la baseball fiction con il genere della campus novel (le narrazioni ambientate nel mondo accademico) e del bildungsroman (il romanzo di formazione), ma è anche un’eccezionale riflessione sulla scrittura, con decine di riferimenti a autori e opere letterarie, a cominciare dallo stesso titolo (che rimanda a Henry Fielding, autore del romanzo settecentesco Tom Jones) per continuare con Melville, T.S. Eliot, Marco Aurelio, Epitteto, Pynchon…

Un romanzo dall’avvio ironico che si rivela subito profondissimo e che riprende sottilmente il filo con cui George Plimpton ne Il curioso caso di Sidd Finch del 1987 (pubblicato da pochissimo in Italia dalla 66thand2nd) aveva intessuto il rapporto fra baseball e filosofie orientali. [...]“

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Dorso (part.), 2

Nel sito di Barnes&Nobles molte pagine dell’edizione originali sono liberamente accessibili.

Chad Harbach, L'arte di vivere in difesa. Rizzoli 2011. Art director Francesca Leoneschi; graphic designer: Andrea Cavallini. Incipit (part.), 1

(chi ha pagato il libro: FN. Gli pare alla solita libreria Mondadori dove essendo che ha la Carta Musei ha diritto al 15% di sconto; ipotizza però che sia possibile anche che invece l’abbia comprata alla Feltrinelli di Porta Nuova, sempre a Torino, mentre andava a mangiare un cheesburger da McDonald; è incerto)

Tutte le segnalazioni di testi LGBTQ, le trovate ben ordinate su FN

Gertrude Stein / Sollevante Pancia. Liberilibri 2010. Recensione di Francesco Gagliardi

Posted in letteratura americana, recensioni by federico novaro on 9 maggio 2011

Gertrude Stein
Sollevante Pancia

A cura di Marina Morbiducci
testo originale a fronte

XXX + 132 p. ; 16 €
Liberilibri -il circo, 16; Macerata 2010

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; frontespizio (part.), 1

FNlibri è orgoglioso di presentare una recensione inedita di Francesco Gagliardi a Sollevante Pancia, di Gertrude Stein, Liberilibri 2010

(il libro sarà presentato al Salone del Libro di Torino il 12 maggio alle ore 16 nella Sala Avorio, a cura di Liberilibri, con Armando Massarenti e Marina Morbiducci)

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; risvolto della q. di copertina (part.), 1

Sollevante Pancia / Gertrude Stein, a cura di Marina Morbiducci, Liberilibri 2010

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 4

Come è destino di molte famose coppie lesbiche del passato ma non solo, Gertrude Stein e Alice Toklas sono state a lungo vittime di una forma particolarmente insidiosa della così detta “invisibilità lesbica”.
Che fossero una coppia è difficile negarlo: nonostante i pudori delle vecchie biografie che descrivono Toklas volta a volta come amica, dama di compagnia e segretaria, è Gertrude stessa, nell’Autobiografia di Alice B. Toklas, a descrivere il ménage di rue de Fleurus 27 nei termini di un matrimonio eterosessuale dei più convenzionali, con Gertrude che chiacchiera nello studio con i mariti artisti e Alice in salotto con le mogli – una circostanza, sia detto per inciso, che ha attirato su Stein le antipatie di un gran numero di persone offese dall’aspetto eteronormativo della relazione e forse non abbastanza sensibili alla sua dimensione ironica e performativa.

Nell’immaginario di molti lettori della scrittrice, tuttavia, (ci si augura che su questo punto le lettrici abbiano più buonsenso) l’esatta natura del rapporto tra le due donne è stata a lungo caratterizzata dall’aura di mistero, sadismo e depravazione conferitale con deliberata perfidia dal famigerato capitoletto di Festa Mobile in cui Hemingway descrive la fine “piuttosto strana” della sua amicizia con Stein. Recatosi inaspettato a casa della scrittrice e introdotto da un’incauta cameriera in anticamera, il grande cacciatore dice di aver sentito “qualcuno” (Toklas non viene mai chiamata per nome nell’intero libro) rivolgersi alla “signorina Stein”

in un tono in cui non avevo mai sentito nessuno parlare ad un’altra persona: mai, in nessun posto. Mai.

Poi si sentì la voce della signorina Stein che implorava e supplicava. Diceva: “No, gattina. No. No, ti prego, no. Farò quello che vuoi gattina, ma ti prego non farlo. Ti prego, no. Ti prego, gattina, no”.

Sentendo questo, lo sgomento Hemingway manda giù il bicchiere di liquore offertogli dalla cameriera e si avvia alla porta:

“Devo andare” dissi, cercando di non sentire altro mentre uscivo, ma la scena continuava e l’unico modo di non sentire era andarsene. Era orribile sentire e le risposte erano anche peggio.

Il tono perversamente allusivo e omofobico dell’aneddoto non potrebbe contrastare maggiormente con quello di un piccolo gruppo di poemi in prosa scritti tra la metà degli anni Dieci e i primi anni Venti in cui Stein esamina gli aspetti più intimi della sua vita quotidiana con Toklas: dall’organizzazione domestica al giardinaggio, dalla pratica della scrittura (che, come è noto, vedeva Toklas coinvolta in qualità di prima e per lungo tempo unica lettrice, oltre che come copista-dattilografa), allo scambio di intimità fisiche.

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 4

Lifting Belly, composto tra il 1915 e il 1917 e pubblicato per la prima volta nel 1953 a sette anni dalla morte della scrittrice, è forse il più noto di questi scritti.
Ed anche il più esplicito, nella misura in cui la scrittura steiniana lo consente. Al centro del poema è infatti la riflessione, volta a volta giocosa, analitica e celebrativa, sulla dimensione sessuale del rapporto tra le due donne, una riflessione che fa di quest’opera, pur nella sua eccentricità, un caposaldo della letteratura lesbica del primo Novecento.

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 4

Lifting Belly è da pochi mesi nelle librerie italiane, tradotto per la prima volta in versione integrale grazie alla dedizione e al coraggio dell’editore Liberilibri, che di Stein ha già pubblicato le raccolte Teneri Bottoni (1989, 2006), Geografia e Drammi (2010) e Opere ultime e drammi (2010).

L’edizione, con testo americano a fronte, è corredata da un’introduzione e da una biografia ragionata a cura di Marina Morbiducci, che dell’opera ha anche curato la traduzione.

Sfortunatamente, come molte traduzioni della notoriamente “intraducibile” Stein, la versione di Morbiducci sembra spesso fraintendere la natura della complessità del linguaggio steiniano, rendendo in maniera astrusa scelte la cui eccentricità è spesso frutto, nell’originale, di alterazioni sintattiche semplicissime e di accostamenti verbali inconsueti ma grammaticalmente irreprensibili.

Il problema principale è rappresentato in questo caso dal titolo stesso, che Morbiducci rende con l’infelicissimo e fuorviante Sollevante pancia. La resa del titolo è cruciale, dal momento che ‘lifting belly’ ricorre poi ben 478 volte nel corso del testo, nascondendo in bella vista il soggetto principale dell’opera. Che non è, come sostiene Morbiducci nell’introduzione, il “pene femminile” (IX), bensì l’atto sessuale.
La resa più opportuna dell’espressione è infatti la più semplice e prosaica, quella che secondo un uso del tutto comune in inglese intende il gerundio ‘lifting’ in funzione di infinito: ‘Sollevare la pancia’.

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 4

Che ‘lifting belly’ sia da intendersi come sintagma verbale e non nominale sembra confermato da versi come i seguenti: ‘Lifting belly is gratifying’ (Sollevare la pancia è gratificante) (26), ‘Lifting belly was very fatiguing’ (Sollevare la pancia è stato estenuante) (26), ‘Lifting belly must please me’ (Sollevare la pancia deve darmi piacere) (66), ‘Lifting belly can please me because it is an occupation I enjoy’ (Sollevare la pancia può darmi piacere perché è una cosa che mi piace fare) (74), ‘Lifting belly is exciting’ (Sollevare la pancia è eccitante) (79).

Chiarito di cosa si sta parlando, simili versi diventano completamente trasparenti: l’interesse e il valore dell’opera risiedono precisamente nella maniera oltraggiosamente esplicita con cui l’autrice tratta un argomento inimmaginabile, sfruttando questa stessa inimmaginabilità per dire cose altrimenti indicibili. Tradurre rispettivamente, come fa Morbiducci: ‘Sollevante pancia è gratificante’, ‘Sollevante pancia è stata impegnativa’, ‘Sollevante pancia deve assecondarmi’, ‘Sollevante pancia mi da piacere perchè è un’attività appagante’ e ‘Sollevante pancia è eccitante’ crea un senso di opacità del tutto assente nell’originale, rendendo impossibile capire di cosa si stia veramente parlando anche dopo aver colto la connotazione sessuale dell’espressione.

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 4

La resa di ‘lifting belly’ come sintagma nominale, con ‘lifting’ inteso in funzione di aggettivo, sembra plausibile in quei versi che presentano una sorta di personificazione dell’atto, come ‘Lifting belly has a dress’ (Sollevare la pancia ha una gonna) (64) e ‘Lifting belly is proud’ (Sollevare la pancia è orgogliosa) (100).
Qui la versione di Morbiducci (‘Sollevante pancia ha un vestito’, ‘Sollevante pancia è orgogliosa’) sembra effettivamente aver senso dal punto di vista grammaticale. Il problema è che anche in questo caso la resa risulta estremamente ermetica; si perde così l’effetto straniante prodotto dalla giustapposizione di espressioni di prosaica limpidezza ad espressioni che, in virtù di scarti morfologici minimi, vengono ad acquistare un significato più ambiguo, quando non del tutto impenetrabile.

Ma la scelta di Modbiducci è problematica anche e soprattutto ad un livello più profondo. Uno degli aspetti che rendono l’opera particolarmente rilevante all’interno del corpus steiniano, specie in relazione al sospetto di eteronormatività latente che grava sulla scrittrice, è l’attenzione alla dimensione dinamica e relazionale della sessualità lesbica.

In un bello studio sull’opera, Rebecca Mark ha messo in luce come nel testo non esista una gerarchia tra Stein e Toklas: i versi ‘Please be the man / I am the man’ (Per favore fai l’uomo / Sono l’uomo”) sembrano alludere precisamente ad una esplicita e fluida negoziazione di ruoli. Questa dimensione è resa in parte attraverso l’insistente ripetizione della locuzione principale, che configura ‘sollevare la pancia’ come pratica quotidiana, dialogo intimo e ricorrente tra due interlocutrici. Personificare l’atto, identificandolo con una misteriosa parte corporea (il pene femminile?!), oscura questa dimensione attiva e relazionale, suggerendo un’ossessione feticistica che, per quanto non del tutto assente, non ha certamente nel testo la centralità che la versione di Morbiducci le attribuisce.

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 4

Nell’introduzione Morbiducci si dilunga a difendere la scelta di ‘Sollevante pancia’, ammettendo persino che la soluzione proposta potrà ‘di primo acchito (…) suonare disturbante, pesante, faticosa’ (XII). Le ragioni addotte, tuttavia, non sono convincenti, specie considerando che delle ben sette alternative che la traduttrice dice di aver preso in considerazione (e che includono scelte incredibili quali: ‘Sollevapancia’, ‘Pancia Saliente’ e ‘Pancia in Sollievo’) nessuna si discosta dalla resa nominale.
Resta il fatto che spesso (e volentieri!) la scrittura steiniana è effettivamente ambigua, complicata, polivalente, sì che scelte che ad un lettore appaiono ovvie appariranno incomprensibili ad un’altra lettrice.

Un pregio non trascurabile dell’edizione di Liberilibri è dunque l’inclusione del testo originale, che consentirà ai lettori e alle lettrici anglofone di giudicare da sé.

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 2

Come già segnalato nel post per Flirtare ai grandi magazzini qui su FNlibri, c’è un bellissimo lavoro sulle Shorts Sentences di Gertrude Stein, fatto da Francesco Gagliardi

Francesco Gagliardi, da: "Short Sentences 1993-2005" (http://francescogagliardi.net/ss.html)

In occasione della Fiera di Roma per la piccola e media editoria avevo mandato una cartolina dallo stand di liberilibri

Su flickr un set di foto per Sollevare Pancia, Flirtare ai grandi magazzini e l’Autobiografia

Sollevante Pancia sarà presentato al Salone del Libro di Torino il 12 maggio, ore 16-17 nella sala avorio (relatori la prof.ssa Morbiducci e Armando Massarenti del Sole 24 Ore)

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 4

David Sedaris / Bestiole e bestiacce. Mondadori 2011. (segnalazione)

Posted in letteratura americana, segnalazioni by federico novaro on 2 maggio 2011

È in libreria

David Sedaris
Bestiole e bestiacce
Sedici storie cattive

Illustrazioni di Ian Falconer
Traduzione di Matteo Colombo
Art Director: Giacomo Callo
Graphic designer: Manuele Scalia

167 p.: ill. b/n e col. (rosso) ; 16,50 €
Mondadori -Strade blu, Milano 2011

Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; cop. (part.), 1

Mondadori, editore italiano di Sedaris, manda in libreria, nelle “Strade blu”, l’ultimo suo libro, Bestiole e bestiacce (Squirrel Seeks Chipmunk, A Wicked Bestiary, Little Brown & Co., 2010).

Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; frontespizio (part.), 1

Il risvolto si chiude come spesso accade enfaticamente: “[...] Corredata dalle fantastiche illustrazioni di Ian Falconer, questa raccolta di storie rappresenta un piccolo capolavoro nel suo genere. [...]“. Forse, anche se divertente e ben congegnato, Bestiole e bestiacce non è un capolavoro, piuttosto un divertissement dell’autore, che però qui, diversamente da altri suoi libri precedenti, si lascia forse trasportare dalla sua propria fama di autore caustico e brillante.

Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop., 1

Sedaris è un fantastico osservatore degli esseri umani e delle relazioni che questi intrattengono fra di loro, il traslato in ambito animale, con il gioco che naturalmente si crea fra metafora e stereotipo, non gli giova.

Naturalmente di animali che parlano e che agiscono come umani n’è piena la letteratura, i fumetti, l’intera comunicazione, e che scoiattoli e coniglietti non siano più quelli Disney di Biancaneve e Cenerentola se n’era già accorta anni fa la Disney stessa in Hercules, facendone servi di Ade, (per non parlare dei cattivissimi Happy Tree Friends) e ormai fa meno ridere. La necessità anti-melensa fa noiosi questi racconti, e prevedibili.

Resta naturalmente il mestiere di Sedaris, e Bestiole e bestiacce si legge volentieri, ma in attesa del prossimo.

Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; cop. (part.), 3Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; cop. (part.), 2Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; cop. (part.), 5Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; cop. (part.), 4

Di Sedaris, qui su FNlibri, s’è recensito Quando siete inghiottiti dalle fiamme, Mondadori 2009

Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop.: "foto © Hugh Hamrock" (part.), 2 Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop.: "foto © Hugh Hamrock" (part.), 6 Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop.: "foto © Hugh Hamrock" (part.), 3 Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop.: "foto © Hugh Hamrock" (part.), 4 Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop.: "foto © Hugh Hamrock" (part.), 5 Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop.: "foto © Hugh Hamrock" (part.), 7 Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop.: "foto © Hugh Hamrock" (part.), 8 Bestiole e bestiacce, di David Sedaris, illustrato da Ian Falconer, Mondadori 2011; Art director: Giacomo Callo; Graphic Designer: Manuele Scalia; alla cop.: "illustrazione di Ian Falconer"; q. di cop.: "foto © Hugh Hamrock" (part.), 9

Gertrude Stein / Sollevante Pancia. liberilibri 2011. (segnalazione)

Posted in letteratura americana, segnalazioni by federico novaro on 23 marzo 2011

É in libreria

Gertrude Stein
Sollevante Pancia

testo a fronte

a cura di Marina Morbiducci

131 p. ; 16 €
liberilibri -il Circo 16, Macerata 2011

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 1

La casa editrice liberilibri continua la sua meritoria opera di diffusione dei testi di Gertrude Stein, altrimenti negletti dall’editoria italiana (Einaudi, storico marchio per Stein in Italia, ancora pubblica la sua Autobiografia di Alice Toklas nella traduzione di Cesare Pavese, certamente importante, ma pur sempre del 1938)

liberilibri ha sinora pubblicato:

Teneri bottoni, nel 1989 (poi 2006)

Geografia e Drammi, nel 2010

Opere ultime e Drammi, sempre nel 2010

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; risvolto della q. di copertina (part.), 1

In coda al testo un Appendice della curatrice, Marina Morbiducci, è una breve bibliografia-nota-ringraziamento, molto interessante, ecco l’incipit (salto l’esergo):

[...] Abbiamo un intero capitolo di tesi di dottorato, pronto a diventare un saggio composito, su come leggere Stein. Molti studiosi si preoccupano di equipaggiare l’indomito lettore steiniano degli strumenti utili per il sesto grado della sua comprensione; Judy Grahn, simpaticamente, fornisce un pentalogo: “gioca con lei”, “quando diventa troppo pesante, salta il pezzo”, “leggi a voce alta con uno o due amici”, “scegli una frase come mantra o pensiero della giornata”, “canta le sue frasi”. [...]

IMG_9967

Come già segnalato nel post per Flirtare ai grandi magazzini qui su FNlibri, c’è un bellissimo lavoro sulle Shorts Sentences di Gertrude Stein, fatto da Francesco Gagliardi

Francesco Gagliardi, da: "Short Sentences 1993-2005" (http://francescogagliardi.net/ss.html)

In occasione della Fiera di Roma per la piccola e media editoria avevo mandato una cartolina dallo stand di liberilibri

Su flickr un set di foto per Sollevare Pancia, Flirtare ai grandi magazzini e l’Autobiografia

Sollevante Pancia sarà presentato al Salone del Libro di Torino il 12 maggio, ore 16-17 nella sala avorio (relatori la prof.ssa Morbiducci e Armando Massarenti del Sole 24 Ore)

Francesco Gagliardi ha scritto per FNlibri una nota in merito alla traduzione di Sollevante Pancia

Gertrude Stein, Sollevante pancia, liberilibri 2011, [responsabilità grafiche non indicate]; copertina (part.), 4

La violetta del Prater / Christopher Isherwood. Adelphi 2011 (segnalazione)

Posted in letteratura americana, segnalazioni by federico novaro on 8 marzo 2011

É in libreria

Christopher Isherwood
La violetta del Prater

traduzione di Giorgio Monicelli
nota di Giorgio Manganelli
[responsabilità grafica non indicata]

136 p. ; 16€
Adelphi -Fabula 231, Milano 2011

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi 2011; [responsabilità grafica non indicata], alla cop.:"Fotografia di scena dal film "The Barker" (1928), cop. (part.), 1

Adelphi (che ha un nuovo sito, forse più banale e meno elegante, ma certo molto più utile e facile del precedente) prosegue nella ripubblicazione delle opere di Christopher Isherwood.

Sul sito il piano delle pubblicazioni non è indicato, ma si legge: “Nel Gennaio 2010, con Un uomo solo, abbiamo avviato la pubblicazione delle opere principali di Christopher Isherwood, alcune non disponibili da anni, altre ancora inedite”; nella breve pagina si indicano Un uomo solo e l’appena uscito La violetta del Prater; Adelphi ha anche pubblicato, ma nella collana “Biblioteca Adelphi”, Viaggio in una guerra, scritto insieme a W.H. Auden, che è ancora disponbile.

Titolo vagabondo, dalla prima uscita in Italia, presso Mondadori nel 1948, è stato ripubblicato, sempre nella medesima traduzione di Giorgio Monicelli, nel 1968 da De Donato e nel 1983 di nuovo da Mondadori, negli “Oscar“; poi uscì in una brutta edizione per le edicole con il marchio Mondadori / De Agostini nel 1987 e l’Einaudi l’anno dopo lo pubblicò nei “Supercoralli”, con prefazione di Giorgio Manganelli, che ora torna in coda al testo in questa edizione Adelphi.

La violetta del Prater, forse perchè parla del mondo del cinema, forse perché è uno dei testi di Isherwood che meno lavora sul frammento, sul quotidiano, ed ha invece un vero plot (anche se verso chi legge Isherwood compie un continuo atto di depistaggio, di sviamento, usando la trama apparente come esca, frantumandola mentre la svolge), forse per le evocate luci di Hollywood, o per le nebbie inglesi, per Vienna, brevi frammenti che lavorano come fonti di luce diffusa, ha un destino a parte, nel panorama delle sue opere tradotte in Italia, spesso pubblicate una volta e mai più. (Ne sia testimonanza la sorprendente presenza nella collana Mondadori / De Agostini, che pubblica “I grandi best-sellers“)

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi 2011; [responsabilità grafica non indicata], alla cop.:"Fotografia di scena dal film "The Barker" (1928), risvolto di cop. (part.), 1

In occasione della pubblicazione de La violetta del Prater da Adelphi, Irene Bignardi ne ha parlato su Repubblica:

“[...] La violetta del Prater … comincia come una cronaca frivola sulla lavorazione di un film che nessuno ha voglia di fare (chi sente il bisogno di un ennesimo musical su una ragazza povera, un principe in incognito e poi in esilio, e il trionfo dell’ amore mitteleuropeo?) per cadere bruscamente, anche se con tutte le morbidezze di Isherwood, nella tragedia del nazismo. Ecco dunque che il giovane Isherwood, men che trentenne ma già esperto di cose tedesche, reduce da Berlino viene convocato con tipica urgenza cinematografica dal factotum di tale Chatsworth, produttore, che sogna di realizzare una Tosca interpretata dalla Garbo e scritta da Somerset Maugham, e invece ha per le mani solo La violetta del Prater, l’ ancora inesperto Isherwood come sceneggiatore e Bergmann, il grande regista più o meno in esilio, che lavora ovviamente obtorto collo [...].

E mentre (cito Manganelli [autore della prefazione dell'edizione Einaudi, ora in coda al testo. n.d.r.]) «in una lontana, apparente, feroce realtà accadono eventi atroci: la Germania nazista celebra il processo per l’ incendio del Reichstag, in Austria la guerra civile distrugge le milizie operaie: si fucila, si impicca… sta arrivando una guerra orrenda», alla periferia di Londra ci si gingilla con le ombre del cinema [...]“.

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi 2011; [responsabilità grafica non indicata], alla cop.:"Fotografia di scena dal film "The Barker" (1928), cop. (part.), 3

Tullio Ketzich scrisse (in occasione del cinquantenario dalla pubblicazione, sul Corriere della sera) un articolo su La violetta del Prater, soffermandosi sulle vere identità che Isherwood nasconde dietro i nomi dei suoi personaggi:

[...] Il britannico autore di Addio a Berlino lo completò infatti negli ultimi mesi della guerra immerso nella tranquillità del suo rifugio californiano, dove di lì a poco avrebbe adottato la cittadinanza statunitense. La formula narrativa è quella solitamente praticata da Isherwood, sempre a cavallo tra autobiografia e affabulazione: mentre lui è presente con nome e cognome, i personaggi intorno hanno tutti denominazioni di fantasia. Eppure, si capisce benissimo che sono esistiti davvero: proprio come Sally Bowles, divenuta mitica nell’ incarnazione di Liza Minnelli in Cabaret, che nella realtà era una sgallettata chiamata Jean Ross.

La violetta del Prater è la storia di un film girato a Londra nella seconda meta’ del ’33 dall’ austriaco Dr. Friedrich Bergmann con la collaborazione riluttante e imbarazzata, in qualita’ di improvvisato sceneggiatore, di Isherwood parcheggiato in famiglia tra un soggiorno berlinese e l’ altro. Nelle settimane della lavorazione, mentre ne seguiamo le alterne vicende, si verifica il tragico aggravarsi della situazione europea: non molti in Inghilterra, sull’ eco del processo per l’ incendio del Reichstag, hanno una percezione chiara di cio’ che sta succedendo, solo il profetico Friedrich avverte i segnali della catastrofe incombente che, amareggiandolo, finiscono per distrarlo dalla concentrazione sul suo operettistico filmetto. Magnifico quadro dell’ ambiente cinematografico con le sue illusioni di solidarietà , partecipazione, affetti, il romanzo ne evidenzia con ironia sventatezze e negatività : pettegolezzi, tradimenti, vigliaccherie.

Isherwood, … come sceneggiatore si professionalizzò appena alla fine del decennio, dopo il trasferimento in California. Infatti, il suo film inglese sembrerebbe uno solo, uscito nell’ agosto ‘ 34 e mai arrivato in Italia, Little friend della Gaumont, da un romanzo di Ernest Lothar, con attori i cui nomi dicono poco: Matheson, Lang e Nova Pilbeam. In Prater Violet la storia e’ quella della piccola violetera Toni che si innamora di uno studentello ignorando trattarsi del principe ereditario di Borodania, con le conseguenze del caso. Nel modello vero la vicenda è tutt’ altra, il dramma di un bambino che, tentando il suicidio, impedisce il divorzio dei genitori. Però il regista di Little friend ha ispirato, senza ombra di dubbio, il gran personaggio di Bergmann: oggi pochi ricordano Berthold Viertel (1885 1953), ma da tracce lasciate lavorando in vari Paesi (anche, a differenza di Bergmann, a Hollywood fin dal 1926, firmando titoli come Il velo dell’Islam) non c’è dubbio che fosse un personaggio in tutto degno del monumento letterario che Isherwood gli ha dedicato. Viennese, attore, carismatico teatrante secondo solo a Max Reinhardt, commediografo, amico e collaboratore di Karl Kraus: la sua attivita’ internazionale gli consentì di lasciare in tempo la patria dove, come ebreo, avrebbe rischiato la vita. [...]“

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi 2011; [responsabilità grafica non indicata], alla cop.:"Fotografia di scena dal film "The Barker" (1928), cop. (part.), 2

Anche l’articolo di Bignardi si sofferma sulla natura di roman à clef de La violetta del Prater:

“[...] rinunciando per una volta al suo tradizionale aplomb ironico, Isherwood, parla d’ amore, del suo amore, del suo amore del momento, che si nasconde sotto la lettera J. E che, nel libro, curiosamente non ha genere – anche se sappiamo che le preferenze di Isherwood, come del suo amico del cuore e compagno nell’esilio americano W.H. Auden, erano omossessuali. [...]“.

Sul blog SulRomanzo, un lungo e interessante articolo di Giovanni Ragonesi: Ritratto dell’artista da giovane: Christopher, Mr. Isherwood e il futuro del romanzo inglese, in occasione dell’uscita in Italia del film di Tom Ford, Un uomo solo, che Adelphi ripubblicava in quei giorni; Ragonesi coglie Isherwood lungo tre decenni, prima del trasferimento negli Stati Uniti:

“[...]il giovane Christopher aveva tenuto in mano il futuro del romanzo inglese. Quantomeno così fu presentato a Mrs Virginia Woolf durante una serata del Bloomsbury Set: “quel giovanotto tiene in mano il futuro del romanzo inglese” fu l’introduzione di John Lehmann. All’epoca, ventiquattrenne, aveva da poco dato alle stampe il suo primo romanzo, Tutti i cospiratori, stroncato da buona parte della stampa di settore ma apprezzato dai non pochi che avevano amato l’agilità della sua prosa e che vedevano in lui un promettente autore da collocare, sulla scia di E. M. Forster, nella vague del romanzo antivittoriano.
Quella sera Mrs Woolf conversò amorevolmente col quel giovane che aveva le fattezze fisiche e l’agilità di un fantino. Christopher si lasciò sopraffare dal fascino di Virginia e accettò di rimanere a cena scordandosi che alle 10 p.m. lo attendeva un treno per Dover e da lì una nave che lo avrebbe condotto in Francia per un convegno amoroso da tempo organizzato. Rimase tutta la serata ad ascoltare i coniugi Woolf e a pianificare una futura pubblicazione per la Hogart Press (Ritratto di famiglia avrebbe visto la luce nel 1932)

Non sapeva cosa ne sarebbe stato della sua scrittura, per adesso non aveva alcun progetto, soltanto una mezza idea, una ulteriore spremitura dai suoi diari per una sorta di proseguito dei romanzi berlinesi, quello che poi sarà Ritorno all’inferno e che non riuscirà ad affiancarsi ai precedenti, impresa in cui non riusciranno neanche i libri futuri con l’eccezione de La violetta del Prater e Un uomo solo, gli unici romanzi che la critica si prenderà il disturbo di salvare dal periodo americano, che sarà poi il resto della vita [...]“.

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Adelphi 2011; [responsabilità grafica non indicata], alla cop.:"Fotografia di scena dal film "The Barker" (1928), cop. (part.), 11

Su FNlibri, l’anno scorso, s’è messa on-line la bibliografia italiana dei libri di isherwood

Che poi, a fine anno, è diventata di carta: l’Elenco delle opere di Christopher Isherwood tradotte in italiano è bellissimo, e si può comprare

FNlibri ha recensito Un uomo solo, nell’edizione Guanda del 1981

e ha scritto una nota sull’edizione Adelphi del 2010

in occasione della pubblicazione de La violetta del Prater FNlibri ha aperto una piccola sezione di “Gay Scanner”, dedicata alle edizioni precedenti

la Mondadori, del ’48
la De Donato, del ’68
la Mondadori / De Agostini, dell”87
la Einaudi, dell”88

manca l’Oscar Mondadori dell’83, per ora

Christopher Isherwood, La violetta del Prater, Mondadori / De Agostini 1987. Dorso

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