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Jim (James) Kirkwood, Forse ci sarà un pony / Garzanti 1963

Posted in Federico Novaro, recensioni by federico novaro on 17 novembre 2008

Jim (James) Kirkwood. Forse ci sarà un pony
Traduzione dall’inglese di Maria Paola Dèttore
Milano: Garzanti, 1963.
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img_75551Nato nel 1925 a Hollywood; figlio di James Kirkwood senior, (1875-1963), regista (Cinderella, con Mary Pickford, 1914) e attore, (Home, Sweet Home, di D. W. Griffith, 1914) e di Lila Lee, attrice, stella del muto, (1901-1973, Male and Female, di Cecil B. DeMille, 1919; ), sposata poi altre due volte; James (o Jim, o Jimmy) Kirkwood junior è famoso soprattutto per avere scritto, insieme a Nicolas Dante, il libretto di A Chorus Line, andato in scena per la prima volta nel 1975.
Muore nel 1989.
img_7554There Must Be a Pony è il suo primo libro, divenne testo teatrale, poi ne fu tratto un film (con Elisabeth Taylor, nel 1986).

Rivolto ai lettori, con un linguaggio che vorrebbe essere il più possibile colloquiale, con frequenti deittici, anacoluti, interruzioni, Forse ci sarà un pony è raccontato da Josh, adolescente tormentato. I primi due fatti narrati sono l’assenza della madre –e il perché di quest’assenza sarà il motivo dell’intera narrazione, e l’accusa d’essere una “donnicciola” –e la difesa da questa accusa percorre parallelamente l’intero libro. Il libro è scopertamente di stampo autobiografico, così il padre è assente e la madre una stella del cinema, incapace di trovarsi un compagno stabile.

Il primo snodo è la comparsa di Ben: Josh e sua madre sono al Luna Park, con loro un uomo che la madre frequenta e che accusa Josh di non essere abbastanza uomo, sfidandolo a salire su una giostra, Josh sale e “vidi che (…) stava salendo un tale che doveva essere Cary Grant (…) lo fissavo, lui guardò dalla mia parte. Dovevo avere l’aria di un coniglio terrorizzato, perché mi rivolse un sorriso abbagliante. (…)”, l’agitazione e la paura fanno sì che Josh vomiti, addosso a Ben. Ben sarà il nuovo compagno della madre, figura virile perfetta e rassicurante, il padre, dice Josh, che ha sempre desiderato: “(…) Fu proprio Ben che mi fece smettere di essere una donnicciola (…), anche se mia madre aveva detto che (…) secondo lei non ero ‘normale’. (…) Vi darò un esempio di come fosse meraviglioso Ben. (…)”.
La presenza di Ben porta serenità e gioia, tutto conduce verso un matrimonio felice. lilalee-cardMa Josh troverà Ben in giardino, una notte di nebbia, ucciso, forse suicida. Da lì il libro prosegue costruendo insieme due tensioni, una di Josh, che nella disperata nostalgia della felicità perduta, non vede, non sente, non chiede; dall’altra la montata inarrestabile dei sospetti verso la madre. Infine è Josh a scagionare la madre, trovando la prova del suicidio, salvando però più la memoria di Ben, che le proprie certezze, e quella di sua madre, che stremata dalla tensione, impazzisce, e viene rinchiusa in un ospedale psichiatrico.
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Certo il libro non è aiutato da una traduzione che oltre ad essere superata nel lessico ingessa l’ambiguità del testo in una pruderie tutta italiana, che è interessante, ma forse nuoce alla lettura.
Il testo denuncia tutti i suoi anni, e l’evoluzione della percezione sociale dell’omosessualità, lo rendono imbarazzante: il non detto, il non poter dire, percorrono tutto il testo, insieme alle strategie allusive messe in campo per aggirare l’interdetto, che si rivelano, ora, fallimentari. La prospettiva storica sostituisce l’eccitazione per il tema criptato, come sicuramente deve essere stato all’epoca della pubblicazione, con il disagio che questo trasmette ora, testimonianza involontaria di vite non vissute, di desideri cancellati.
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Nei fatti, i tempi sono migliorati, e nella revisione che sempre porta con sé un nuovo sguardo, testi di questo tipo sono soggetti a giudizi negativi, proprio perché posti su una linea sottile fra un prima e un dopo, fra la paura e la consapevolezza; così libri come Forse ci sarà un pony, rischiano di perdersi, perché, come si dice, non interessano più nessuno.

I passaggi più validi, oltre a una certa finezza nel rendere un’atmosfera perennemente incerta soprattutto laddove sembra essere felice -come se la felicità non potesse che essere momentanea, accidentale, sono nella descrizione dell’ambiente di Hollywood: l’assedio di giornalisti che seguono la vicenda, la strumentalizzzione delle notizie a fini pubblicitari -ancora di là da essere un’industria pervasiva come ora, ma già con statuti e regole, tic e enfasi consolidati; i drink; i vestiti; le case; tutto ora l’abbiamo già visto in mille film, ed è difficile non leggere le frasi della madre come fossero doppiate da Joan Crawford.

Il titolo si spiega con un apologo che Ben lascerà a Josh, in un’ultima lettera: due figli, un pessimista e un ottimista; il padre psichiatra lascia il primo in una stanza piena di giocattoli, il secondo in una piena di sterco. Il giorno dopo guarda: il pessimista è immobile e pieno di sospetti, l’ottimista spala nello sterco buttandolo in aria :-accidenti Papà, con tutto questo sterco di cavallo, deve esserci un pony!

Negli anni ’80 Ronald Reagan rese l’apologo molto famoso citandolo più volte.

riassunto bibliografico

queer, letteratura americana, prime edizioni italiane
Forse ci sarà un pony / Jim (James) Kirkwood
1. ed. – Milano : Garzanti. 338 p. ; 20 x 13,5 cm. – (Romanzi Moderni Garzanti)
Dèttore Maria Paola (Traduzione di) ; Bianconi, Fulvio (Sovracoperta di)
©1963 Garzanti.
©James Kirkwood. Tit. orig.: There Must Be A Pony!

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