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Norman Gobetti / Falso amico: taccuino di un traduttore al lavoro. 2° puntata

Posted in falso amico, letteratura americana, norman gobetti by federico novaro on 16 aprile 2010

Norman Gobetti
Falso amico. Taccuino di un traduttore al lavoro

falso amico, di norman gobetti

(Seconda puntata di una serie di articoli inediti di Norman Gobetti, cronache del suo lavoro di traduttore)

Norman Gobetti fra il 1995 e il 2002 era in redazione all’Indice; ha lavorato per Giano fra il 2002 e il 2005; collabora come revisore con Einaudi.

La prima puntata è qui, sempre su FNl, dove trovate anche, in coda al post, la lista dei titoli tradotti da Norman Gobetti.

falso amico, di norman gobetti

Falso amico
TACCUINO DI UN TRADUTTORE AL LAVORO

Seconda puntata: A volte mi vengono dei dubbi

Ultimamente mi è capitato di rivedere per Einaudi una traduzione di American Rust di Philipp Meyer. Io non l’avrei tradotto così, però era tradotto molto bene. Poi mi è capitato di leggere le prime pagine di Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer nella traduzione di Massimo Bocchiola. Io non l’avrei tradotto così, però era tradotto eccezionalmente bene. Allora mi sono chiesto perché io non avrei tradotto quei libri a quel modo. E perché mi piaceva com’erano tradotti.

falso amico, di norman gobetti, 20

Prendiamo l’inizio di Ogni cosa è illuminata:
«My legal name is Alexander Perchov. But all my friends dub me Alex, because that is a more flaccid-to-utter version of my legal name. Mother dubs me Alexi-stop-spleening-me!, because I’m always spleening her. If you want to know why I am always spleening her, it is because I am always elsewhere with friends, and disseminating so much currency, and performing so many things than can spleen a mother. Father used to dub me Shapka, for the fur hat I would don even in the summer month. He ceased dubbing me that because I ordered him to cease dubbing me that…».
Ed ecco la traduzione di Bocchiola:
«Il mio nome per legge è Alexander Perchov. Ma tutti i miei amici mi chiamano Alex, perché è una versione del nome più flaccida da pronunciare. Mia madre mi chiama Alex-basta-di-ammorbarmi perché sempre la ammorbo. Se volete sapere perché sempre la ammorbo, è perché sempre sono in altri posti con amici, e seminando tanta moneta e eseguendo così tante cose che possono ammorbare mia madre. Mio padre mi chiamava Shapka per il cappello di pelliccia che calzavo in testa anche nei mesi d’estate. Poi ha smesso di dirmi così perché gli ho ordinato di smettere di dire così…».

falso amico, di norman gobetti, 19

Già a me non sarebbe venuto in mente quel «per legge» invece di «legale», che invece ci sta tanto bene, e nemmeno l’«ammorbarmi» per «spleening-me» e il «calzare» per «to don», ma soprattutto quel che mi stupisce, e che ammiro, è la disinvoltura con la sintassi, certo giustificata dall’inglese piuttosto bizzarro di Alex, ma non suggerita da essa. E non particolarmente vicina all’originale. Qui Bocchiola in pratica si è dovuto inventare una prosa tutta sua per rendere giustizia alla prosa di Alex nell’originale, mentre a me sarebbe venuto da cercare il più possibile di ricalcarla (ad esempio continuando a tradurre «to dub me» con «chiamarmi» invece di passare al «dirmi») e non è affatto detto che il risultato sarebbe stato altrettanto buono.

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Questo per dire che io come traduttore tendo alla fedeltà, e questo a volte è un guaio. Ora ad esempio sto traducendo Spooner di Pete Dexter. Il libro mi piace, anche se le idiosincrasie dell’autore non vanno molto d’accordo con le mie (ad esempio lui disprezza più il politicamente corretto dell’omofobia, mentre io disprezzo più l’omofobia del politicamente corretto), ma, anche se il libro mi piace, nel modo di scrivere dell’autore, una prosa curata, seria, con uno stile molto personale, c’è qualcosa che mi chiedo se ha senso tradurre con fedeltà.

falso amico, di norman gobetti, 16

Spooner, per dirne una, non è solo il titolo del libro e il nome del protagonista, ma anche una delle parole che ricorre più spesso nel libro: 1656 volte (se ho calcolato giusto). Forse troppe? Ciò dipende non solo da quella che io percepisco come una certa ridondanza nel ribadire il soggetto delle frasi ma anche dal fatto che la madre del protagonista viene chiamata quasi sempre Spooner’s mother, la moglie Mrs. Spooner e la figlia Spooner’s daughter. Ciò forse (a voler essere politicamente corretti) dice anche qualcosa sull’atteggiamento dell’autore verso le donne (che come minimo si potrebbe definire volutamente provocatorio), ma il punto non è questo. Il punto è: anch’io nella traduzione devo ripetere 1656 volte la parola Spooner?

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Di certo l’ossessiva ripetizione del nome del protagonista è un tratto caratteristico di questo libro, di certo dice molto sulle intenzioni dell’autore (fra l’altro si tratta in pratica di un’autobiografia romanzata) e di certo il fatto che a me dia un po’ fastidio non è una cosa da tenere troppo in considerazione, però ho il sospetto che se traduco questa cosa con fedeltà chi farà la revisione del libro avrà qualcosa da ridire. E i lettori?

Un altro tratto caratteristico di questo libro sono le lunghe proposizioni paratattiche, un continuo concatenarsi di frasi unite da and: «The grandson turned away from him then and climbed back up onto the tractor, and the engine fired and the posthole digger jumped a little forward, and Spooner jumped a little backward, and the would-be cat strangler picked up his shovel, and a moment later they were back at work»… e così via. Anch’io devo mantenere tutti quegli «e», o sarebbe meglio limitarsi a semplici virgole, o forse variare un po’ la struttura per renderla meno monotona? Però la monotonia è ovviamente voluta dall’autore, e forse anche il ritmo cullante e vagamente paranoico di tutti quegli and (anche se certo in inglese si usano un po’ più che in italiano).

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Non ho ancora deciso che fare. In linea di principio, io a questo punto della mia carriera penso che il mio compito sia riprodurre nel modo più fedele (cioè pedestre?) possibile quel che ha scritto l’autore, anche negli aspetti che a me o a qualcun altro possono apparire più deboli, direi addirittura anche ricalcando certi modi di scrivere che sono usuali in un’altra lingua e meno nella nostra. Così che chi legge possa capire nel modo più completo quel che c’era nell’originale, e farsi una sua idea. Penso che il mio compito sia farmi notare il meno possibile. Interpretare il meno possibile. Ma questo ovviamente non è affatto l’unico modo di tradurre. E non è affatto detto che sia il migliore.

Forse si tratta solo di una questione di predisposizioni personali. A me lo spettro di un tradimento fa più paura di quello di un falso amico.

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P.S. Poi il libro di Uzma Aslam Khan di cui parlavo la scorsa volta è uscito, e il titolo scelto dalla casa editrice alla fine è un altro ancora: Mehwish parla al sole.

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5 Risposte

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  1. valeria said, on 16 aprile 2010 at 4:51 pm

    Io lettore, e per giunta empirico, tradurrei non per legge ma all’anagrafe e non ammorbarmi anzichè angosciarmi. Secondo me l’operazione più difficile è quella di “ambientare” la traduzione e se c’è coerenza l’opera del traduttore diventa comunque fedele senza tradimenti. Da sempre mi sarebbe piaciuto capire come Tabucchi traduce Pessoa, ma mi mancano i mezzi!!! Seguirò questo splendido diario!!!

  2. valentina said, on 8 settembre 2010 at 10:16 am

    Caro Federico,
    complimenti davvero per i post.
    Sono capitata per caso su questo articolo che, sono sincera, mi ha appassionato molto: i dubbi sinceri… è come se si fosse instaurato un filo diretto con l’autore. Mi piace quello che ha scritto Gobetti e lo condivido. Molte traduzioni sono ben fatte ma magari non corrispondono esattamente all’idea personale che ci si fa leggendo l’originale: non esiste una traduzione universale.
    Comunque, la mia concezione (alquanto modesta) di traduzione si esprime nell’ultimo paragrafo, è giusto che il lettore entri il più possibile nel mondo dell’autore, senza interpretazioni veicolari, e che percepisca il messaggio esattamente com’è, con tutte le sfumature. Perchè se l’autore ha scritto quello che ha scritto lo ha fatto esprimendo la propria essenza, che va rispettata.
    Continuerò a seguire il blog, in attesa dei prossimi post autunnali.
    Valentina

  3. federico novaro said, on 8 settembre 2010 at 11:22 am

    gentile valentina,
    grazie dei complimenti e dei commenti, li giro subito a Norman. Non so bene ancora quando riaprirò FNl, vorrei fare dei cambiamenti, spero di trovare presto chi mi aiuti, se no riapro come prima, fors all’inizio di ottobre, magari prima, vedremo.
    a presto allora, ciao!

  4. […] La prima puntata è qui, dove trovate anche, in coda al post, la lista dei titoli tradotti da Norman Gobetti; la seconda qui. […]

  5. Andrea Russo said, on 9 maggio 2012 at 9:39 pm

    Un altro interessantissimo articolo sulla traduzione. Complimenti anche in questo caso!
    Riprendendo quello che Valeria “said”, nemmeno a me piace molto quel «per legge»: avrei messo un semplice «anagrafico», che dovrebbe corrispondere (spero) alla parola del testo fonte.
    Se Norman Gobetti dovesse scrivere mai un romanzo giallo – a meno che non l’abbia già scritto! – fatemelo sapere: soprattutto in questa puntata lascia molto nel dubbio riguardo alle sue scelte; sarebbe interessante sapere com’ha tradotto la frase con tutta quella sfilza di «and»…


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