federico novaro libri

Norman Gobetti / Falso amico: taccuino di un traduttore al lavoro. 3° puntata

Posted in falso amico, letteratura americana, norman gobetti by federico novaro on 6 dicembre 2010

Norman Gobetti
Falso amico. Taccuino di un traduttore al lavoro

falso amico, di norman gobetti

(Terza puntata di una serie di articoli inediti di Norman Gobetti, cronache del suo lavoro di traduttore)

Norman Gobetti fra il 1995 e il 2002 era in redazione all’Indice; ha lavorato per Giano fra il 2002 e il 2005; collabora come revisore con Einaudi.

La prima puntata è qui, dove trovate anche, in coda al post, la lista dei titoli tradotti da Norman Gobetti; la seconda qui.

falso amico, di norman gobetti

Falso amico.
TACCUINO DI UN TRADUTTORE AL LAVORO

Terza puntata: In questo cerchio chiaro che mi isola

Nel mio mestiere c’è una regola aurea: l’umiltà non è mai abbastanza.
Un bravo traduttore si riconosce anche perché ha l’umiltà di non illudersi di aver capito tutto subito, di non credere che la prima resa data dell’originale sia la migliore possibile, di non dimenticare che, finché si può, è sempre bene fare ancora una lettura, ancora un cambiamento, ancora una revisione, di sapere che in ogni caso l’opera conclusa non sarà mai perfetta.

Mi pare dunque giusto che una delle più brave traduttrici italiane, Susanna Basso, abbia scritto un libro, Sul tradurre. Esperienze e divagazioni militanti (Bruno Mondadori, 2010), in cui questo spirito di umiltà si percepisce dalla prima all’ultima pagina.
“Tradurre è bellissimo in autunno…”. Così, come fosse una struggente canzone d’amore, comincia il libro. E continua: “…quando le giornate diventano più corte e accendo la luce sul mio libro sempre prima. La luce naturale un po’ mi deconcentra; illumina anche il resto della stanza, tutti gli altri libri, i mobili, le tende. Qui sotto invece, in questo cerchio chiaro che mi isola, siamo davvero sole, le frasi e io”.

Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro, di Norman Gobetti, 1

Io traduco perlopiù la mattina e nel primo pomeriggio, alla luce del sole, a volte un sole così forte che devo tirare le tende, però conosco il piacere di quel cerchio chiaro in cui ci si trova meravigliosamente soli, a tu per tu con le frasi. Un po’ come in un bel giro di valzer, quando tutto va fuori fuoco tranne il volto della persona che volteggia fra le tue braccia. Sono i momenti in cui anch’io penso, come scrive Susanna Basso, “di fare davvero il lavoro migliore del mondo”.
Raggiungere questo stato delicatamente estatico non è scontato. Ci vuole una buona dose di pazienza e di attenzione, ma soprattutto ci vogliono alcuni elementi oggettivi: tranquillità d’animo, poche distrazioni, un certo silenzio e soprattutto un bel po’ di tempo.

Adesso sto ritraducendo per i Meridiani Mondadori il primo romanzo di Bernard Malamud, The Natural, un libro del 1952 (Mondadori), già ristampato negli anni ottanta, nella versione di Mario Biondi (Mondadori, Mondadori-DeAgostini, CDE), con il titolo Il migliore (ora Minimum fax, 2006).

Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro, di Norman Gobetti, 3

In questo caso particolarmente fortunato la commissione mi è stata data con largo anticipo e il lavoro verrà pagato molto meglio del solito. È dunque un’ottima occasione per sperare in qualche bel giro di valzer. Avere tanto tempo, e un contratto non da fame, permette infatti non solo di rivedere tante volte il lavoro fatto ma anche di alternare alla traduzione vera e propria momenti di ricerca, studio e analisi del testo originale che aiutano a entrare in una relazione sempre più intima con le frasi da tradurre.

Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro, di Norman Gobetti, 6

Susanna Basso nel suo libro descrive in modo molto vivido queste operazioni collaterali che servono non solo a dare un ritmo meno sfibrante alle ore passate a tavolino ma anche ad approdare a un qualcosa di un po’ misterioso: “Che se ne fa dunque il traduttore di tutte queste bellissime storie scoperte nelle parole e nei nomi? Niente, le perde. Ma allora quale può essere l’utilità di questo esercizio? In fondo, direi, quella opposta alla ricerca del termine sul dizionario. Perché se in quel caso il testo risulta appiattito in una sorta di bidimensionalità che fa corrispondere parola a parola, qui ci si cala nei ‘buchi profondi’ della scrittura; qui si comprende non attraverso ciò che si trova, bensì attraverso ciò che va perduto”.
Insomma, un procedere un po’ da speleologi, a tentoni nel buio con appena un piccolo fascio di luce, per poi magari scoprire meravigliosi paesaggi interiori.

Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro, di Norman Gobetti, 4

In questo caso mi sto concedendo di leggere tutto quel che trovo su Malamud e il suo primo romanzo (The Natural è un piccolo classico), di ricostruire con precisione le coordinate spazio-temporali all’interno delle quali si dipana la storia, di soffermarmi sulle figure retoriche usate dall’autore, di interrogarmi sull’uso simbolico dei colori e sulla loro relazione con i personaggi, di approfondire le risonanze mitiche e letterarie sottostanti alla narrazione (all’origine c’è, come nella Terra desolata di T.S. Eliot, la leggenda del Graal e del Re Pescatore), e soprattutto di esplorare la fittissima rete di rimandi, ripetizioni, assonanze, echi e variazioni lessicali che sostiene l’architettura del testo e conferisce alla lingua di Malamud un peso specifico che in traduzione non dovrebbe andare perso.

Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro, di Norman Gobetti, 1

Già nel secondo paragrafo si incontra ad esempio una frase come questa: il protagonista è in treno e, guardando fuori dal finestrino, vede (ma forse è solo una visione allucinata) “this bone-white farmhouse with sagging skeletal porch, alone in untold miles of moonlight, and before it this white-faced, long-boned boy…“.
C’è qui evidentemente, nel trascorrere di quel bone e di quel white dalla casa colonica al bambino passando attraverso la veranda scheletrica e la luce lunare, una densità che non si può perdere senza tradire l’originale in ciò che ha di più prezioso.
Il bambino, dunque, in italiano non potrà diventare ‘pallido’, e men che meno ‘allampanato’, ma dovrà proprio essere ‘con la faccia bianca e le ossa lunghe’, mentre la casa colonica sarà ‘bianca come ossa’, come le ossa bianche di quello scheletro/veranda illuminato dal chiaro di luna davanti a cui compare il bambino con la faccia bianca e le ossa lunghe.

Falso amico, taccuino di un traduttore al lavoro, di Norman Gobetti, 5

La scrittura di Malamud, per come sto imparando a conoscerla immergendomi nel suo libro, è fatta di tante e tante di queste sapienti (e a volte apparentemente goffe) ripetizioni e modulazioni di suoni e immagini, ed è davvero bello avere il tempo e il modo di lasciarsi condurre con “un’andatura prudente, una concentrazione diversa” (come ancora scrive Susanna Basso) nei meandri più riposti di frasi come queste, nell’umile tentativo di traghettarle il più incolumi possibile da una lingua all’altra.

P.S.
Poi il libro di cui parlavo la volta scorsa, Spooner di Pete Dexter, è uscito.
Nella traduzione la parola Spooner ricorre 1544 volte, invece delle 1656 dell’originale. Saranno ancora troppe?

falso amico, di norman gobetti, 3

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: