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Penguin Hardcover Classics in nyc

Posted in cartoline by federico novaro on 8 agosto 2011

Cartoline da nyc, 1.

(sono stato a New York per una decina di giorni, e non ho portato FN con me, ero in vacanza.

Ma FN mi aveva chiesto di fargli un po’ di foto, se avessi visto nelle librerie delle cose interessanti. Tralasciando titoli e autori ne ho fatte allora un po’ a delle copertine, e gliele ho girate chiedendo: -ti possono servire?-, -È estate-, mi ha detto -ne farò una parata, anche solo come scusa per studiare un po’ il lavoro di chi le ha disegnate, e mettere insieme un po’ di link per chi mi segue, e magari le commento pure un po’, se capita-.

Ecco. Le fotografie non sono granché, l’illuminazione, la lingua straniera, ma FN mi ha detto: -mi accontento-)

Penguin Hardcover Classics, di Coralie Bickford-Smith

Penguin Hardcover Classics, di Coralie Bickford-Smith, 6

Di questa collana di classici di Penguin si parlò in occasione dell’uscita qualche mese fa sul Domenicale del Sole (che era allora nella sua breve fase piccolina -vedi su who’s the reader un po’ di cover) nella rubrica Cover Story di Stefano Salis -che, mi dispiace, non riesco a trovare in rete-, elogiandola come magnifica. E in effetti.

Le collane di classici sono un bel problema per le case editrici grandi, con un ampio catalogo stratificatosi negli anni (e il rapporto fra le case editrici e il proprio catalogo -e quello, ormai, del proprio gruppo di appartenenza, è un tema fondamentale per capire e seguire le evoluzioni dell’idea di editoria, anche proiettandolo in un futuro sempre meno cartaceo).
Nei decenni passati le collane di classici rispondevano a due esigenze primarie: da una parte alla divulgazione di testi presso un pubblico molto vasto che l’alfabetizzazione crescente del dopoguerra, e il diminuire dei costi che le tecnologie venivano permettendo, rendeva per la prima volta accessibile, divulgazione che naturalmente avveniva in una doppia ottica, quella pedagogica e civile, che fu molto forte dagli anni ’50 a tutti gli anni ’70, per ragioni via via diverse ma coerenti con la novecentesca idea di progresso, dall’altra quella, imprenditoriale, di sfruttare un patrimonio accumulato, costruirsi un pubblico fedele, chiarire il proprio profilo.

La cure dei testi furono per anni l’elemento nodale. Le nuove traduzioni, le prefazioni che costruivano da un testo all’altro un sistema di lettura e di interpretazione dei testi che venivano riproposti. Con le loro naturali esagerazioni e storture: il forte ideologismo soprattutto, un linguaggio spesso di fatto inaccessibile al pubblico cui era destinato. Questo in linea di masssima. Certo sin dalla nascita dei tascabili sono esistite collane che propongono testi sfiniti dalle troppe letture riproposti solo per aggiungere un titolo alla lista, puntando sul costo più basso possibile, privi di ogni apparato.

Passato il tempo felice e interessante degli apparati e delle cure s’è affermata l’idea che la nudità del testo lo renda icastico e perfetto, uno stupido inganno che tenta di giustificare sciatteria intellettuale e tagli dei costi. Recentemente è invalsa la mondana trovatina delle prefazioni d’autore. Non ci si rivolge più a chi di mestiere studia e lavora sui testi all’interno dell’accademia, bensì a dei contemporanei scrittori, apparecchiando una sorta di sconto da supermarket tipo compri Omero ma ti diamo anche Baricco, operazione che, naturalmente, sortisce a volte anche risultati interessanti, ma questo accade in modo occasionale, e la fragilità delle pagine dei contemporanei sono spesso imbarazzanti, per chi le ha scritte, per chi le legge.

Penguin Hardcover Classics, di Coralie Bickford-Smith, 1

La grafica dei classici tascabili è sempre stata importantissima, e da sola basterebbe a raccontare l’editoria dell’ultimo secolo. Una delle esigenze che si trova ad affrontare chi deve disegnare la grafica di una collana di classici è segnalare che i testi sono vecchi e fare di quel vecchiume una cosa moderna e trendy. Un tempo con il molto aiuto del programma culturale e ideologico della casa editrice e di tutti gli apparati, ora spesso in splendida solitudine, attenuata dagli uffici marketing.

In Italia un esempio minimale è la collana di classici di Dalai editore (assenza d’ogni apparato, prezzo molto basso; una grande etichettona in primo piano, fatta di soli elemenenti tipografici -cornice, righina ottocentesca fra autore e titolo, poggiati su un fondo che evoca la carta vecchia, ingiallita; in secondo piano un’immagine cercata in accordo col testo ma contemporanea, secondo una logica, anche estetica, che ricorda vagamente il lavoro fatto da Mucca Design per la serie BUR60), e soprattutto le svariate collane che ancora vengono divulgate coi quotidiani.

La Penguin, casa editrice gloriosa, la cui grafica è stata proficuamente, pervicacemente, saccheggiata dagli editori italiani da sempre (due soli esempi: gli Oscar Mondadori anni ’80 e ’90, e, recentemente i GTE Newton Compton, che però Riccardo Falcinelli ha trattato quasi come una citazione; ma se girate per il catalogo on-line vedrete l’origine di molte collane e copertine conosciute), ha affidato alle cure grafiche di Coralie Bickford-Smith (che già aveva disegnato per la Penguin altre collane) una serie di classici rilegati.

Penguin Hardcover Classics, di Coralie Bickford-Smith, 2

Le fotografie che mi sono arrivate da New York -ma sarebbe stato meglio mandarmele da Londra, visto che la Penguin è inglese- sono, ad esser gentili, mediocri. Sul sito di Bickford-Smith trovate tutto il suo lavoro molto meglio. Che alla lunga forse può apparire stucchevole, e quasi retrivo in questa insistenza sugli stilemi nostalgici (vedi soprattutto la collana per ragazzi, davanti alla quale viene da pensare che s’è smesso di praticare quel tipo di estetica una ragione ci sarà, e Bruno Munari è lì che si rotola), per questo voto come la copertina più bella quella di The Secret Agent di Conrad, disegnata per la serie “Penguin Classics / Red”.

Penguin Hardcover Classics, di Coralie Bickford-Smith, 1

En passant ne approfitto per fare ammenda: come giustamente ebbe a dirmi Silvana Amato qualche Salone fa, il disegno di un libro non si ferma alla copertina, esistono i dorsi, le quarte, gli interni, la carta e così via; queste cartoline che mi arrivano da New York, come tutte le serie precedenti, invece fanno della copertina una specie di riassunto, trascurando il resto. Per le serie Gay scanner, i coralli Einaudi e Le belle copertine ho rimediato, se non entrando nell’interno del libro almeno cercando di riprodurre interamente l’esterno, per il resto spero nel futuro di far meglio. Ma tutto questo mi suona anche ironico nel momento in cui cercando sul sito di Bickford-Smith le sue quarte -delle quali non ho notizie, con gran stupore m’accorgo che lei neppure le mette. Mette tutte le copertine, e mette tutti i dorsi. Ma non le quarte. Potevo trovare un segnale maggiormente significativo di quanto gli apparati ormai vengano tenuti in nessun conto?

Penguin Hardcover Classics, di Coralie Bickford-Smith, 3

L’arte di Bickford-Smith è comunque grande, ed ora, mentre molto alla moda sono le copertine che mimano estetiche felicemente abbandonate all’inizio del Novecento, che esaltano l’arte tipografica e schiacciano a fondo sul pedale nostalgico, brilla certamente per coerenza e pulizia. In questa collana più che in altre poi gioca un senso di astrazione. L’evocazione del tempo passato -sempre più bello per definizione, ora per i bibliofili ancor più che mai- è ottenuta soprattutto dalla rilegatura in tutta tela, che all’occhio e al tatto subito rimandano libri del secolo passato, giù giù sin agli anni ’20, nella mancanza di sovracoperta, nella stampa che, monocroma, incide leggermente la tela, segnandola, e nel dorso, organizzato solitamente in orizzontale (qui compaiono numero d’ordine e indicazione dell’editore e della collana -da notare che non è presente il marchio della casa editrice, il pinguino).
Ma la scansione dei campi del piatto di copertina e la scelta di ripetere l’illustrazione sino a farne un pattern (una tappezzeria, mi pare dicesse giustamente Salis) risponde a un gusto contemporaneo, con titolo a autore, uniche informazioni in copertina, quasi sopraffatti nei due vaghi triangoli (vertice verso il centro della copertina) lasciati liberi dall’illustrazione, in alto e in basso.

Penguin Hardcover Classics, di Coralie Bickford-Smith, 4

Pare che Giulio Einaudi alla fine degli anni ’80, avesse bollato il disegno grafico e materico della nascente “Biblioteca dell’Orsa” (il goffo tentativo einaudiano di iniziare una collana autonoma di classici fra i Meridiani e la Pléiade, che pur dotata del nome di Bruno Munari in colophon sotto il nome dei direttori, “Collezione diretta da Giulio Bollati e Paolo Fossati | Grafica di Bruno Munari”, resta fra le cose peggio riuscite della sua lunga carriera) come rispondente ad un’estetica da scatola di cioccolatini; questi Classici di Bickford-Smith non se ne discostano, salvo che la interpretano con grande intelligenza e raffinatezza, assumendone i tratti anche meno alti, quali la valenza anche d’arredamento della collana, in questo riuscendo perfettamente, sia detto con ammirazione e senza ironia.

Noblesse oblige la serie è dotata di apparati, che forse sono citati in quarta, ma non ci è dato sapere. In ogni caso sembrano interessare poco anche alla casa editrice, che pubblica sul sito questa presentazione alla collana:
With splendid packaging created by acclaimed designer Coralie Bickford-Smith (Great Books for Boys series), Penguin Classics presents four more beautiful hardcover editions of the world’s favorite books. Featuring gorgeous patterns stamped on linen cases, colored endpapers, and ribbon markers, these are rich and sumptuous volumes that continue what will be one of the most coveted sets of books ever produced“.

Penguin Hardcover Classics, di Coralie Bickford-Smith, 6

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2 Risposte

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  1. ctonio said, on 10 agosto 2011 at 5:39 pm

    che belle *_*

  2. federico novaro said, on 10 agosto 2011 at 5:47 pm

    sì. e le foto, o le immagini del sito, sono traditrici. il risultato è migliore ancora. belli da tenere in mano. secondo me uno è contento di comprarli 🙂


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