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Norman Gobetti / Falso amico: taccuino di un traduttore al lavoro. 3° puntata

Posted in falso amico, letteratura americana, norman gobetti by federico novaro on 6 dicembre 2010

Norman Gobetti
Falso amico. Taccuino di un traduttore al lavoro

falso amico, di norman gobetti

(Terza puntata di una serie di articoli inediti di Norman Gobetti, cronache del suo lavoro di traduttore)

Norman Gobetti fra il 1995 e il 2002 era in redazione all’Indice; ha lavorato per Giano fra il 2002 e il 2005; collabora come revisore con Einaudi.

La prima puntata è qui, dove trovate anche, in coda al post, la lista dei titoli tradotti da Norman Gobetti; la seconda qui.

falso amico, di norman gobetti

Falso amico.
TACCUINO DI UN TRADUTTORE AL LAVORO

Terza puntata: In questo cerchio chiaro che mi isola

Nel mio mestiere c’è una regola aurea: l’umiltà non è mai abbastanza.
Un bravo traduttore si riconosce anche perché ha l’umiltà di non illudersi di aver capito tutto subito, di non credere che la prima resa data dell’originale sia la migliore possibile, di non dimenticare che, finché si può, è sempre bene fare ancora una lettura, ancora un cambiamento, ancora una revisione, di sapere che in ogni caso l’opera conclusa non sarà mai perfetta.

Mi pare dunque giusto che una delle più brave traduttrici italiane, Susanna Basso, abbia scritto un libro, Sul tradurre. Esperienze e divagazioni militanti (Bruno Mondadori, 2010), in cui questo spirito di umiltà si percepisce dalla prima all’ultima pagina.
“Tradurre è bellissimo in autunno…”. Così, come fosse una struggente canzone d’amore, comincia il libro. E continua: “…quando le giornate diventano più corte e accendo la luce sul mio libro sempre prima. La luce naturale un po’ mi deconcentra; illumina anche il resto della stanza, tutti gli altri libri, i mobili, le tende. Qui sotto invece, in questo cerchio chiaro che mi isola, siamo davvero sole, le frasi e io”.

Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro, di Norman Gobetti, 1

Io traduco perlopiù la mattina e nel primo pomeriggio, alla luce del sole, a volte un sole così forte che devo tirare le tende, però conosco il piacere di quel cerchio chiaro in cui ci si trova meravigliosamente soli, a tu per tu con le frasi. Un po’ come in un bel giro di valzer, quando tutto va fuori fuoco tranne il volto della persona che volteggia fra le tue braccia. Sono i momenti in cui anch’io penso, come scrive Susanna Basso, “di fare davvero il lavoro migliore del mondo”.
Raggiungere questo stato delicatamente estatico non è scontato. Ci vuole una buona dose di pazienza e di attenzione, ma soprattutto ci vogliono alcuni elementi oggettivi: tranquillità d’animo, poche distrazioni, un certo silenzio e soprattutto un bel po’ di tempo.

Adesso sto ritraducendo per i Meridiani Mondadori il primo romanzo di Bernard Malamud, The Natural, un libro del 1952 (Mondadori), già ristampato negli anni ottanta, nella versione di Mario Biondi (Mondadori, Mondadori-DeAgostini, CDE), con il titolo Il migliore (ora Minimum fax, 2006).

Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro, di Norman Gobetti, 3

In questo caso particolarmente fortunato la commissione mi è stata data con largo anticipo e il lavoro verrà pagato molto meglio del solito. È dunque un’ottima occasione per sperare in qualche bel giro di valzer. Avere tanto tempo, e un contratto non da fame, permette infatti non solo di rivedere tante volte il lavoro fatto ma anche di alternare alla traduzione vera e propria momenti di ricerca, studio e analisi del testo originale che aiutano a entrare in una relazione sempre più intima con le frasi da tradurre.

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Susanna Basso nel suo libro descrive in modo molto vivido queste operazioni collaterali che servono non solo a dare un ritmo meno sfibrante alle ore passate a tavolino ma anche ad approdare a un qualcosa di un po’ misterioso: “Che se ne fa dunque il traduttore di tutte queste bellissime storie scoperte nelle parole e nei nomi? Niente, le perde. Ma allora quale può essere l’utilità di questo esercizio? In fondo, direi, quella opposta alla ricerca del termine sul dizionario. Perché se in quel caso il testo risulta appiattito in una sorta di bidimensionalità che fa corrispondere parola a parola, qui ci si cala nei ‘buchi profondi’ della scrittura; qui si comprende non attraverso ciò che si trova, bensì attraverso ciò che va perduto”.
Insomma, un procedere un po’ da speleologi, a tentoni nel buio con appena un piccolo fascio di luce, per poi magari scoprire meravigliosi paesaggi interiori.

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In questo caso mi sto concedendo di leggere tutto quel che trovo su Malamud e il suo primo romanzo (The Natural è un piccolo classico), di ricostruire con precisione le coordinate spazio-temporali all’interno delle quali si dipana la storia, di soffermarmi sulle figure retoriche usate dall’autore, di interrogarmi sull’uso simbolico dei colori e sulla loro relazione con i personaggi, di approfondire le risonanze mitiche e letterarie sottostanti alla narrazione (all’origine c’è, come nella Terra desolata di T.S. Eliot, la leggenda del Graal e del Re Pescatore), e soprattutto di esplorare la fittissima rete di rimandi, ripetizioni, assonanze, echi e variazioni lessicali che sostiene l’architettura del testo e conferisce alla lingua di Malamud un peso specifico che in traduzione non dovrebbe andare perso.

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Già nel secondo paragrafo si incontra ad esempio una frase come questa: il protagonista è in treno e, guardando fuori dal finestrino, vede (ma forse è solo una visione allucinata) “this bone-white farmhouse with sagging skeletal porch, alone in untold miles of moonlight, and before it this white-faced, long-boned boy…“.
C’è qui evidentemente, nel trascorrere di quel bone e di quel white dalla casa colonica al bambino passando attraverso la veranda scheletrica e la luce lunare, una densità che non si può perdere senza tradire l’originale in ciò che ha di più prezioso.
Il bambino, dunque, in italiano non potrà diventare ‘pallido’, e men che meno ‘allampanato’, ma dovrà proprio essere ‘con la faccia bianca e le ossa lunghe’, mentre la casa colonica sarà ‘bianca come ossa’, come le ossa bianche di quello scheletro/veranda illuminato dal chiaro di luna davanti a cui compare il bambino con la faccia bianca e le ossa lunghe.

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La scrittura di Malamud, per come sto imparando a conoscerla immergendomi nel suo libro, è fatta di tante e tante di queste sapienti (e a volte apparentemente goffe) ripetizioni e modulazioni di suoni e immagini, ed è davvero bello avere il tempo e il modo di lasciarsi condurre con “un’andatura prudente, una concentrazione diversa” (come ancora scrive Susanna Basso) nei meandri più riposti di frasi come queste, nell’umile tentativo di traghettarle il più incolumi possibile da una lingua all’altra.

P.S.
Poi il libro di cui parlavo la volta scorsa, Spooner di Pete Dexter, è uscito.
Nella traduzione la parola Spooner ricorre 1544 volte, invece delle 1656 dell’originale. Saranno ancora troppe?

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Norman Gobetti / Falso amico: taccuino di un traduttore al lavoro. 2° puntata

Posted in falso amico, letteratura americana, norman gobetti by federico novaro on 16 aprile 2010

Norman Gobetti
Falso amico. Taccuino di un traduttore al lavoro

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(Seconda puntata di una serie di articoli inediti di Norman Gobetti, cronache del suo lavoro di traduttore)

Norman Gobetti fra il 1995 e il 2002 era in redazione all’Indice; ha lavorato per Giano fra il 2002 e il 2005; collabora come revisore con Einaudi.

La prima puntata è qui, sempre su FNl, dove trovate anche, in coda al post, la lista dei titoli tradotti da Norman Gobetti.

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Falso amico
TACCUINO DI UN TRADUTTORE AL LAVORO

Seconda puntata: A volte mi vengono dei dubbi

Ultimamente mi è capitato di rivedere per Einaudi una traduzione di American Rust di Philipp Meyer. Io non l’avrei tradotto così, però era tradotto molto bene. Poi mi è capitato di leggere le prime pagine di Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer nella traduzione di Massimo Bocchiola. Io non l’avrei tradotto così, però era tradotto eccezionalmente bene. Allora mi sono chiesto perché io non avrei tradotto quei libri a quel modo. E perché mi piaceva com’erano tradotti.

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Prendiamo l’inizio di Ogni cosa è illuminata:
«My legal name is Alexander Perchov. But all my friends dub me Alex, because that is a more flaccid-to-utter version of my legal name. Mother dubs me Alexi-stop-spleening-me!, because I’m always spleening her. If you want to know why I am always spleening her, it is because I am always elsewhere with friends, and disseminating so much currency, and performing so many things than can spleen a mother. Father used to dub me Shapka, for the fur hat I would don even in the summer month. He ceased dubbing me that because I ordered him to cease dubbing me that…».
Ed ecco la traduzione di Bocchiola:
«Il mio nome per legge è Alexander Perchov. Ma tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. Mia madre mi chiama Alex-basta-di-ammorbarmi perché sempre la ammorbo. Se volete sapere perché sempre la ammorbo, è perché sempre sono in altri posti con amici, e seminando tanta moneta e eseguendo così tante cose che possono ammorbare mia madre. Mio padre mi chiamava Shapka per il cappello di pelliccia che calzavo in testa anche nei mesi d’estate. Poi ha smesso di dirmi così perché gli ho ordinato di smettere di dire così…».

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Già a me non sarebbe venuto in mente quel «per legge» invece di «legale», che invece ci sta tanto bene, e nemmeno l’«ammorbarmi» per «spleening-me» e il «calzare» per «to don», ma soprattutto quel che mi stupisce, e che ammiro, è la disinvoltura con la sintassi, certo giustificata dall’inglese piuttosto bizzarro di Alex, ma non suggerita da essa. E non particolarmente vicina all’originale. Qui Bocchiola in pratica si è dovuto inventare una prosa tutta sua per rendere giustizia alla prosa di Alex nell’originale, mentre a me sarebbe venuto da cercare il più possibile di ricalcarla (ad esempio continuando a tradurre «to dub me» con «chiamarmi» invece di passare al «dirmi») e non è affatto detto che il risultato sarebbe stato altrettanto buono.

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Questo per dire che io come traduttore tendo alla fedeltà, e questo a volte è un guaio. Ora ad esempio sto traducendo Spooner di Pete Dexter. Il libro mi piace, anche se le idiosincrasie dell’autore non vanno molto d’accordo con le mie (ad esempio lui disprezza più il politicamente corretto dell’omofobia, mentre io disprezzo più l’omofobia del politicamente corretto), ma, anche se il libro mi piace, nel modo di scrivere dell’autore, una prosa curata, seria, con uno stile molto personale, c’è qualcosa che mi chiedo se ha senso tradurre con fedeltà.

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Spooner, per dirne una, non è solo il titolo del libro e il nome del protagonista, ma anche una delle parole che ricorre più spesso nel libro: 1656 volte (se ho calcolato giusto). Forse troppe? Ciò dipende non solo da quella che io percepisco come una certa ridondanza nel ribadire il soggetto delle frasi ma anche dal fatto che la madre del protagonista viene chiamata quasi sempre Spooner’s mother, la moglie Mrs. Spooner e la figlia Spooner’s daughter. Ciò forse (a voler essere politicamente corretti) dice anche qualcosa sull’atteggiamento dell’autore verso le donne (che come minimo si potrebbe definire volutamente provocatorio), ma il punto non è questo. Il punto è: anch’io nella traduzione devo ripetere 1656 volte la parola Spooner?

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Di certo l’ossessiva ripetizione del nome del protagonista è un tratto caratteristico di questo libro, di certo dice molto sulle intenzioni dell’autore (fra l’altro si tratta in pratica di un’autobiografia romanzata) e di certo il fatto che a me dia un po’ fastidio non è una cosa da tenere troppo in considerazione, però ho il sospetto che se traduco questa cosa con fedeltà chi farà la revisione del libro avrà qualcosa da ridire. E i lettori?

Un altro tratto caratteristico di questo libro sono le lunghe proposizioni paratattiche, un continuo concatenarsi di frasi unite da and: «The grandson turned away from him then and climbed back up onto the tractor, and the engine fired and the posthole digger jumped a little forward, and Spooner jumped a little backward, and the would-be cat strangler picked up his shovel, and a moment later they were back at work»… e così via. Anch’io devo mantenere tutti quegli «e», o sarebbe meglio limitarsi a semplici virgole, o forse variare un po’ la struttura per renderla meno monotona? Però la monotonia è ovviamente voluta dall’autore, e forse anche il ritmo cullante e vagamente paranoico di tutti quegli and (anche se certo in inglese si usano un po’ più che in italiano).

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Non ho ancora deciso che fare. In linea di principio, io a questo punto della mia carriera penso che il mio compito sia riprodurre nel modo più fedele (cioè pedestre?) possibile quel che ha scritto l’autore, anche negli aspetti che a me o a qualcun altro possono apparire più deboli, direi addirittura anche ricalcando certi modi di scrivere che sono usuali in un’altra lingua e meno nella nostra. Così che chi legge possa capire nel modo più completo quel che c’era nell’originale, e farsi una sua idea. Penso che il mio compito sia farmi notare il meno possibile. Interpretare il meno possibile. Ma questo ovviamente non è affatto l’unico modo di tradurre. E non è affatto detto che sia il migliore.

Forse si tratta solo di una questione di predisposizioni personali. A me lo spettro di un tradimento fa più paura di quello di un falso amico.

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P.S. Poi il libro di Uzma Aslam Khan di cui parlavo la scorsa volta è uscito, e il titolo scelto dalla casa editrice alla fine è un altro ancora: Mehwish parla al sole.

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Norman Gobetti / Falso amico: taccuino di un traduttore al lavoro. 1° puntata

Posted in falso amico, norman gobetti by federico novaro on 1 febbraio 2010

Norman Gobetti
Falso amico. Taccuino di un traduttore al lavoro

falso amico, di norman gobetti

(Con il post di oggi FNl inizia ad ospitare con gran piacere una serie di articoli inediti di Norman Gobetti, cronache del suo lavoro di traduttore.)

Norman Gobetti fra il 1995 e il 2002 era in redazione all’Indice; ha lavorato per Giano fra il 2002 e il 2005; collabora come revisore con Einaudi.

In coda al post, i titoli sinora tradotti da Norman Gobetti.

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Falso amico
TACCUINO DI UN TRADUTTORE AL LAVORO

Prima puntata: Divina geometria?

Uno dei dogmi del mio mestiere afferma che, prima di tradurre un libro (o meglio ancora, prima di accettare di tradurlo), lo si debba leggere per intero. Confesso che di solito non lo faccio, per non privarmi del successivo piacere quotidiano di scoprire poco a poco come procede la narrazione. Ultimamente però questa mia trascuratezza mi ha messo in difficoltà.

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La storia di questa volta comincia qualche tempo fa, ormai saranno passati due anni, quando ricevo dalla casa editrice Neri Pozza la proposta di tradurre il romanzo Geometry of God, della scrittrice pakistana Uzma Aslam Khan. Do uno sguardo alle informazioni che corredano la mail e accetto senza pensarci troppo. Una o due settimane dopo mi arriva per posta una copia delle bozze (con l’odierna accelerazione del mercato librario, ormai è raro che un traduttore lavori su un libro già uscito, perciò bisogna abituarsi a un certo senso di provvisorietà). In quel momento però sono impegnato con Professore di desiderio di Philip Roth, così metto da parte Geometry of God in attesa di tempi migliori.

Quando lo riprendo in mano, sono passati diversi mesi, e ormai la scadenza è vicina, perciò mi ci applico di buona lena, e non ci vuole molto perché mi renda conto di aver aspettato troppo. Geometry of God infatti non è il libro semplice e innocuo che mi aspettavo, ma è invece un romanzo complicatissimo, scritto in una lingua molto peculiare, che mi metterà a dura prova, ben più di quanto avessi preventivato.

Le prime avvisaglie le ho a pagina 31, quando mi imbatto nel seguente dialogo:

«Two years ago she would have said, ‘Goo!’ Or, ‘Ap-ap-ap-ap’. Now she says, ‘Fo weading!’ and ‘Kiss myth!’

‘Kishmish.’

‘Kiss Miss!’

Beside us is a small bowl of raisins.»

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Non è che l’inizio. La she in questione è Mehwish, uno dei personaggi principali del romanzo, una bambina cieca che, non avendo modo di verificare come sono scritte le parole che sente dire, le interpreta a proprio modo, spesso scambiandole per altre, spezzandole in due o deformandole. Nella trascrizione del suo modo di parlare, l’autrice ha buon gioco di sbizzarrirsi in giochi di parole, che per lo più si comprendono appieno solo padroneggiando sia l’inglese sia l’urdu, dato che si tratta spesso di calembour a cavallo fra l’una è l’altra lingua.

Quanto riportato sopra ne costituisce un buon esempio: Kishmish in urdu è l’uva sultanina. Kiss myth e Kiss Miss sono le due interpretazioni della parola fornite da Mehwish con il suo modo di parlare. Il problema è che in italiano «bacia mito» e «bacia signorina» non suonano certo in modo simile a «uva sultanina». Che fare allora? Quanto a Fo weading poi, chissà che vuol dire?

Lascio momentaneamente in sospeso la questione. Presto però trovo di nuovo altri passi simili, che con lo scorrere delle pagine diventano sempre più frequenti, per non dire onnipresenti: cosa significa ape rakats o mackawk o sin a men? Come rendere giochi di parole come ewil ocean per evolution, aunty messy per intimacy, trance late per translate eccetera? Come cavarmela con doppi sensi anglo-urdi come religious che diventa real ijaz («vero ragazzo pakistano»), gin che diventa jinn (gli spiritelli maligni della tradizione islamica) oppure hooker («puttana») che diventa hookum («autorità»)?

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Per qualche giorno mi sento davvero male. Sulle prime me la prendo con la casa editrice. Come hanno potuto non avvisarmi, non dirmi che razza di gatta da pelare mi avevano assegnato? Poi mi ricordo di un’altra delle regole d’oro del traduttore: i problemi di traduzione sono problemi del traduttore. Risolverli spetta a lui, e solo a lui. Così mi decido a prendere in mano la faccenda. E dato che i soliti strumenti (dizionari, lessici, motori di ricerca, siti specialistici, ecc.) in questo caso non bastano a risolvere tutti i dubbi, non mi resta che l’ultima spiaggia: interpellare l’autore.

Scrivo dunque una mail a Uzma Aslam Khan, che mi risponde subito con grande cortesia e disponibilità. Comincio a rincuorarmi. Nelle sue mail la scrittrice pakistana mi spiega fra l’altro che fo weading sta per for reading, ape rakats per apricots, mackawk per macaque, e sin a men per cinnamon. E soprattutto mi fa coraggio, assicurandomi che, a giudicare dagli esempi che le faccio, secondo lei lo «spirito» di Mehwish sta passando anche nella traduzione. Io in realtà ne dubito, dato che la lingua della bambina protagonista del libro si basa fondamentalmente sulla mancata percezione delle silent letters, le lettere mute che in inglese abbondano e in italiano praticamente non esistono, nonché su parole che in inglese (e a volte in urdu) suonano nello stesso modo ma si scrivono in modo diverso, e dunque i miei calembour non possono che risultare più innaturali e forzati di quelli dell’autrice, per quanta arguzia io cerchi di metterci inventando nuovi giochi di parole quando ci riesco, mantenendo l’inglese quando non c’è altra soluzione e lasciando perdere quando non mi viene proprio in mente nulla.

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Così, fra “virgo elette”, “spermimenti”, “party oculari” e “universi età”, mi avvio verso la conclusione. Mi resta da superare lo scoglio di una manciata di poesie inframmezzate alla narrazione (anche queste piene zeppe di giochi linguistici) e finalmente consegno il lavoro finito al committente. Alla fine non sono così scontento, e soprattutto sono ansioso di vedere come accoglieranno in casa editrice la mia traduzione.

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Non la accolgono bene. Anzi, la redattrice che ha il compito di sistemare il testo per la stampa mi confessa di essere stata presa dal panico (anche lei!). Io ribatto che per farsi un’idea fondata è necessario leggere prima tutto, con calma, e che sono disponibile a discutere qualunque cambiamento lei ritenga necessario.

Aspetto ancora qualche giorno e la redattrice mi richiama. Ha letto tutto, con calma, e si è fatta la sua idea. Secondo lei il libro così risulta troppo ostico, per non dire praticamente incomprensibile. Bisogna semplificare il linguaggio di Mehwish, tutte quelle parole tronche, spezzate a metà, stravolte e a volte irriconoscibili, che non portano da nessuna parte. A questo punto tocca a lei dedicarsi al lavoro certosino di intervenire sulla mia traduzione senza creare contraddizioni interne al testo, anche perché nell’originale da un capitolo all’altro Mehwish parla in modo sempre più corretto, e quindi la sua lingua va normalizzata con sapiente gradualità.

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Quando mi arrivano le prime bozze della traduzione rivista, fatico a ritrovare la mia Mehwish, però certo il linguaggio è più scorrevole, e devo ammettere che buona parte dei giochi di parole a cui ero più affezionato sono sopravvissuti. Dopo qualche ulteriore trattativa, do il mio nulla osta alla pubblicazione.

Rimane un ultimo dubbio: il titolo. La geometria di Dio (questa la mia umile proposta) non è giudicato “accattivante”, la redattrice lo trova “poco commerciale”. Sarebbe meglio qualcos’altro, tipo Mehwish guarda il cielo, così mi viene spiegato. In queste cose io sono un po’ letteralista, mi piacciono i titoli fedeli all’originale, però so per esperienza di non essere affatto in grado di riconoscere cosa è “accattivante” e “commerciale” e cosa non lo è. Del resto poi i soldi li mettono loro, e sono loro che devono recuperarli. Così torno a dare il mio nulla osta.

E ora che il libro sta per uscire, sono qui a domandarmi cosa ne penseranno i lettori.

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Il blog di Uzma Aslam Khan, qui.

Uzma Aslam Khan, qui, sul sito di Neri Pozza)

I libri di Philip Roth da Einaudi, qui.

Ecco i titoli sinora tradotti da Norman Gobetti:

Per Einaudi:

Unghia di Laura Hird (1999); Islam di Malise Ruthven (1999); Eyes Wide Open di Frederic Raphael (1999); Desideriamo informarvi che domani verremo uccisi insieme alle nostre famiglie di Philip Gourevitch (2000); Un caso freddo di Philip Gourevitch (2002); Blue Tango di Eoin McNamee (2002); Volo di ritorno di Ralph Ellison (2003); Koba il Terribile di Martin Amis (2003); Chiacchiere di bottega di Philip Roth (2004); Train di Pete Dexter (2004); L’angelo sul tetto di Russell Banks (2005); Abbracciando l’infedele di Bahzad Yaghmaian (2006); Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (2007); Un affare di famiglia di Pete Dexter (2007); La tenerezza dei lupi di Stef Penney (2008); Il mondo senza di noi di Alan Weisman (2008); La tigre bianca di Aravind Adiga (2008); Signori degli orizzonti di Jason Goodwin (2008); Professore di desiderio di Philip Roth (2008); La ballata di Abu Ghraib di Philip Gourevitch (2009); Indignazione di Philip Roth (2009); Fra due omicidi di Aravind Adiga (2010)

Per Neri Pozza:

Storie d’amore indiane a cura di Sudhir Kakar (con Anna Nadotti, 2007); Mare di papaveri di Amitav Ghosh (con Anna Nadotti, 2008); Hotel Calcutta di Sankar (2009); Mehwish guarda il sole di Uzma Aslam Khan (2010);

Per Giano:

Porto chiuso di James Hanley (2004); Sul fondo di un mare senza suono di Thomas Steinbeck (2004); Più che umano di Theodore Sturgeon (2005); Un po’ del tuo sangue di Theodore Sturgeon (2006);

Per Il Melangolo:

Rigenerazione (1997) e L’occhio nella porta (1999), entrambi di Pat Barker.

Thomas Steinbeck, Sul fondo di un mare senza suono, Giano 2004, frontespizio, (part.), 1

Christopher Isherwood, Un uomo solo / breve nota in merito all’edizione Adelphi 2009

Posted in letteratura americana, note by federico novaro on 31 gennaio 2010

E’ in libreria,

Christopher Isherwood / Un uomo solo
Traduzione di Dario Villa

Christopher Isherwood, Un uomo solo, Adelphi 2009, cop. (part.), 1

Milano : Adelphi. – 148 p. ; 22 x 14 cm. – (Fabula 217)
Stampa: Consorzio Artigiano ‘L.V.G.’, dicembre 2009
Brossura, con risvolto.

(Qui la recensione al testo su FNl)

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L’incipit, nella versione di Dario Villa (Milano, 1953-1996), da Guanda (Parma, 1981):
Svegliarsi è cominciare a dire sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta sdraiato per un momento a osservare il soffitto e dentro se stesso finché non abbia riconosciuto Io, e da questo dedotto Io sono, Io sono ora. [...], (Guanda, 1981, p. 9)

L’incipit, nella versione di Dario Villa, ristampata ora da Adelphi:
“Il risveglio comincia con due parole, sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta disteso un momento a fissare il soffitto, e se stesso, fino a riconoscere Io, e a dedurne Io sono ora. [...]“, (Adelphi, 2009, p. 9).

Poco oltre,
Guanda:
[...] Ogni ora è etichettato con la propria data, rende obsoleti tutti gli ora passati, finché – presto o tardi, forse – no, non forse, certamente: la Cosa accadrà. / La paura contorce il nervo vago. Un malsano ritrarsi da ciò che, in qualche luogo là fuori, attende dritto davanti. [...]“, (Guanda, ibid.).

Adelphi:
[...] Ogni ora ha un’etichetta con una data, che rende obsoleti tutti gli ora passati, finché prima o poi, forse – no, non forse, di sicuro – succederà. / La paura contorce il nervo vago. Un malsano ritrarsi da ciò che, da qualche parte là fuori, ci sta aspettando. [...]“, (Adelphi, ibid.).

Più in là:

Guanda:
[...] Ed ora. intorno a George, andandogli incontro, attraversandogli la strada, ecco da tutte le parti il materiale grezzo maschile e femminile che alimenta quotidianamente, grazie a quelle catene di montaggio che sono le autostrade, questa fabbrica che lo lavora, lo confezione e lo immette sul mercato. Negri, Messicani, Ebrei, Giapponesi, Cinesi, Latini, Slavi, Nordici; i capelli scuri predominano sui biondi. Corrono alla ricerca delle loro schede, ciondolano flirtando, circolano in dotte discussioni, borbottano fra sé e sé le lezioni; tutti carichi di libri, tutti agitati. [...] “, (Guanda, ibid., p. 33)

Adelphi:
[...] Ed ecco, da ogni parte intorno a George, la materia prima che, attraverso la catena di montaggio delle autostrade, alimenta la fabbrica da cui verrà lavorata, confezionata e poi immessa sul mercato. Neri, messicani, ebrei, giapponesi, cinesi, latini, slavi, nordici; i capelli scuri predominano sui biondi. Corrono alla ricerca delle loro schede, ciondolano flirtando, discutono temi molto colti, borbottano fra sé e sé le lezioni; tutti carichi di libri, tutti agitati. [...]” (Adelphi, ibid., p. 37)

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Verso la fine:
Guanda:
[...] E ora gli occhi di George si muovono lungo il banco; si fermano su una figura solitaria seduta in fondo vicino alla porta. Il giovane non guarda la TV; anzi è intento a scrivere qualcosa sul retro di una busta. Mentre scrive, ride tra sé grattandosi con l’indice la pinna del suo grande naso. E’ Kenny Potter. [...]“, (Guanda, ibid., p. 105).

Adelphi:
[...] Ora gli occhi di George si muovono lungo il bancone, fermandosi su una figura solitaria seduta in fondo vicino alla porta. Il ragazzo non guarda la tv; sta scrivendo qualcosa sul retro di una busta. Mentre scrive, ride tra sé grattandosi con l’indice la narice del suo nasone. E’ Kenny Potter. [...]“. (Adelphi, ibid., p. 119).

L’explicit (chi non ha ancora letto il libro sorvoli):
Guanda:
[...] Per qualche minuto, forse, la vita si attarda nei tessuti di certe regioni periferiche del corpo. Poi, una per una, le luci si spengono e c’è il buio totale. E se da qualche parte della non-entità che chiamavamo George era davvero assente al momento di questo colpo finale, se era là nelle acque porofonde, in alto mare, quando tornerà si ritroverà senza casa. perché non potrà più associarsi a ciò che qui giace, senza russare, sul letto. Ciò è ora parente della spazzatura nel bidone in cortile. Bisognerà sollecitamente portar via entrambi, e provvedervi. [...]“, ( Guanda, ibid., p.131)

Adelphi:
[...] Per qualche minuto, forse, la vita si attarda nei tessuti di certe regioni periferiche. Poi, una a una, le luci si spengono e il buio è totale. E se da qualche parte della non-entità che chiamavamo George era davvero assente al momento del colpo finale, se era là nelle acque profonde, in alto mare, quando tornerà si ritroverà senza casa. Perché non potrà più associarsi a ciò che qui giace, senza più russare, sul letto. A ciò che è ora parente della spazzatura nel secchio, in cortile. Entrambi andranno rimossi, a entrambi bisognerà provvedere. [...]“, (Adelphi, ibid., p. 148).

Christopher Isherwood, Un uomo solo, Guanda 1981, p. 9 (part.)

Christopher Isherwood, Un uomo solo, Adelphi 2009, frontespizio. (part.), 1

Il lavoro fatto è imponente, è come se il testo fosse stato dissodato per eliminarne ogni termine anche solo lontanamente desueto, per eliminare ogni passaggio di frase che potesse apparire ‘difficile’, ricco; il testo è stato interamente rifatto; sembra, più per esigenze di ricezione del testo che per fedeltà all’originale.

L’Adelphi non dà indicazione di responsabilità per la revisione. Né notizia dei criteri seguiti, che sembrano tesi a cancellare ogni prospettiva storica al tessuto lessicale e formale della versione.

È interessante notare che non si sia scelto di commissionare una nuova traduzione, ma che comunque, una volta deciso di utilizzare quella esistente, si sia ritenuto necessario un lavoro di riscrittura radicale.

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Christopher Isherwood, Un uomo solo, Guanda 1981; alla copertina: Edward Hopper, Gas, (particolare), 1940; (part.), 1

Un uomo solo è uscito nel 1964, quasi cinquant’anni fa. È un libro importante, che in Italia è stato trascurato, non conosciuto come dovrebbe.

Isherwood ha un ruolo chiave nella storia della letteratura del Novecento, nei suoi rapporti fra Europa e Stati Uniti, nel rapporto con il genere autobiografico, nel rapporto con due diverse generazioni, ai capi opposti del secolo, Bloomsbury e la letteratura post-Aids, usando una definizione di Edmund White, che di Isherwood è erede diretto. Ma un po’ il caso, un po’ (molto) l’omofobia, un po’ l’ignoranza, hanno mantenuto in Italia i suoi testi in una posizione laterale.
Adelphi, con Un uomo solo annuncia di avere “in preparazione le opere principali”, (risvolto della q. di cop.), (nel 2007 aveva ristampato Viaggio in una guerra, già SE, 1993), ma non abbina al testo alcun apparato, non un’introduzione, non una bibliografia, non un inquadramento.


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Al centro del risvolto di Un uomo solo nell’edizione Adelphi (la trascrizione completa qui, in coda al post), si legge: “[...] nel suo ultimo romanzo -questo- Isherwood trasforma una giornata nella vita di George, [...]“.

E’ difficile però non considerare romanzo almeno A Meeting by the River del 1967 (tradotto in Italia da Francesca Wagner per Guanda nel 1994 col titolo di Incontro al fiume) (grazie Stf per avermelo fatto notare) e probabilmente anche Christopher and His Kind, (Christopher e il suo mondo, 1976; SE 1989, traduzione di Giancarlo Pavanello), pur nella sua forma esplicita di autobiografia (ma scritta in terza persona), si può far rientrare nel genere romanzo.

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Una versione levigata e spogliata dagli elementi di ricchezza lessicale e strutturale che la caratterizzano; l’assenza di notizie sul testo; un’abile accordatura del risvolto tesa a suggerire una forte aurea extratestuale; la data d’uscita coincidente con quella del film (il 13 gennaio); il richiamo al film sulla bandella pubblicitaria; questi sembrano essere i principali elementi che allestiscono la riproposta di Adelphi, tesa, secondo le linee espresse forse ironicamente qui, a costruire un oggetto iconico, un ‘solitario’, non toccato dalla storia, in una contemporaneità che sembra tendere ad un neoclassicismo atemporale.

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Sarà un meccanismo redditizio? Quasi certamente sì (in vendita c’è ora la seconda edizione), il dubbio è che questa tecnica della ‘terra bruciata’ intorno ai testi possa inaridirne le potenzialità, soprattutto commerciali, in un raggio temporale più lungo della permanenza nelle sale di un film, dell’eco di un anniversario, dell’assegnazione di un premio. Certo quanto si sia venuto contraendo l’orizzonte di redditività di un libro, e di un testo, e quanto muti a seconda degli apparati extratestuali è uno dei nodi che caratterizza l’editoria contemporanea, soprattutto in rapporto alle dimensioni di ciascun marchio (e con la diffusione degli e-book? Cambierà di nuovo tutto).

E forse è anche da calcolare come muti la credibilità di una casa editrice, il saldo fra nuovo pubblico, conquistato da confezioni antiaccademiche, e vecchio pubblico, deluso da atteggiamenti che possono essere considerati scorretti; nel breve, e nel lungo periodo.

Christopher Isherwood, Il mio guru, Garzanti 1989, alla copertina: Christopher Isherwood in un disegno di Don Bachardy, (part.), 2

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Leonardo [Luccone] il 19 gennaio lasciando un commento alla recensione di Un uomo solo prometteva: “presto dirò qualcosa sulla traduzione di Villa”, ora capisco perché forse; io spero qui di non avere detto sciocchezze, e aspetto una voce più autorevole.
Qui il suo blog.

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