federico novaro libri

SUMMER LOVE, 1951

Posted in Uncategorized by federico novaro on 20 agosto 2013

SUMMER LOVE, le prime tre pagine

“Qualche anno fa, mio marito e io -allora ancora fidanzati- siamo andati a Bruxelles, che è una città che ci piace tanto. Era febbraio, faceva un freddo becco, ma i biglietti costavano meno. A Bruxelles c’è una piazza, Place du Jeu de Balle, dove fanno, il sabato e domenica, un mercato dell’usato. Una piazza rettangolare, con un selciato a pavè grosso adatto alle ruote dei carri, qualche albero. La mattina aveva nevicato; arrivati alla piazza, facendo strani giri -la gioia di perdersi che l’I-phone ora ci nega- tutto era ancora sotto la neve, uno strato sottile, non più d’un centimetro. Le cose, erano sotto la neve. Bisognava chinarsi -tutto è per terra- e spostare la neve; scrollare un vaso, pulire un quadro, sbattere una stoffa.

I libri, erano sotto la neve. Era il più difficile, sposti un libro e la neve cade più giù, a bagnare libri che non riesci a raggiungere; non lo tocchi, e la neve lo bagna irrimediabilmente.

Una scatola grande di cartone che andava ammollandosi nel poco sole che nel frattempo era uscito, conteneva tanti album di fotografie. Quegli album che si facevano, grandi, con la carta semi-trasparente a separare le pagine e proteggere le fotografie. Ce n’erano di tante decadi differenti, anche recenti.

[…]

guardavamo gli album, e lui -o io?, mi piacerebbe fossi stato io, chissà- trovò questo album che è fotografato più in basso.

[…]

Mio marito vorrebbe che io scrivessi un libro, cartaceo, ben impaginato, ben scritto -pensa -è giovane- a Romanzo di figure, di Lalla Romano, la “mia” Romano-. Ma io non ho fantasia, non so inventare le storie. Quest’album però è raro; lo è stato agli occhi di mio marito e così lo è stato ai miei.

Nei giorni estivi proverò a farvelo vedere, e chissà che la storia, ai vostri occhi, non venga alla luce. […]”

SL#2: l’ignoto

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“[…] Per continuare ad esistere, una foto delle foto dei ricordi, deve avere nell’occhio di chi la guarda già un ricordo che li leghi; una cosa, anche piccolissima deve già essere presente, diversamente le foto diventano trasparenti come i vetri prima appannati.

[…]

Chi furono questi due signori? […]”

SL#3: due

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“[…] Cercammo con mio marito sotto la neve altri album che potessero essere ricondotti agli stessi autori, ma niente. Dispersi forse altrove, già comprati, smarriti. Ma certamente questo che comprammo è un seguito, è la prosecuzione di una storia, non il suo inizio.

[…]

Si dice che si fotografa per conservare un ricordo. Io credo che si fotografi per costruirlo. Per chi costruiamo i ricordi che mettiamo negli album? A chi parliamo? […]”

SL#4: La Pentecoste

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“[…] La collina di Niederwald, i campi, la Basilica di San Martino, il Castello di Kropp, sono luoghi e nomi che ho trovato cercando in rete; Bingen non sembra molto cambiata da allora. Ma chissà se a chi ha scattato la foto interessassero le cose che io vi so riconoscere?

[…]

Le foglie, il ramo, si stagliano sul cielo raccontando così ciò che sta al di qua dell’obbiettivo, una giornata calda, senza vento, l’ombra dell’albero deve essere stata di ristoro, alla fine di una passeggiata, una giornata che fa quasi pensare all’estate, i prati già falciati, una mulattiera che dalla città portava ai campi, sperando un poco di vento, il riposo all’ombra dell’albero. […]”

SL#5: Bingen

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“[…] e il ragazzo, il giovane uomo –ma quanti anni ha? 25? 30? Siamo nel 1951, potrebbe essere nato quindi alla fine della Prima Guerra Mondiale, negli anni ’20. Sarà vivo ancora? […]”

SL#6: Francfort

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“[…] Sono in posa, austeri e nel contempo forse un po’ annoiati […]”

SL#7: Bad Homburg

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“[…] Ma scrivere “Io” vuol dire farsi autori. Io, qui, non può che essere chi ha fatto l’album, al minimo chi ha scritto le didascalie. Chi è questo? -Sono io.

[…]

Ma “Io e il Reno” è molto divertente. Ha qualcosa di epico, di wagneriano, rende persona e personaggio anche il fiume, maestoso, presente, anche se nella fotografia è una pura apparizione, un’ansa, un semi grigio, neanche uno sfondo, ma per questo amplificato a evocazione solenne, eppure resa domestica dall’abito dell’uomo, dalla posa, dalla camicia un po’ strotignaccola. […]”

SL#8: io

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“[…] -Perché chi fece quest’album non fotografò la Casa di Goethe e preferì invece una cartolina?

[…]

Tutto nelle cartoline si concentra sulle mani, per chi le acquista, per chi le ritrova, per chi le riceve. […]”

SL#9: Goethehouse

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“[…] Il bruno guarda il biondo, che si lascia guardare, divertito, ma anche al bruno sfugge forse una lieve espressione canzonatoria. Il bruno tiene le grandi mani incrociate davanti, il biondo dietro, appoggiato al parapetto.

Chi sono? -Siamo noi. […]”

SL#10: noi

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“[…] L’inizio di un libro le cui prime pagine sono andate perdute, resta quello della prima pagina superstite, una pagina che sappiamo non essere, nelle intenzioni di chi lo scrisse e stampò, la prima, ma che la è per noi. Quel libro comincia ora con una frase mutila, con una minuscola e si ferma quasi subito, forse ha una parola sola. Ma resta quello, per noi, l’inizio da cui partire. […]”

SL#11: inizi

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“[…] Gli album dei ricordi, quelli privati, intimi, non sono narrazione, sono semmai canovaccio, story-board: le pagine sfogliate, il disvelamento delle fotografie, creano l’album solo se accompagnati dal racconto orale di chi li illustra –l’autore, l’autrice- a chi li guarda -fossero anche la stessa persona. Se questa tace, gli album, come alla fine di un incantesimo, cadono muti. […]”

SL#12: (cosa sto facendo?)

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“[…] Dove siamo? – A Bohan […]”

SL#13: a Bohan

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“[…] la canoa che taglia in diagonale l’immagine, lasciando spazio all’acqua e più su alla sponda d’erba, a qualche albero lontano, -a fuoco lo scintillio dell’acqua-, separando il mondo dal corpo dell’amato, rivela ai miei occhi la gioia incantata di chi sa che l’altro gli appartiene, può amarlo, proteggere, guardare, anch’esso, come la canoa, tirato a secco, in pace, al sole […]”

SL#14: il tuo corpo

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“[…] Il bianco e nero, seppiati, e le pose un poco più lunghe, sembrano poter contenere un tempo più disteso. Molta più luce, molto più tempo, in uno scatto con una macchina fotografica meccanica, con la carta sensibile alla luce, sono impiegati. Le persone e le cose sono immobilizzate perché avvolte, come in un incantesimo di Harry Potter, dal tempo lungo che è stato necessario a rapirle perché arrivassero sulla carta.

La fotografia digitale nella sua parvenza d’immediatezza, strappa invece persone e cose per precipitarle altrove. […]”

SL#15: Bruges

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“[…] Chi ha posizionato la macchina? Chi ha studiato l’inquadratura? Nulla traspare. Il bruno e il biondo sembrano raccontarsi uno nello sguardo dell’altro, i loro vestiti uguali, l’orologio, la prossimità dei corpi. Si può sentire lentamente l’ingranaggio dell’autoscatto sibilare, allontanarsi nel tempo, sempre più avanti, per sempre, ti amerò per sempre. […]”

SL#16: per sempre

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Una Risposta

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  1. benjibritten said, on 30 agosto 2013 at 10:13 am

    Affascinante… Anch’io sogno il romanzo di questa storia…


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