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James Gleick / The Information / Peter Mendelsund

Posted in cartoline by federico novaro on 16 agosto 2011

Cartoline da nyc. 5

(beh, mi ha detto FN che una gentile lettrice il 14/8 gli ha segnalato che la copertina di Rimbaud che ho fotografato e che FN ha usato per il post precedente non ha in copertina un ritratto di Rimbaud, e mi ha detto: -accidenti accidentaccio che figure che mi fai fare!- Non che lui avesse detto che lo era, ma il fatto che non l’abbia segnalato gli sembra brutto -in effetti, se in copertina di un libro di Rimbaud c’è il ritratto di qualcun altro, mi rendo conto, era da segnalare-. Naturalmente FN dà la colpa a me, e mi dice che avrei dovuto fotografare il libro in tutte le sue parti, che avrei dovuto accorgermene e che di sicuro da qualche parte sul libro c’era scritto, e che così lui avrebbe potuto segnalarlo e farci una bella figura. FN è noioso come se lui non avesse fatto pasticci mai. Che ci vada lui a farsi le sue foto d’ora in poi)


Cover Parade. 3

James Gleick, The Information; jacket design: Peter Mendelsund

The Information, di James Gleick; jacket design di Peter Mendelsund

Peter Mendelsund è una star, nel piccolo mondo che segue con passione le cose di grafica, anzi di grafica editoriale, anzi di grafica delle copertine.

Soprattutto da quando ha disegnato una serie per Schocken (Random House, come Knopf e altre sigle), di cui è art director, che raccoglie le opere di Kafka.

Sul blog di Peter Mendelsund, Jacket Mechanical, trovate tutte le copertine e anche suoi ragionamenti sul come e perché le abbia disegnate così, oltre alla copertina per il K di Calasso (in Italia, naturalmente, Adelphi, con copertina banalmente adelphiana) e alla breve descrizione della storia editoriale pregressa delle edizioni di Kafka negli Stati Uniti.

Un occhio fa da filo conduttore fra le copertine della serie, a questo proposito Google Translator mi dice che Mendelsund dice: “[…] Trovo gli occhi, preso al singolare, creare intimità, e al plurale instillare paranoia. Questo sembrava una buona combinazione di Kafka, che è così abile a la rappresentazione della persona, così come la rappresentazione della persecuzione del singolo. […]“.

Le copertine della serie sono molto belle e in rete hanno molto girato, pulite, icastiche, astratte, innovative. Prendere i libri in mano, come sempre, aggiunge però molto.

Viste sul monitor siamo portati ad attribuire alla superficie reale i riflessi e la brillantezza che attraversano il vetro del nostro computer. La pulizia squillata delle copertine kafkiane di Mendelsund è invece attenuata dall’opacità della carta scelta, leggermente porosa, morbida al tatto. I volumi sono in brossura e le note che accompagnavano la fotografia dicevano che i margini delle pagine non sono tagliati. Anche di questo non ho trovato conferme, ma se risponde al vero introdurrebbe un elemento nostalgico-citazionista importante, che farebbe mutare decisamente la percezione che della collana si ha, guardandone le copertine in rete.

La riproduzione delle copertine, e dei libri in genereale, in rete è un problema. Non solo perché riduce il lavoro complesso e articolato di chi disegna un libro alla sola superficie anteriore, tralasciando il dorso, la quarta, i risvolti, o, in molti casi altrettanto importante, il frontespizio, le pagine in capo e in coda al testo, l’impaginato, ma perché riduce a un solo senso, la vista, un lavoro che si rivolge anche, molto, al tatto. Paradossalmente le copertine in rete sono troppo ben visibili. Ciò che rimbalza di sito in sito sempre uguale ha origine nello studio grafico cui la casa editrice ha commissionato il lavoro. C’è un salto: da una parte il “bozzetto” parte dallo studio grafico, una volta approvato, per la tipografia, dall’altra va sui siti (dove spesso compare in anticipo sulla sua realizzazione fisica). Ciò che noi guardiamo è un progetto, non la sua realizzazione, un’idea, non la sua traduzione in materia.

Questo non è indifferente. Uno stesso disegno reso su carta lucida o opaca può cambiare radicalmente. Per fare un esempio: immaginate gli “ET Einaudi, con quel loro cartoncino con tutti i pori ben chiusi, che miracolosamente reca su sè per sempre ogni impronta digitale di chi li prenda in mano in libreria senza essersi lavato le mani prima, soprattutto se il volume inalbera il proverbiale “bianco Einaudi”: buffa ironia, che è perfetto però per accogliere il nitore e la pulizia dei caratteri dei titoli, il cesello del marchio, i colori ultrasaturi; ecco, immaginate la medesima copertina stampata sulla carta vergatina (credo Fabriano) che usa Sellerio, piacevole al tatto, più delicata (ma senza i problemi di sporcizia immediata), più nostalgica, ma necessariamente più porosa, meno riflettente, con una resa di stampa più imprecisa. O immaginate il contrario (ed è facile: la serie “Il contesto” è ora stampata su una carta simile a quella degli “ET”, e l’ibrido che ne sortisce, fra la grafica tradizionale di Sellerio e la carta imposta dalla moda attuale -attuale di qualche anno fa…- è un pasticcio).

Insomma: il rischio, come sempre in rete, è di confondere il reale con ciò che lo sembra. Certo è solo uno slittamento, tutti sappiamo che quando parliamo di copertine parliamo di progetti, ma per comodità, per non sentire la necessità di andare a toccare con mano, abbreviamo i passaggi, e li chiamiamo copertine.

Il bellissimo e imprescindibile sito From Your Desks ha dedicato a Peter Mendelsund un reportage scritto da lui medesimo, dove una serie di fotografie fatte nel suo studio sono fornite di note esplicative: wow. Fra le altre una fotografia della vetrina con molti dei suoi libri per la Knopf dà un buon colpo d’occhio sul suo lavoro. In coda un’intervista di Kate Donnelly, curatrice del sito.

Anche The Book Cover Archive ha dedicato a Peter Mendelsund molto spazio fra le sue carrellate di copertine.

Alcune delle copertine per Kafka si vedono benissimo su Flavorwire.

Di Mendelsund ha parlato a più riprese (e lì FN l’ha conosciuto) Who’s the reader; nel febbraio 2011 Finzioni mise in competizione quattro copertine, frutto di precedenti selezioni, fra le quali una di Mendelsund per Kafka, che vinse. (FN ne votò un’altra, la A)

Ma questo post si basa su una cartolina spedita da New York e che non parla della serie kafkiana, bensì del libro The Information, di James Gleick, nell’edizione americana, edito da Phanteon, di cui Mendelsun è art director (sempre Random House).

Sempre su Jacket Mechanical, il blog di Mendelsund, trovate, per una volta, una vera fotografia, che riproduce la copertina di sbieco, in modo che si possa vedere il dorso, qui, ma come altrove, molto importante.
Sul sito di vendita di Random House trovate una copertina differente da quella che compare sul sito di Mendelsund. Forse una versione precedente? Questa versione, pur parente di quella riprodotta qui sopra, è molto meno bella, disposta su due sole colonne, il sottotitolo più facilmente leggibile in basso, il gioco di linee di forza fra pieni e vuoti, rosso e nero, assente, e assente è il titolo del libro precedente di Gleick.

Le copertine fatte solo di caratteri tipografici hanno l’indubitabile vantaggio di non dover costare di diritti per la riproduzione di immagini (anche se questo costo è ormai superato dalla pressoché infinita disponibilità di immagini in rete a gratis per chi le usi), ma naturalmente non sarà questa, qui, la motivazione. Il gioco fra ripetizione e alterazione del ritmo, l’abilità leggera di inglobare, senza farne uno strillo, il titolo del libro precedente, l’ironia fra tutte le parti, l’uso delicatissimo del rosso, i rimandi fra un punto e l’altro della superficie che l’occhio percorre fra la selva apparentemente sempre uguale delle tre colonne a ricomporre il sottotitolo (A History. A Theory. A Flood) riescono nel cimento difficilissimo di forzare i confini abituali del canone.

The Information, di James Gleick; jacket design di Peter Mendelsund

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