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Editoria, aspettando l’autunno -che non sia un precoce inverno

Posted in editoria, note by federico novaro on 27 luglio 2012

Josephine Tey, La figlia del tempo, Mondadori 2012. Art director: Giacomo Callo; graphic designer: Susanna Tosatti; alla cop.: ill. di Mick Wiggins. Taglio superiore (part.), 1

Il discorso intorno all’editoria s’è fatto ormai così vasto; ha molti tratti inutili naturalmente, e, come spesso accade quando in tanti si parla delle medesime cose, noioso.
Ha dei tratti però anche molto interessanti, per esempio che è soprattutto un discorso condotto qui nel sottobosco. Ci sono vari interventi di responsabili di marchi, ma fatto salvo i meritevoli di :due punti o di minimum fax o di e/o, che provano a interrogarsi sul proprio mestiere, quello che filtra dalle grandi case -soprattutto nelle interviste che l’incontournable Antonio Prudenzano conduce per Affari Italiani- sono proclami un po’ autoreferenziali, più rispondenti a una logica di marketing e di posizionamento, che a una volontà di interrogarsi pubblicamente su un mestiere drammaticamente sottoposto a cambiamenti di difficile gestione. Chiusi questi ultimi in una retorica forzatamente sempre ottimista e progressiva, tollerabile in momenti espansivi, risultano ora un po’ patetici, un po’ tristi, e tanto propagandistici.

In parte il discorso sull’editoria sembra avere sostituito il discorso sui testi letterari -il discorso sui testi di saggistica ha lasciato che si perdessero le sue tracce, lontano, ma non si sa dove, dai saggisti tv. Parlare dei testi sembra presupporre ora due opzioni, da una parte quella impressionistica che parte da sè e lì, attraversando in vario modo il testo e le proprie emozioni, torna, un opzione che sembra basarsi sull’attribuire alla propria esperienza personale una grande importanza, in sè, così grande da giustificare il discorso; opzione alla quale la rete offre grande spazio, successo, possibilità e vastissima platea di pari, uno spazio del tutto nuovo, abitato con entusiasmo; l’altra opzione, messa a dura prova dall’affermarsi della prima, tenta di parlare dei testi abitandone soprattutto il contesto e dando ragione di sè nel tentativo di fornire degli elementi di decifrazione, utili a capire cosa sia quel testo e per quale ragione sia così. Questa seconda opzione, sfrattata dal mezzo cartaceo, è ora pellegrina su un mezzo che poco la contempla, e sottoposta a un pressione defatigante di continua interrogazione di sè, sul proprio linguaggio, sui propri motivi e la propria legittimazione e sembra annichilire.

È pur vero che se la modalità con la quale i testi vengono letti, prodotti, distribuiti è così come ora violentemente scossa alle fondamenta da mutamenti che non sembrano trovare requie e che investono o stanno per investire la loro stessa natura, appare inevitabile che il discorso su di loro s’affievolisca sino a immiserirsi, in desiderio, anche, di chiarezza.

Poi, certo, l’esternalizzazione di sempre più servizi e competenze che erano propri delle case editrici, con la sostanziale espulsione dal corpo vivo delle redazioni di una parte intesa di servizio, quando è invece sostanza stessa del mestiere, e la nascita di centri prima ancillari poi sempre più compiutamente autonomi, dove i testi e i libri vengono pensati e disegnati (uno dei molteplici movimenti che, ben prima della crisi e ben prima della smaterializzazione dei testi, hanno piegato a logiche astratte imprese che avevano una loro specificità che si è rivelata troppo delicata, forse troppo certa di sè, per sopravvivere nell’oltranzismo di chi vedeva nel nero dei bilanci non una condizione ma un fine, noncurante del ruolo esiziale che il processo aveva sul prodotto, o, nel migliore dei casi, scientemente perseguendone l’annichilimento), il moltiplicarsi spesso vano di aspiranti a un mondo più vagheggiato che reale, disposte/i a spendere energie, tempo, denari -e a non riceverne- per partecipare ad un’idea quasi misterica di un mestiere che sembra disconoscere se stesso, certo anche questo contribuisce a grappolo al moltiplicarsi delle voci, nel tentativo forse illusorio di trovare un rispecchiamento, una somiglianza, un motivo di coraggio, nella fantastica illusione -resa così dolcemente reale proprio dal moltiplicarsi e dal frammentarsi dei soggetti- che ciascuno possa possedere l’idea giusta, la via giusta, in un mestiere che può essere solo collettivo.

Iain Banks, La fabbrica delle vespe, Meridiano Zero 2012. Progetto grafico: Meat collettivo grafico; realizz. graf.: Nicolas Campagnari. Taglio superiore (part.), 1

A caso, oggi -sappiamo ben che il caso è un ottimo strumento- uno via l’altro su facebook ho visto passare tre link, molto diversi fra loro, a post che parlavano a vario titolo di editoria. Non sono né le più acute né le più bizzarre fra le riflessioni sull’editoria ma leggerle una via l’altra mi ha fatto pensare che le si potesse far risuonare una con l’altra.

Marino Buzzi, libraio e scrittore, sul suo blog Cronache dalla libreria, fa alcune Riflessioni intorno al mondo del libro, a partire da tre articoli usciti recentemente:

un’intervista di Prudenzano a Raffaello Avanzini di Newton Compton del 23 luglio:

“[…] Newton ha fatto, giustamente i suoi interessi e ha portato a casa dei risultati ma non ha portato grossi vantaggi al mercato in generale. Gli accordi commerciali fra librerie di catena e case editrici hanno portato, in questi mesi, a una massificazione del prodotto tale da “ingorgare” il sistema. Pur di ottenere percentuali di sconto maggiori ci siamo portati in libreria quantità enormi di titoli che, in moltissimi casi, non hanno portato ai risultati sperati. […]”

una lettera aperta di Sandro Ferri, editore di e/o, pubblicata il 25 luglio su la Repubblica

“[…] Le librerie rimangono aperte se qualcuno entra a comprare. Punto. Ferri fa un discorso mirato alla bibliodiversità, un discorso che condivido completamente, ma che non posso fare mio. E non posso farlo perché io sono un libraio di catena e chi lavora in una libreria di catena sa che il nostro ruolo, oggi, è quello di fare tessere, di servire il più velocemente possibile il cliente, di esporre libri che non abbiamo scelto noi.

[…]

I lettori in Italia sono davvero pochi, quei pochi che ci sono, per fortuna, leggono tanto e ci permettono di resistere. All’interno della bassa percentuale di lettori ce ne sono molti che non hanno più le stesse possibilità economiche di un tempo e che quindi, oggi, acquistano libri a basso costo ingoiando, permettetemi il termine, qualsiasi cosa pur di continuare a leggere. I best seller, che tutte le case editrici inseguono, sono comunque sempre pochissimi rispetto alle vastissime realtà editoriali. La cosa triste è che dopo Newton molte case editrici non hanno cercato alternative, no, semplicemente hanno seguito il mercato senza cercare di cambiarlo. Così oggi abbiamo prodotti dai 9,90 in giù, di case editrici diverse, con copertine, titoli, storie tutte uguali. […]”

un intervista di Maurizio Bono a Gianluca Foglia, di Feltrinelli, pubblicata su la Repubblica il 25 luglio:

“[…] Feltrinelli è stato il primo gruppo di librerie a dare il via alla libreria di catena come la conosciamo oggi. Siamo tutti consapevoli di come sono andate le cose nel corso degli anni. Non è passato molto tempo da quando i librai Feltrinelli scesero in piazza per denunciare la situazione (li ricordo in piazza Ravegnana a Bologna durante la protesta). Del progetto rivoluzionario di Giangiacomo Feltrinelli non è rimasto niente. Le vetrine a pagamento, in Italia, dove sono arrivate per prime?

[…]

credo che non basterà il prossimo libro di Saviano (che pubblicherà proprio con Feltrinelli) per salvare un mercato che ormai è ridotto all’osso. E neppure riproporre, con nuove vesti grafiche, libri di autori conosciuti. Il vero problema è che anche le grandi catene hanno passato anni a farsi guerra per avere una maggiore presenza sul territorio, per accaparrarsi nuove fette di mercato. Sono state cieche e sorde, non hanno voluto vedere i primi sintomi di una malattia che ormai è diventata cronica e che ci ha portati tutti sull’orlo della follia commerciale.

[…]

Se un libro rimane su uno scaffale ormai 30 giorni. Se le librerie non hanno soldi per pagare i distributori. Se gli autori e le autrici non vengono pagati o prendono percentuali ridicole. Se la bibliodiversità scompare per far spazio all’uniformità del best seller. […] Credete veramente che sopravviveremo? […]” (Marino Buzzi, Riflessioni intorno al mercato del libro, in Cronache dalla libreria, 26 luglio 2012)

Roddy Doyle. Non solo a Natale, Guanda 2012. Disegno e grafica di copertina: Guido Scarabottolo. Taglio superiore (part.), 1

Su Caffè News, per la serie La Grasse Matinée, di Leyla Khalil, un post del 23 luglio chiedeva: Editoria non a pagamento:specchietto per le allodole?

“[…] Mentre procede su più fronti la proverbiale battaglia contro l’editoria a pagamento, alla sottoscritta è capitato di venire a contatto con varie realtà editoriali che pubblicano in maniera gratuita. Tali case editrici però, nel novanta per cento dei casi, si appoggiano giustamente a svariati metodi per far sì che la pubblicazione delle opere in maniera gratuita non si traduca in una perdita per le loro tasche.

[…]

Un esempio:i ripetuti concorsi per esordienti, i cui prezzi si aggirano generalmente fra i 15 ed i 25 euro. […] Altro metodo è quello di mettere su corsi di scrittura, di editoria, di traduzione, alla fine dei quali si dà la possibilità di fare uno stage nella casa editrice. Il che significa, altrimenti parlando, lavorare per la casa editrice per un periodo limitato di tempo e nella stragrande maggioranza dei casi a gratis.

[…]

Detto ciò: si può parlare davvero di editoria non a pagamento? Il fatto di apprendere alcune nozioni in maniera più o meno approfondita (i corsi di scrittura spaziano dal weekend intensivo con i prezzi alle stelle, a quello che dura parecchi mesi con tre o anche quattro incontri settimanali di due o tre ore) giustifica il prezzo che l’esordiente deve in qualche modo pagare per poter accedere al mondo della letteratura? Non è forse uno specchietto delle allodole il trucco di spacciarsi per editori non a pagamento e poi riempirsi le tasche dei soldi di corsi e concorsi, i quali si rivelano spesso e volentieri l’unico modo per avere accesso al Taj Mahal del mondo editoriale? […]” Layla Khalil, Editoria non a pagamento: specchietto per le allodole?, in Caffé News, 23 luglio 2012)

Sergio Pretto, Novecento Rom, CartaCanta 2012. Progetto grafico e logo: Oblique Studio, ill. di cop.: Sara Stefanini. Taglio superiore (part.), 1

Il terzo è un saggio di Domenico Scarpa, già compreso in Dove siamo? (:due punti edizioni, 2011), riproposto da Nazione Indiana l’1 marzo 2011

“[…] Nella più recente edizione scolastica di una celebre testimonianza su Auschwitz una nota a piè pagina segnala ai ragazzi l’esistenza di un altro grande scrittore della Shoah: Elie Diesel. […] dietro l’errore materiale c’è un errore più vasto, di tipo economico-strategico. La maggior parte del lavoro editoriale viene svolta all’esterno delle case editrici, da persone poco competenti, pagate male e prive di passione per il loro lavoro. Il sistema regge perché genera profitto e perché i lettori un po’ si lagnano ma continuano a comprare: e molte aziende si sentono incoraggiate ad aumentare il margine di approssimazione.

[…]

Prima di proseguire, però, devo affrontare un problema che questo testo ha coi pronomi: i pronomi qui dentro non funzionano perché non lasciano capire chi sta parlando, e con chi. Già solo nei primi tre capoversi uso la seconda persona singolare, poi la prima plurale, poi ancora la prima singolare, infine la prima plurale di nuovo: tu noi io noi, mentre sullo sfondo si distingue una voce non identificata che parla col tono di chi dètta legge, e che somiglia perciò alle voci onniscienti dei romanzi condotti in terza persona. Più avanti ci saranno frasi con la costruzione impersonale, ma le cose non cambieranno.
Questo non è un saggio teorico e nemmeno una proposta di metodo; tantomeno è un manifesto perché non crede di averne la forza assertiva. È piuttosto una selezione di esperienze e di umori che fanno la voce più grossa di quanto dovrebbero. Direi che non esistono pronomi attendibili in questo scritto, o se esistono non si riesce a pronunciarli a voce piena.

[…]

Nei corsi di marketing si insegna che il ciclo di un prodotto di successo conosce quattro fasi tipiche: wild cat ossia la novità capricciosa, imprevedibile; star, l’oggetto che s’impone come necessario; cash cow, la mucca da soldi: spremiamone tutto il possibile, prima che decada a dog e addio. Oggi troppi prodotti editoriali comprimono in un’unica fase convulsiva le prime tre: è la storia di tanti esordi troppo fortunati e senza futuro, perché sarà poi l’autore stesso a trasformarsi in dog, non i suoi libri. Nel cosiddetto canone del Novecento italiano incontreremo invece scrittori le cui tirature non si sono mosse, per decenni, dalla fascia delle 1.000-3.000 copie: Gadda, Landolfi, la Ginzburg, Cassola, Bassani, Anna Maria Ortese… Per qualcuno di loro a un certo momento poté arrivare l’opera-star, Pasticciaccio o Lessico famigliare o Ragazza di Bube; ma non sarebbe venuta senza una scommessa che fu economica e culturale in proporzioni identiche, e che richiese pazienza.

[…]

Noi dobbiamo tornare a credere che si possa sedurre il pubblico con la qualità, e che la moneta buona sia capace di scacciare quella cattiva. Il pubblico va convinto, individuo per individuo, che con la bellezza difficile si gode, e parecchio. Bisogna insegnare a godere in modo più competente, ma lo si deve fare senza salire in cattedra. Fra elitarismo e sciatteria esiste una terza strada: essere intransigenti sulla qualità e seducenti nel comunicare. Non dobbiamo adattarci a credere che il pubblico voglia il peggio; dobbiamo parlare, con pazienza e poco per volta ma sempre, senza stancarci, ai pochi (rivolgerci alle grandi assemblee non è per noi); dobbiamo attrarre i non convinti uno alla volta. Sarà un lavoro lungo, difficile, oscuro, senza garanzia di successo e con riconoscimento mediocre: questo è bene saperlo in partenza ed è bene non sentirsene orgogliosi, perché proprio quell’orgoglio elitario falsa la voce fino a renderla detestabile.

[…]” (Domenico Scarpa, Il plusvalore di un libro ben fatto, Nazione Indiana, 1 marzo 2011)

Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray.,BUR 2012. Art Director: Francesca Leoneschi / theWorldofDOT; imm. di cop.: @Kimi Recar. Taglio superiore (part.), 1

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4 Risposte

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  1. luccone said, on 29 luglio 2012 at 9:22 am

    Un riflessione di attraversamento di grande valore.

  2. denisocka said, on 29 luglio 2012 at 10:49 am

    Cavoli, quanti spunti interessanti! Non so da dove cominciare. Mi limiterò a dire che analizzare i problemi e cercare delle soluzioni è già un primo passo. L’importante è smetterla di nascondere in modo omertoso una realtà editoriale che nel tentativo di salvarsi con il profitto a breve termine sta decretando la sua fine ingloriosa. E no, non è noioso parlare delle pecche del mondo editoriale: è coraggioso.

  3. federico novaro said, on 29 luglio 2012 at 10:49 am

    grazie Luccone 🙂 (tutto merito di padre e madre che sempre mi dicevano di guardare bene sia a destra che a sinistra prima di attraversare [ 😀 ])

  4. federico novaro said, on 29 luglio 2012 at 10:53 am

    cara denise, grazie, e torna, anche cominciando da dove ti capita 🙂 anch’io tengo molto al nodo dei tempi e rapporti fra investimenti e profitto. Credo che in questo momento sia davvero un nodo illuminante.


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