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Christopher Isherwood, ADDIO A BERLINO / Adelphi 2013 (Segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 10 settembre 2013

È in libreria

Addio a Berlino
(Goodbye to Berlin)
di Christopher Isherwood

traduzione di Laura Noulian
[responsabilità grafica non indicata]

cartaceo, brossura, sovracoperta incollata al dorso con alette: 252 pag.; 18€
Adelphi, Fabula 257 -Milano 2013

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 1

Adelphi continua la meritoria -seppur un po’ lenta- pubblicazione dei titoli di Isherwood (i soli titoli tradotti in italiano sono a oggi una ventina; Adelphi ha cominciato a pubblicare Isherwood nel 2007 con Viaggio in una guerra -scritto insiema a Auden-; a ora ha pubblicato Un uomo solo, La violetta del Prater e questo Addio a Berlino; non so fare i calcoli, ma non so se vivrò abbastanza da vedere tutti i titoli di Isherwood ripubblicati da Adelphi -sempre ne abbia l’intenzione)

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 2

Pubblicato da Longanesi -La Gaja Scienza, 44; traduzione di Maria Martone- nel 1944, è uno dei titoli di Isherwood che in Italia è stato più reperibile (Isherwood in Italia è stato pubblicato poco e male e mai più di due-tre titoli sono stati disponibili contemporaneamente lungo i decenni), fu ristampato da Garzanti ventidue anni dopo, poi nella stessa traduzione nel 1975 e nell’86, nel ’94 e nel ’99: poi più niente sino a questa nuova traduzione di Laura Noulian.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 4

Ne ha scritto su La Recherche Giuliano Brenna:
“[…] Molti, immagino, conosceranno il bellissimo film di Bob Fosse, Cabaret, tratto a sua volta da un musical, che a sua volta è stato ispirato da questo libro di Isherwood del 1939, dove troviamo la famosa Sally Bowles, che per il grande schermo fu interpretata da una strepitosa Liza Minnelli.

[…]

che nel libro è più una strampalata diciottenne, che cerca di vivacchiare intrecciando rapporti con uomini facoltosi, che una cantante del Kit-Kat cabaret

[…]

Al di là dei tratteggi psicologici di un microcosmo, qual è l’entourage del protagonista, a colpire il lettore è l’atmosfera generale della città, che si fa via via più cupa, i cieli sembrano farsi grigi, le risate più sommesse, le voci abbassarsi come di fronte ad una grande paura. Ciò che infatti avviene, sullo sfondo del romanzo, è l’avvento del nazismo, con il suo bagaglio di orrore e morte che all’epoca non era palese ma non era difficile presentire.

[…]

L’addio a Berlino del titolo non è il saluto che il protagonista rivolge alla città nel momento di andarsene, è l’addio a quel che Berlino rappresentava in termini di libertà di costumi, di apertura mentale, di visioni avanzate e concilianti verso chiunque, Berlino rappresentava la libertà e tale libertà fu spazzata via brutalmente dal nazismo. Addio, quindi, a un simbolo, ad una luce moderna nel cuore di una Europa ancora ottocentesca […]”

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso (part.), 1

Ne ha scritto Giorgio Montefoschi su Il Corriere della sera, ora su Vento largo

“[…] Quando Hitler sarà al potere, ci penserà lui a dare una lezione a questi ebreacci»; in un caffè si svolge il seguente dialogo fra un ragazzo nazista e una ragazza: «Sì, lo so che vinceremo» dice il ragazzo ubriaco «ma non mi basta: deve scorrere il sangue» — lei gli carezza un braccio per rassicurarlo e gli dice: «Ma certo, caro, il sangue scorrerà eccome. Il capo l’ha promesso, è nel nostro programma»; nei locali si continua a ballare; gli uomini si travestono; la situazione si fa sempre più grave; il sofisticato omosessuale comproprietario dei Magazzini Landauer, collezionista di antiche statuette orientali, amante della musica dei Meistersinger, muore misteriosamente — come molti altri ebrei cominciano a morire misteriosamente — per «arresto cardiaco»…

[…]

Addio a Berlino, pubblicato nel 1939, prima che accadesse il finimondo, è uno dei romanzi più inquietanti del Novecento. Racconta la terribile incoscienza della Storia. In che modo gli esseri umani vanno incontro alle catastrofi della Storia. Ne fecero un music hall. E, dal music hall, Bob Fosse trasse un film di grande successo, Cabaret, interpretato da Liza Minelli: un film brioso, se è possibile dirlo, divertente. […]”

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Pagina del colophon (part.), 1

Ne ha scritto Irene Bignardi su Repubblica, ora reperibile su CinemaGay.it

“[…] Raccontò Isherwood nella prefazione all’edizione americana del 1954 che il suo progetto era di chiamare il libro The Lost, o Die Verlorene, per via dei suoi personaggi, anime perse alla deriva nella grande città, e di farne un melodramma alla Balzac. Ma troppi erano i personaggi perché riuscisse a inserirli bene nell’arazzo di un romanzo. […]”

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Ne ha scritto Roberto Nugnes su Flanerì

“[…] Isherwood racconta con lucidità le persone e i cambiamenti sociali che la Germania, e tutta l’Europa, stavano vivendo in quegli anni. Con grande ironia e perspicacia, lo scrittore si sofferma soprattutto su come il popolo medio si sia pian piano assuefatto all’avanzata nazista, giudicata in un primo momento con superficialità, paragonata a poco meno che a manifestazioni folkloristiche, analizzando e riscontrando una certa riprovevole e pericolosa imparzialità. E colui che è imparziale durante uno scontro, quasi sempre, alla fine, parteggerà per il vincitore, il sopravvissuto, che sia esso angelo o demonio. Meglio vivo che sopraffatto devono aver pensato in tanti in quel momento, dopo che di punto in bianco, la marcetta di giovani fanatici in uniforme, con svastiche in bella mostra, divenne qualcosa di diabolico e irreversibile.

Isherwood punta il dito verso coloro che sono stati silenti spettatori, quasi divertiti, di ciò che in molti ritenevano nient’altro che una pagliacciata, e da grande intellettuale previene, annuncia. L’autore quindi conclude che un tempo allegro, fatto di cabaret, caffè e risate sguaiate, e musica, e fumo, e alcol, e pensieri, sta giungendo al termine. […]”

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Copertina, risvolto della cop. (part.), 1

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Risvolto della q. di cop, q. di cop. (part.), 1

Come sempre a Adelphi piace pensare che il libro che avete in mano nasca al mondo per la prima volta. Niente di inesatto nel colophon, ma questo porre due punti, fra Isherwood che lo scrive nel ’39 e Adelphi che -ooooh quanto meritoria- lo pubblica nel 2013 a me pare un po’ meschino. C’è qualcosa di divertente nel constatare che un tempo si sarebbe considerato un buon veicolo pubblicitario dire “nuova traduzione”, ma no: l’Adelphi costruisce il vuoto intorno ai libri, come fece il fascismo col Colosseo. L’unico spazio possibile, l’unico luogo dove possono porsi delle relazioni, dei rimandi, delle corrispondenze, è fra i libri dello stesso marchio, coerentemente con ciò che ben spiega Roberto Calasso nel suo ultimo libro, L’impronta dell’editore, Adelphi 2013.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Colophon (part.), 1

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