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Percival Everett : Deserto americano / Nutrimenti 2009. Recensione

Posted in Federico Novaro, L'Indice dei Libri, letteratura americana, segnalazioni, straight by federico novaro on 23 marzo 2010

Deserto americano
Percival Everett

Traduzione dall’inglese di Marco Rossari
Collana diretta da Leonardo G. Luccone
Art director: Ada Carpi

263 p. ; 16 €
Nutrimenti -Greenwich 9, Roma 2009

Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi, frontespizio (part.)

Risate nel Deserto americano

Deserto americano, quinto titolo di Percival Everett tradotto in Italia (dopo Cancellazione, 2001, tradotto da Marco Bosonetto, Instar 2007, e Glifo, 1999; La cura dell’acqua, 2007; Ferito, 2005; tradotti da Marco Rossari, Nutrimenti, 2007, 2008, 2009 –i link alle recensioni su FNl in coda al post) fa ridere molto.

“[…] Che Theodore Street fosse morto era fuori discussione. […]”, (p. 11), così l’incipit, e sul fatto se Theodore Street sia vivo o morto, e se non fosse più morto quand’era vivo di quanto sia vivo ora ch’è morto, e se non sia invece più vita ora che la vita è morta, nel corpo morto di un uomo infine vivo, e dunque capace, finalmente, di morire, parla tutto il romanzo.

Interrogandosi sulla morte e sulla vita Everett dissemina il testo di battute, la morte stessa del protagonista è una battuta: andando a suicidarsi Ted Street durante un incidente viene decapitato.

Quindicesimo titolo di Everett, Deserto americano, in questo simile a Glifo, è iperpopolato di topoi: riuniti in parata li si attende sfilare con l’attesa divertita del pubblico da circo. E Everett non delude, equilibrista e clown: divertimento sommo e ammirazione –Everett chiama sempre l’ammirazione, da vero attore del testo- per il passaggio, breve, in cui il morto Street rivive. Everett riesce a dare le informazioni nodali per il suo testo immerse in una sorta di understatement che le rende quasi inavvertibili, qui nello specifico il dato “[…] Theodore Street si tirò su dalla bara […]”, (p. 18), viene fatto scivolare nel punto esatto in cui la commedia, usata nelle pagine precedenti, vira alla farsa, trasportando il dato come nella corrente, subito acquisito da chi legge, distratto dal gran can can che sta iniziando.

Seguono rocambolesche vicissitudini, con l’attenzione sempre focalizzata su due fronti: le reazioni degli altri, la reazione di Ted.

Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi; risvolto di cop. [responsabilità non indicate] (part.), 2

Fallito anche nel darsi la morte, Ted Street ha l’occasione di essere un uomo migliore, di capire, di farci capire –intende Everett- quale sia una vita degna di questo nome, di un uomo degno di questo appellativo. Fra la morte labile dell’incipit, la resurrezione e la vera, maschia, morte finale, Everett fa attraversare a Ted, reduce dalla mediocre vita di accademico, il falso mondo dell’informazione, quello pragmatico delle assicurazioni sulla vita, l’esaltata follia delle sette religiose, la paranoia e l’ottusa onnipotenza militari. Via via aquisendo consapevolezza della propria pochezza, l’uscita finale, monito ad un’America imbolsita e persa dietro valori illusori, è la morte ad ammantarla di dignità. Dietro il consueto funambolismo tecnico Everett consegna un testo alfiere di sani valori morali, segna un punto per l’esercito del riscatto. I peccati commessi da Ted da vivo, erano l’ignavia, e l’adulterio.

Nella morte, il riscatto

Moralista come sempre, zeppo di quel senso dell’esistenza che si dice sano cui così spesso ha ricorso l’America quando ha voluto criticarsi, Everett mette in scena un maschio adulto che muore male come aveva vissuto male. Il gesto finale, declinazione di un’idea di virilità soffusa di una certa delicatezza, riscatta una vita vissuta come mediocre, portandosi appresso echi, che si credevano lontani, della retorica della bella morte, dell’idea che la fine possa riscattare un’esistenza.

Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi; risvolto di cop. [responsabilità non indicate] (part.), 1

Una personale affezione per la critica all’Accademia percorre tutto il testo, che richia però, soprattutto mescolata com’è alle tipizzazioni anti-intellettuali che descrivono professori inetti e distanti dal modello virile fatto di responsabilità, fierezza e azione, com’è il caso del protagonista di Deserto, di risultare un po’ auto-referenziale; Accademia verso la quale Everett, esercitando al meglio la sua arte combinatoria, rivolge il suo consueto travestito sberleffo, mascherandosi da post-moderno e servendo sul piatto, senza parere, un pensiero genuinamente conservatore.

Il professor Everett

La satira dell’Accademia, l’arte combinatoria come allusione a una moda, come trappola, e i filosofi parlanti tornano qui, di nuovo come in Glifo: grande spazio è lasciato all’eco dell’empirismo illuminista nell’interrogarsi di Ted sulla vita e sulla morte attraverso le informazioni che giungono dai sensi, si ride quando la descrizione della loro mutazione riecheggia quelle di molti supereroi “[…] Era come si fosse affinata la sua capacità di individuare la sorgente di un suono. E non si trattava solo dell’udito, ma di tutti i sensi. […]”, ( p. 29). Ma i cartoon tornano in più punti, contribuendo al tono leggero del testo, di evasione, “[…] Lui rimase immobile sulla sedia, anche se con la mente si era già catapultato fuori, lasciandosi alle spalle una sagoma umana ritagliata nel legno della porta. […]”, (p. 39).

In un dialogo onirico fra filosofi (p. 52), si dice “[…] La testa di Ted era sconcertata dal palese non sequitur […]”, rivelando un po’ la chiave costruttiva del testo, quasi ludica, da gioco di bambini, come d’altra parte dichiara in quarta lo stesso Everett: “[…] ‘E se mi tagliassi via la testa?’ […]”, cosa ne conseguirebbe? Deserto americano è la risposta a questo gioco, suo punto di forza è la sua componente ludica, la sua debolezza è forse invece i troppo frequenti scivoloni nella serietà, d’intenti più che di toni.

Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi; risvolto di cop. [ritratto fotog. b/n dell'autore, responsabilità non indicate] (part.), 1

Il mondo dell’informazione, i segreti del mondo militare, le sette religiose, la vita dei sobborghi residenziali, il potere delle assicurazioni, vengono lanciati sul cammino di Ted, morto non morto, vivo non vivo, come ostacoli di un video game, dandone esclusivamente per ciascuno il luogo comune, in modo così rigoroso da renderne comico il solo icastico affacciarsi al testo, in accordo con la retorica, supremamente televisiva, del trauma come spiegazione per ogni devianza che abita i personaggi collaterali –eccezzion fatta per i bambini, innocenti per definizione, che puntualmente viene illuminato per i nostri occhi dagli ultra-sensi che la nuova vita dopo la morte regala a Ted (a scelta, bullismo, abusi, tradimenti).
Oltra alla funzione comica l’uso così serrato del luogo comune ha funzione di riconoscibilità, e di rassicurazione. In questo la lingua scelta, piana, semplice, pericolosamente vicina alla sciatteria, e la scelta della terza persona sono pienamente funzionali: l’intenzione di Everett sembra essere di apparecchiare uno scenario così assolutamente consueto da poter lasciare filtrare i ragionamenti sullo stare al mondo, e soprattutto, prospettiva molto cara a Everett, sul come, vi si debba stare.

(Tutto, come sempre in Everett, funziona molto bene, forse ad intaccare un prodotto che potrebbe essere troppo levigato interviene una caduta di tono, anche formale, quando l’accumulo dei materiali si fa un po’ troppo insistito, diventando un po’ noioso. Ma anche questo possiamo iscriverlo alla maestria di Everett, che sa che tutti i film d’azione necessitano, nella seconda metà, di un momento morto, un momento in cui si vede girare la macchina un po’ in folle, per preparare la discesa verso la fine, ed acuirne l’effetto retorico).

Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi, alla cop.: [frame da: The Crossing, 1996 Video/sound installation, ©Bill Viola], (part.), 2

La virilità, separatista per definizione, è il tema di Everett. Qui è la morte che rende possibile redimersi dopo una vita che ne ha contraddetto i principi fondanti: temperanza, forza, azione, generosità; in Ferito era il confronto con l’altro assoluto (in un moltiplicarsi di altri, il gay, il nero, il cittadino, il nativo americano, l’animale, la donna), e pedagico è il tono che dà senso al suo lavoro.

Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi; risvolto di cop. [responsabilità non indicate] (part.), 1

Una versione breve di questo articolo è uscito su L’Indice di Marzo 2010.

Qui, il sito de L’Indice.

FNl ha recensito Ferito, qui, Glifo, qui.

Sul sito di Oblique, l’agenzia che ha curato il volume per Nutrimenti, trovate una rassegna stampa molto interessante, qui, che comprende anche la mia recensione a La cura dell’acqua, che mi sono sempre dimenticato di postare sul blog -era uscita su L’Indice.

Qui, il sito di Nutrimenti.

Qui, il sito di Bill Viola, autore dell’opera da cui è stata tratta la copertina di Deserto americano, purtroppo poco coerente con la linea, sin qui limpida, della collana.

Riassunto bibliografico

straight / letteratura americana / prime edizioni italiane

Deserto americano / Percival Everett
1. ed. – Roma, Nutrimenti. – 263 p. ; 22 x 14 cm. – (Greenwich, 9)
Rossari, Marco (traduzione di) ; Carpi, Ada (art director)
alla cop.: [frame da: The Crossing, 1996 Video/sound installation, ©Bill Viola]
brossura, con risvolti; ill. col. recto e verso della cop. e q. di cop.
©2009 Nutrimenti srl
©2004 Percival Everett
Tit. orig.: American Desert

Percival Everett, Deserto americano, Nutrimenti 2009; art director: Ada Carpi, alla cop.: [frame da: The Crossing, 1996 Video/sound installation, ©Bill Viola], (part.), 1

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