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Giulio Einaudi / L’esempio di Dogliani (1964)

Posted in editoria by federico novaro on 4 marzo 2011

Nel 1964 uscì presso l’editore Tamburini di Milano un volume di brevi saggi di autori di diversa provenienza (fra di loro una sola autrice, Alda Micheli) che si confrontavano su un tema che stava allora diventando centrale: il tempo libero.
Il volume, dal titolo fantastico, Alla ricerca del tempo libero, era curato da Ettore Albertoni, Leone Diena e Adriano Guerra.

Una breve sezione si occupava di libri, e poneva una domanda a tre editori molto diversi fra loro:

Giulio Einaudi, Valentino Bompiani e Roberto Lerici.

eianudi, logo

Mentre discutiamo di e-book e di reader, non fa male rileggere le preoccupazioni di allora.

La domanda era:
“Il “boom” del libro, è stato rilevato, è in realtà il “boom” di questo o quel titolo, imposto al pubblico in base al criterio che il libro, qualunque libro -al pari di qualsiasi merce- può diventare un consumo di massa se e quando si riesce a creare nel consumatore il nuovo “bisogno”. Questo fatto solleva problemi di enormi dimensioni: l’effettivo potere -e la conseguente nuova responsabilità- del produttore-editore, chiamato a “inventare” e a pianificare le nostre scelte di oggi e di domani (e a intervenire anche, in modo nuovo, necessariamente, nel fatto creativo); i termini nei quali, nella nuova situazione, vanno posti i problemi della relativa “autonomia” della cultura ecc.

A nostro parere non si può, affrontando la problematica del tempo libero in connessione con l’attuale situazione dell’editoria, non affrontare queste questioni e, contemporaneamente, non vedere l’altra faccia del “boom”: lo stato attuale delle biblioteche in Italia, l’alto prezzo dei libri, il contrasto fra l'”Italia che legge” e quella che non sa leggere, ecc.

Su questi problemi, con particolare riferimento alla sua attività di editore, desidereremmo conoscere la sua opinione.”

[l’uso degli “ecc.” in quegli anni era fantastico 🙂 ]

La risposta di Giulio Einaudi:

L’esempio di Dogliani

Non è che il boom del libro abbia caricato di nuove responsabilità il lavoro editoriale. Fare l’editore è di per se stesso contraddittorio, perché vuol dire essere un imprenditore privato che opera in un settore di grande interesse pubblico e che fa commercio di idee, compra e vende beni morali. Il boom ha semmai fatto da lente d’ingrandimento, aumentando la portata quantitativa di certi fenomeni. Così, ad esempio, si è venuta sensibilmente allargando l’area di influenza dell’editore: più larghi e più fitti strati sociali risentono oggi del suo lavoro, la sua attività è seguita con curiosità dagli organi di informazione.

Non bisogna neppure mitizzare il clima di crescente favore che circonda l’identità editoriale degli ultimi anni. Certo in Italia si legge di più di quanto non si leggesse nel ’45: ma il pubblico è sostanzialmente lo stesso.

Vi è in realtà ancora oggi una situazione di stasi dalla quale ci si potrà muovere solamente prendendo atto che esiste un vastissimo bisogno insoddisfatto di cultura da parte di tutti gli strati di popolazione non appartenenti tradizionalmente all’ambito dei normali acquirenti di libri. Uno degli esempi più clamorosi a riprova di questa affermazione è l’attuale successo del libro-dispensa e delle enciclopedie che vengono acquistate con l’illusione di potersi impossessare rapidamente, quasi magicamente, di tutto lo scibile.

James Purdy, Sono Elija Thrush, Einaudi 1974: cop. (part.)

Ora, se è indiscutibile che esiste un effettivo “bisogno culturale”, viene spontaneo chiedersi quali debbano essere i mezzi più efficaci per soddisfarlo. E a questo punto si chiede di solito all’editore di abbassare i propri prezzi di copertina e di impostare collane di libri più economici. Ma la possibilità di produrre il libro economico è in stretta relazione con la esistenza di un mercato composto non di autodidatti potenziali -come accade oggi in Italia- ma di un pubblico già inserito in un processo di sviluppo culturale organizzato.

Come avviare questo processo? Sviluppare e migliorare la scuola? Certo.

Occorre ricordarsi però di tutta la popolazione adulta che ha già adempiuto all’obbligo scolastico e per la quale, tranne poche fortunate eccezioni, non esiste oggi una possibilità di informazione costante, di aggiornamento, in una parola di partecipazione organica alla cultura.

Nei paesi più progrediti questo tramite è rappresentato da un sistema bibliotecario efficiente, da un’intensa rete di biblioteche concepite come centri vivi di cultura nelle quali la popolazione delle zone più sperdute del paese può sempre trovare il libro o il disco che vuole, ha sempre il modo di paretecipare ad attività culturali ed educative serie e programmate.

É evidente il legame tra lo sviluppo di una struttura siìffatta e la diffusione del libro; è evidente inoltre che la presenza di un centro vivo di cultura in ogni luogo abitato rappresenterebbe una valida possibilità di utilizzazione del tempo libero, un antidoto ai larghi fenomeni di involuzione culturale (e dunque sociale) il cui sviluppo -qualora dovesse persistere l’attuale lacuna- sarebbe direttamente proporzionale al ritmo di espansione economica e demografica del paese.

Si tratta in sostanza di fare un salto qualitativo e quantitativo, di ricollocare nella graduatoria delle priorità un intervento sinora trascurato e che dovrà essere alieno da ogni sospetto di paternalismo.

Giulio Einaudi editore, 2

Si è parlato molto in questi ultimi tempi della nostra esperienza di Dogliani. In questo comune delle Langhe, che per numero di abitanti e tipo di stratificazione sociale può essere considerato un esempio di medio comune italiano rurale, abbiamo creato una biblioteca moderna e efficiente, sia sotto il profilo architettonico sia per quanto riguarda la dotazione di libri.

I risultati dimostrano in maniera inequivocabile quanto indispensabile debba essere l’estensione di una iniziativa del genere: su 5000 abitanti circa 2000 sono iscritti alla Biblioteca; il ritmo medio di prestiti giornalieri è di 40 volumi; gli interessi di tutta la comunità si stanno polarizzando intorno alla Biblioteca che sta gradualemtne assumendo il ruolo di vero e proprio centro di cultura.

Quello di Dogliani mi sembra un esempio utile per proporre il problema della diffusione della cultura. Questo problema non è solamente legato a una migliore occupazione del tempo libero: se non viene risolto, buona parte del pubblico potenziale dell’editoria di domani resterà chiuso alla lettura, irraggiungibile dai libri. Con danno grave, s’intende, non solo dell’editoria, ma dell’intera società.

(da: Alla ricerca del tempo libero, a cura di Ettore Albertoni, Leone Diena, Adriano Guerra. Copertina e impaginazione di Laura Mazzi. Milano : Tamburini editore 1964. [nell’indice, contrariamente alla pagina dell’incipit, l’articolo è (erroneamente?) attribuito a Luigi Einaudi])

Anne Frank, Diario, Einaudi 1954, [sovracoperta di Bruno Munari] (part.), 1

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