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(a cura di) Tommaso Munari / I VERBALI DEL MERCOLEDÌ. Einaudi 2011 (segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 2 gennaio 2012

Einaudi 1912-2012, 15

Giulio Einaudi, 1912 – 2012

Centenario dalla nascita

1) I Verbali

(Giulio Einaudi, fondatore della casa editrice omonima, è nato nel 1912, il 2 gennaio, a Dogliani. Il 2012 sarà dunque anno di celebrazioni. FN cercherà di seguire le iniziative che si susseguiranno, e di darne conto qui).

È in libreria

I verbali del mercoledì. Riunioni editoriali Einaudi | 1943 – 1952
a cura di Tommaso Munari
prefazione di Luisa Mangoni
[responsabilità grafiche non indicate]

LXVII + 533 p. ; 40 €
Einaudi, Torino 2011



Sceglie un buon momento, l’Einaudi, per pubblicare un libro atteso da anni
. Esigenze di comunicazione -la guerra aveva disperso le sedi fra Roma, Milano, Torino- ma anche la coscienza del proprio lavoro, resero necessari i verbali che questo libro, primo di tre previsti, restituisce allo sguardo. I verbali delle famose riunioni editoriali del mercoledì, entrate prestissimo a far parte della leggenda dell’Einaudi, ci consegnano non solo la testimonianza del farsi di una casa edirice, supportati dai puntuali e chiari apparati che li accompagnano, ma il costruirsi di un metodo di lavoro, di un progetto che di settimana in settimana si ridefinisce rifondandosi nella fedeltà a un’idea di editoria, civile, che mai viene meno.

Il volume segna, insieme alla riproposizione settimanale che dal 2 gennaio fa il quotidiano La Stampa di dieci titoli della collana Scrittori tradotti da scrittori, l’inizio delle celebrazioni einaudiane del 2012, seppure un po’ in sordina e senza tanta pubblicità.

Il centenario capita in un momento interessante, mentre cioè, l’editoria italiana è squassata alle radici della sua stessa natura dall’avvento degli ebook, dalle nuove forme di accesso ai testi, e dalle potenzialità che i nuovi supporti aprono ai testi non lineari. Con un occhio oltreoceano, per cercare di capire in quali forme stia accadendo, e un occhio al mercato interno, per cercare di occuparlo senza precedere di troppo i nuovi desideri, l’editoria italiana sembra ancor più che negli anni recenti tracciare un solco fra grandissime concentrazioni e marchi più piccoli -ora chiamati indipendenti, animate da intenti culturali e produttivi sempre più diversi.

L’Einaudi ora appare bicefala, da una parte casa editrice generalista, marchio della galassia Mondadori, per la quale presidia un segmento di mercato facendosi sempre più compiutamente pop, dall’altra erede di un guazzabuglio di memorie forse non ancora compiutamente elaborate per essere utilizzate in senso produttivo, e anzi talvolta zavorra imbarazzante.

Di certo in occasione dell’anniversario della nascita ci saranno grandi dibattiti, ci saranno ragionamenti utili e tanta fuffa, ma questo volume segna un buon inizio perché porta la discussione sui documenti. Ripercorrere le pagine -purtroppo molto care e per ora disponibili solo su supporto cartaceo- che Tommaso Munari ha ordinato e annotato, introdotte dalla prefazione di Luisa Mangoni, precisa e divulgativa, aiuta a segnare quanto quella stagione sia finita e quanto in quelle forme non possa tornare, ma anche, ascoltare le molte voci che riecheggiano dai verbali, aiuterà certamente a chiarire in modo appassionante quale fosse l’oggetto del loro lavoro, cosa fosse, allora, una casa editrice, quali gli oggetti che si volevano produrre.

Dei Verbali del mercoledì, Paolo di Stefano, il 16 novembre 2011 (poi modificato il 21) ha pubblicato sul sito del Corriere della sera un lungo articolo; il titolo racconta da solo la retorica scandalistica amata dai quotidiani italiani, Einaudi, nei verbali segreti il tormento dell’ideologia, ma l’articolo per fortuna è migliore del titolo che gli è stato attribuito:

“Il tratto distintivo della Einaudi venne riassunto da Cesare Pavese in un ossimoro che chiarisce bene anche il senso delle riunioni editoriali di via Arcivescovado e poi di via Biancamano. […] Pavese parlò di «concordia discorde». […] dopo aver letto questi primi Verbali del mercoledì 1943-1952 perfettamente curati da Tommaso Munari, non si troverebbe di meglio per definire il senso profondo di quelle riunioni intellettuali finalizzate a scopi editoriali.

[…]

Si parte con una lettera di Carlo Muscetta, datata 7 agosto 1943, in cui l’editore viene messo al corrente dell’idea di pubblicare alcuni «volumetti formato “universale”» sulle condizioni dell’Italia e dell’Europa. Di lì a qualche mese Giaime Pintor morirà dilaniato da una mina e Leone Ginzburg resterà vittima a Regina Coeli delle torture tedesche. Intanto, l’editore ha arruolato Vittorini, con il proposito di affidargli un «periodico di educazione popolare», un «giornale spregiudicato e vivo», che si tradurrà nel «Politecnico» settimanale e poi mensile. Nella fase calda della rivista, i verbali testimoniano il contrasto tra Pavese e Vittorini che incarna il desiderio di rinnovamento alimentato da Einaudi […] La regia di Giulio Einaudi si percepisce ovunque. Persino nel suo silenzio. Se l’editore non può fare a meno di Pavese, non vuol rinunciare alle novità che promette il nuovo consulente da Milano. Regia che tende a favorire le «discordie» per portarle a soluzione concorde. Le presenze, già nel ’45, sono impressionanti: a Torino, con Norberto Bobbio, Ludovico Geymonat e Felice Balbo, a Roma con Muscetta, con Antonio Giolitti, a Milano con Vittorini e con Micha Kamenetzki (Ugo Stille) si ripensa all’intero catalogo, si discute di «collanologia», dalla «Biblioteca di cultura filosofica» ai «Saggi», dei «Poeti», della «Collana marxista», della «Biblioteca di cultura storica», perché ogni titolo acquisito deve entrare nel giusto contesto. E se non c’è il contesto adatto, cioè la collana pronta ad accoglierlo, meglio rinunciare. Non si parla mai di tirature e di vendite: non è questa la sede; si parla solo di idee e di libri.

[…]

Il fatto è che le anime della Einaudi sono tante, forse più di quelle che potevano intuire gli einaudiani stessi. E la regia di Giulio deve essere accorta e sorniona al punto da delegare solo a sé e a nessun altro la gestione dei contatti con il Pci. Un «volume fatto da scrittori che, pur accettando il comunismo, fanno le loro obbiezioni», come suggerisce Vittorini nella seduta del 12-13 gennaio 1949 cadrà nel vuoto. Il partito «non deve prendere posizione, avallando la collana», avverte il «dissidente» Balbo, «la Casa deve svolgere la funzione di Casa editrice e non può fare biblioteche di partito». Lo stesso Calvino sconsiglia di «partire pensando di diffondere questa collezione nelle sezioni di partito; ma di tenere conto delle esigenze del pubblico in genere». Con la morte di Pavese, sarà Bollati ad assumerne la funzione di eminenza grigia, intelligentissimo suggeritore a tutto campo (specie nella saggistica), diplomatico risolutore dei maggiori nodi editoriali. Calvino, con Vittorini, sarà il punto di riferimento per la narrativa e per i classici. I nomi delle presenze attorno al tavolo delle riunioni si moltiplicano: sono redattori, ma anche direttori di collana. L’unico nome di battesimo che figura nei verbali, accanto a quelli di tanti dott. e prof., è quello di Natalia (forse malcelata spia di misoginia intellettuale).

[…]

Solo a Einaudi e a Pavese erano riservati «ambiti editoriali non sottoposti a giudizi altrui», osserva la Mangoni. Anche Vittorini lavorò in parte su un territorio franco per «I gettoni». Ma le vie del Signore, in casa Einaudi, erano infinite e a volte imperscrutabili: ci si poteva intestardire su un argomento per anni (per esempio l’indice del «Millennio» Goldoni, vero leitmotiv di questi verbali); si potevano manifestare entusiasmi unanimi per proposte che non avrebbero mai visto la luce; si poteva stroncare senza rimedio la Pivano che proponeva un saggio sui neri d’America («molto debole» per Calvino); si poteva rimanere freddi rispetto alle Memorie di Adriano , che Paolo Serini non si sentì di raccomandare e che poi divennero un bestseller; si poteva bocciare il Dossi delle Note azzurre proposto da Dante Isella; si poteva rimandare al mittente un libro di Comisso, di Patti, di Alvaro, una traduzione di Fortini. Si poteva sbagliare, come quando, nel luglio 1952, per la seconda volta fu rifiutato Se questo è un uomo di Primo Levi, considerato di difficile successo, poiché già edito da De Silva. Però, nonostante gli errori, gli inciampi, le rinascite, i litigi e i dissesti, nessuno potrà negare che la «concordia discorde» o la «discordia concorde» di Giulio Einaudi abbia prodotto un patrimonio culturale inestimabile per gli italiani.”

Sempre il 16 novembre La Stampa ha pubblicato un articolo sui Verbali di Bruno Ventavoli, direttore di Tuttolibri, Einaudi i mercoledì da leoni:

“[…] A ciascun libro è dedicato un piccolo paragrafo. Poche righe per dire quanto vale, e se è opportuno pubblicarlo. Talvolta la registrazione è analitica e meticolosa, per divulgare come nasce il titolo di una collana («I gettoni»), altre volte è più elusiva. Se quelle carte fossero finite a Forster Wallace sarebbero un romanzo, il canovaccio di come si forgia la cultura dell’Italia democratica e repubblicana.

[…]

Giulio Einaudi è il sovrano dei mercoledì. Un po’ megalomane, un po’ snob («Continuare con gli scrittori più validi, eliminando il criterio di amena lettura»)

[…]

Certo, nella scoperchiatura dei preziosi archivi einaudiani si troverà conferma, persino rude nel suo stenografismo, di imbarazzanti genuflessioni all’egemonia del Pci. Il collaboratore Renato Poggioli, per esempio, non viene difeso come si deve dagli attacchi della falce e martello. Se si parla di autori russi, c’è una lista consegnata dall’ambasciata di Mosca con i buoni e i cattivi.

[…]

Al di là dei peli dell’uovo che gli eterni polemisti vorranno rintracciare nella formidabile macchina da cultura einaudiana, trasuda l’immenso amore, la cura, la valutazione del peso letterario o scientifico che sta dietro ogni libro, e che forse nella prossima era sbrigativa dei libri digitali non ci sarà mai più. Le traduzioni, per esempio, sono fondamentali. Per il Don Chisciotte il nome di Macrì «suscita dubbi e diffidenze», il lavoro che mai farà deve essere ripulito prima dagli esperti traduttori della Casa, e poi «attentamente vagliato filologicamente». […]”

Su la Repubblica, stesso giorno, ne ha parlato Paolo Mauri: Così l’Einaudi dettava la linea.

“[…] A Severino Cesari, molti anni dopo, Einaudi parlò delle due anime della sinistra: quella di governo che voleva gestire la cultura e l’ altra che voleva rompere tutto. «Anch’ io mi sentivo imbalsamato tra quelli di governo». Il 14 ottobre 1998 Einaudi tenne a Torino una lezione magistrale e la dedicò alle origini della sua casa editrice, nata a Torino nel 1933, quando lui aveva 21 anni. In mente aveva la breve ma cospicua avventura di un altro ragazzo precoce, visto una sola volta nella vita quando di anni ne aveva 14: Piero Gobetti. Il fascismo non aveva tollerato la casa editrice voluta da Gobetti, che in soli due anni aveva pubblicato un centinaio di volumi tra cui Ossi di seppia di Montale, e poi libri di Salvatorelli, Dorso, Nitti, Luigi Einaudi, Ruffini, Sturzo e Gobetti stesso. Quello era il seme, che si sarebbe incrociato più tardi con la lezione di Gramsci. Questi verbali escono a ridosso del centenario di Giulio Einaudi, nato il 2 gennaio del 1912. Non sono un monumento, ma la documentazione talvolta impervia, comunque sempre affascinante di un grande lavoro collettivo che aveva per scopo libri e cultura. In altri termini civiltà: quella civiltà che cominciava dall’ eleganza delle copertine. Sarebbe bello portare questi Verbali a Dogliani, dove l’ editore è sepolto sotto una lapide su cui sta scritto soltanto “Giulio”.”

(FN ringrazia la casa editrice Einaudi, che, su richiesta, ha inviato il volume)

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