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Norman Gobetti / Falso amico: taccuino di un traduttore al lavoro. 1° puntata

Posted in falso amico, norman gobetti by federico novaro on 1 febbraio 2010

Norman Gobetti
Falso amico. Taccuino di un traduttore al lavoro

falso amico, di norman gobetti

(Con il post di oggi FNl inizia ad ospitare con gran piacere una serie di articoli inediti di Norman Gobetti, cronache del suo lavoro di traduttore.)

Norman Gobetti fra il 1995 e il 2002 era in redazione all’Indice; ha lavorato per Giano fra il 2002 e il 2005; collabora come revisore con Einaudi.

In coda al post, i titoli sinora tradotti da Norman Gobetti.

falso amico, di norman gobetti

Falso amico
TACCUINO DI UN TRADUTTORE AL LAVORO

Prima puntata: Divina geometria?

Uno dei dogmi del mio mestiere afferma che, prima di tradurre un libro (o meglio ancora, prima di accettare di tradurlo), lo si debba leggere per intero. Confesso che di solito non lo faccio, per non privarmi del successivo piacere quotidiano di scoprire poco a poco come procede la narrazione. Ultimamente però questa mia trascuratezza mi ha messo in difficoltà.

falso amico, di norman gobetti, 7

La storia di questa volta comincia qualche tempo fa, ormai saranno passati due anni, quando ricevo dalla casa editrice Neri Pozza la proposta di tradurre il romanzo Geometry of God, della scrittrice pakistana Uzma Aslam Khan. Do uno sguardo alle informazioni che corredano la mail e accetto senza pensarci troppo. Una o due settimane dopo mi arriva per posta una copia delle bozze (con l’odierna accelerazione del mercato librario, ormai è raro che un traduttore lavori su un libro già uscito, perciò bisogna abituarsi a un certo senso di provvisorietà). In quel momento però sono impegnato con Professore di desiderio di Philip Roth, così metto da parte Geometry of God in attesa di tempi migliori.

Quando lo riprendo in mano, sono passati diversi mesi, e ormai la scadenza è vicina, perciò mi ci applico di buona lena, e non ci vuole molto perché mi renda conto di aver aspettato troppo. Geometry of God infatti non è il libro semplice e innocuo che mi aspettavo, ma è invece un romanzo complicatissimo, scritto in una lingua molto peculiare, che mi metterà a dura prova, ben più di quanto avessi preventivato.

Le prime avvisaglie le ho a pagina 31, quando mi imbatto nel seguente dialogo:

«Two years ago she would have said, ‘Goo!’ Or, ‘Ap-ap-ap-ap’. Now she says, ‘Fo weading!’ and ‘Kiss myth!’

‘Kishmish.’

‘Kiss Miss!’

Beside us is a small bowl of raisins.»

falso amico, di norman gobetti, 8

Non è che l’inizio. La she in questione è Mehwish, uno dei personaggi principali del romanzo, una bambina cieca che, non avendo modo di verificare come sono scritte le parole che sente dire, le interpreta a proprio modo, spesso scambiandole per altre, spezzandole in due o deformandole. Nella trascrizione del suo modo di parlare, l’autrice ha buon gioco di sbizzarrirsi in giochi di parole, che per lo più si comprendono appieno solo padroneggiando sia l’inglese sia l’urdu, dato che si tratta spesso di calembour a cavallo fra l’una è l’altra lingua.

Quanto riportato sopra ne costituisce un buon esempio: Kishmish in urdu è l’uva sultanina. Kiss myth e Kiss Miss sono le due interpretazioni della parola fornite da Mehwish con il suo modo di parlare. Il problema è che in italiano «bacia mito» e «bacia signorina» non suonano certo in modo simile a «uva sultanina». Che fare allora? Quanto a Fo weading poi, chissà che vuol dire?

Lascio momentaneamente in sospeso la questione. Presto però trovo di nuovo altri passi simili, che con lo scorrere delle pagine diventano sempre più frequenti, per non dire onnipresenti: cosa significa ape rakats o mackawk o sin a men? Come rendere giochi di parole come ewil ocean per evolution, aunty messy per intimacy, trance late per translate eccetera? Come cavarmela con doppi sensi anglo-urdi come religious che diventa real ijaz («vero ragazzo pakistano»), gin che diventa jinn (gli spiritelli maligni della tradizione islamica) oppure hooker («puttana») che diventa hookum («autorità»)?

falso amico, di norman gobetti, 7

Per qualche giorno mi sento davvero male. Sulle prime me la prendo con la casa editrice. Come hanno potuto non avvisarmi, non dirmi che razza di gatta da pelare mi avevano assegnato? Poi mi ricordo di un’altra delle regole d’oro del traduttore: i problemi di traduzione sono problemi del traduttore. Risolverli spetta a lui, e solo a lui. Così mi decido a prendere in mano la faccenda. E dato che i soliti strumenti (dizionari, lessici, motori di ricerca, siti specialistici, ecc.) in questo caso non bastano a risolvere tutti i dubbi, non mi resta che l’ultima spiaggia: interpellare l’autore.

Scrivo dunque una mail a Uzma Aslam Khan, che mi risponde subito con grande cortesia e disponibilità. Comincio a rincuorarmi. Nelle sue mail la scrittrice pakistana mi spiega fra l’altro che fo weading sta per for reading, ape rakats per apricots, mackawk per macaque, e sin a men per cinnamon. E soprattutto mi fa coraggio, assicurandomi che, a giudicare dagli esempi che le faccio, secondo lei lo «spirito» di Mehwish sta passando anche nella traduzione. Io in realtà ne dubito, dato che la lingua della bambina protagonista del libro si basa fondamentalmente sulla mancata percezione delle silent letters, le lettere mute che in inglese abbondano e in italiano praticamente non esistono, nonché su parole che in inglese (e a volte in urdu) suonano nello stesso modo ma si scrivono in modo diverso, e dunque i miei calembour non possono che risultare più innaturali e forzati di quelli dell’autrice, per quanta arguzia io cerchi di metterci inventando nuovi giochi di parole quando ci riesco, mantenendo l’inglese quando non c’è altra soluzione e lasciando perdere quando non mi viene proprio in mente nulla.

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Così, fra “virgo elette”, “spermimenti”, “party oculari” e “universi età”, mi avvio verso la conclusione. Mi resta da superare lo scoglio di una manciata di poesie inframmezzate alla narrazione (anche queste piene zeppe di giochi linguistici) e finalmente consegno il lavoro finito al committente. Alla fine non sono così scontento, e soprattutto sono ansioso di vedere come accoglieranno in casa editrice la mia traduzione.

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Non la accolgono bene. Anzi, la redattrice che ha il compito di sistemare il testo per la stampa mi confessa di essere stata presa dal panico (anche lei!). Io ribatto che per farsi un’idea fondata è necessario leggere prima tutto, con calma, e che sono disponibile a discutere qualunque cambiamento lei ritenga necessario.

Aspetto ancora qualche giorno e la redattrice mi richiama. Ha letto tutto, con calma, e si è fatta la sua idea. Secondo lei il libro così risulta troppo ostico, per non dire praticamente incomprensibile. Bisogna semplificare il linguaggio di Mehwish, tutte quelle parole tronche, spezzate a metà, stravolte e a volte irriconoscibili, che non portano da nessuna parte. A questo punto tocca a lei dedicarsi al lavoro certosino di intervenire sulla mia traduzione senza creare contraddizioni interne al testo, anche perché nell’originale da un capitolo all’altro Mehwish parla in modo sempre più corretto, e quindi la sua lingua va normalizzata con sapiente gradualità.

falso amico, di norman gobetti, 6

Quando mi arrivano le prime bozze della traduzione rivista, fatico a ritrovare la mia Mehwish, però certo il linguaggio è più scorrevole, e devo ammettere che buona parte dei giochi di parole a cui ero più affezionato sono sopravvissuti. Dopo qualche ulteriore trattativa, do il mio nulla osta alla pubblicazione.

Rimane un ultimo dubbio: il titolo. La geometria di Dio (questa la mia umile proposta) non è giudicato “accattivante”, la redattrice lo trova “poco commerciale”. Sarebbe meglio qualcos’altro, tipo Mehwish guarda il cielo, così mi viene spiegato. In queste cose io sono un po’ letteralista, mi piacciono i titoli fedeli all’originale, però so per esperienza di non essere affatto in grado di riconoscere cosa è “accattivante” e “commerciale” e cosa non lo è. Del resto poi i soldi li mettono loro, e sono loro che devono recuperarli. Così torno a dare il mio nulla osta.

E ora che il libro sta per uscire, sono qui a domandarmi cosa ne penseranno i lettori.

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Il blog di Uzma Aslam Khan, qui.

Uzma Aslam Khan, qui, sul sito di Neri Pozza)

I libri di Philip Roth da Einaudi, qui.

Ecco i titoli sinora tradotti da Norman Gobetti:

Per Einaudi:

Unghia di Laura Hird (1999); Islam di Malise Ruthven (1999); Eyes Wide Open di Frederic Raphael (1999); Desideriamo informarvi che domani verremo uccisi insieme alle nostre famiglie di Philip Gourevitch (2000); Un caso freddo di Philip Gourevitch (2002); Blue Tango di Eoin McNamee (2002); Volo di ritorno di Ralph Ellison (2003); Koba il Terribile di Martin Amis (2003); Chiacchiere di bottega di Philip Roth (2004); Train di Pete Dexter (2004); L’angelo sul tetto di Russell Banks (2005); Abbracciando l’infedele di Bahzad Yaghmaian (2006); Il fondamentalista riluttante di Mohsin Hamid (2007); Un affare di famiglia di Pete Dexter (2007); La tenerezza dei lupi di Stef Penney (2008); Il mondo senza di noi di Alan Weisman (2008); La tigre bianca di Aravind Adiga (2008); Signori degli orizzonti di Jason Goodwin (2008); Professore di desiderio di Philip Roth (2008); La ballata di Abu Ghraib di Philip Gourevitch (2009); Indignazione di Philip Roth (2009); Fra due omicidi di Aravind Adiga (2010)

Per Neri Pozza:

Storie d’amore indiane a cura di Sudhir Kakar (con Anna Nadotti, 2007); Mare di papaveri di Amitav Ghosh (con Anna Nadotti, 2008); Hotel Calcutta di Sankar (2009); Mehwish guarda il sole di Uzma Aslam Khan (2010);

Per Giano:

Porto chiuso di James Hanley (2004); Sul fondo di un mare senza suono di Thomas Steinbeck (2004); Più che umano di Theodore Sturgeon (2005); Un po’ del tuo sangue di Theodore Sturgeon (2006);

Per Il Melangolo:

Rigenerazione (1997) e L’occhio nella porta (1999), entrambi di Pat Barker.

Thomas Steinbeck, Sul fondo di un mare senza suono, Giano 2004, frontespizio, (part.), 1

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10 Risposte

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  1. andrea said, on 14 aprile 2010 at 1:38 pm

    bello, mi è piaciuto molotov
    fai i complimenti a norman ;-))

  2. federico novaro said, on 14 aprile 2010 at 6:43 pm

    norman è bravissimo, la seconda puntata che esce venerdì è anche meglio secondo me. Ciao! (trasmetterò a N)

  3. M. said, on 16 aprile 2010 at 5:13 pm

    Davvero interessantissima questa rubrica. 🙂

  4. monica iovine said, on 23 maggio 2010 at 5:24 pm

    interessantissimo ciò che scrive norman gobetti…dove sono altre cose scritte da lui?

  5. federico novaro said, on 23 maggio 2010 at 5:32 pm

    Qui sul blog trovi una recensione a Quando non c’era internet, di Angelo Morino e la seconda puntata di Falso amico. Se vai su http://www.federiconovaro.eu ci sono tutti i post in ordine ragionato, se no qui sulla destra, nella colonna dei banner, un po’ più in giù dovresti trovare il “cerca”. L’Indice dei Libri del mese (www.lindiceonline.com) pubblica regolarmente le sue recensioni.
    Grazie del commento, lo giro a Norman

  6. flavia said, on 28 agosto 2010 at 4:47 pm

    bella rubrica davvero. un dietro le quinte empatico, interessante e istruttivo.

  7. federico novaro said, on 29 agosto 2010 at 11:05 pm

    grazie! giro a norman

  8. Sara Bauducco said, on 26 maggio 2011 at 11:07 am

    Da traduttrice mi ritrovo in alcuni passaggi, pensieri e sensazioni. Concordo sul fatto che sia meglio leggere prima l’intero lavoro, purtroppo però capita anche che questo ti venga inviato suddiviso in diverse parti, allora è ancor più importante la revisione di editore e traduttore…

  9. Andrea Russo said, on 6 maggio 2012 at 9:50 pm

    Davvero molto interessante quest’articolo! I miei complimenti a Norman Gobetti. Certo che trovare dei doppi sensi anglo-urdi non è il massimo, anzi deve mettere un’ansia…! Devo dire che le soluzioni trovate sono efficaci, soprattutto m’è piaciuto «party oculari»!

  10. federico novaro said, on 6 maggio 2012 at 10:47 pm

    ^_^ giro subito all’ottimo Gobetti


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