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Christopher Isherwood / ADDIO A BERLINO. Adelphi 2013. (Recensione di Vito de Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 13 settembre 2013

Addio a Berlino
di Christopher Isherwood

traduzione di Laura Noulian
[responsabilità grafica non indicata]

cartaceo, brossura, sovracoperta incollata al dorso con alette: 252 pag.; 18€
Adelphi, Fabula 257 -Milano 2013

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Frontespizio (part.), 1

“Il sole splende, e Hitler è il padrone di questa città”, si conclude così Addio a Berlino, di Christopher Isherwood, e sicuramente non stiamo rovinando la sorpresa a nessuno, visto che l’opera, appena ripubblicata da Adelphi, racconta degli anni immediatamente precedenti all’ascesa del nazismo, concepita dallo scrittore inglese durante un soggiorno nella capitale tedesca dal 1930 al 1933 e pubblicata per la prima volta nel 1939.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso (part.), 1

Addio a Berlino deve essere sembrata una sorta di opera profetica, o un instant book ante litteram, per un’Inghilterra sonnacchiosa che, assieme al resto d’Europa, si accorse tardi delle conseguenze dell’ascesa al potere di Hitler. La presenza di uno scrittore, un testimone straniero, nella Berlino della Repubblica morente di Weimar, ha sicuramente costituito un vantaggio per la comprensione del clima e della situazione della Germania del periodo, una possibilità che forse solo un corrispondente poteva avere. Il libro di Isherwood nasce proprio così, come un tentativo di fotografare la situazione civile e politica della Berlino dal ’30 al ’33 senza giudicare, semplicemente esponendo i fatti: “Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa” esordisce Christopher, narratore di se stesso. Vediamo se questo è possibile.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 4

Addio a Berlino è il residuo di un’opera concepita e mai scritta, una sorta di grande romanzo sulla capitale tedesca pre-hitleriana, che avrebbe dovuto intitolarsi The Lost (I perduti). È un diario, composto durante il lungo soggiorno nella città, tra continui traslochi in pensioni che toccano tutti i gradi dal discreto al fatiscente, incontri casuali o insignificanti, amicizie dominate dalla malinconia o dall’apatia, vagabondaggi in una città enorme (“otto volte più grande di Parigi”), soste in bettole, bar e locali di cabaret che si potrebbero riassumere tutti in quello in cui cantava Marlene Dietrich nell’Angelo azzurro. Su tutto, sul racconto minimo e frammentario tipico dei diari, domina un clima, un’atmosfera onnipresente e immutabile, che è la vera protagonista del romanzo: l’inquietudine per qualcosa che non si conosce ma sta arrivando, una malinconia metropolitana che attanaglia più i cittadini berlinesi che il forestiero, che ha sempre una via di fuga.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Copertina, taglio verticale. (part.), 1

Durante il suo soggiorno, Christopher incontra delle persone così rappresentative di ciascun tipo antropologico da sembrare frutto di pura invenzione: i miseri Nowak e i ricchi ebrei Landauer, proprietari di grandi magazzini, Fräulein Schroeder, una pensionante che interpreta perfettamente il tipico personaggio di contorno, sospeso tra malignità e pietismo, e una ragazza che sembra proprio l’Angelo azzurro: Sally Bowles, cantante e ballerina di cabaret, avventuriera, ricca ragazza perduta e personaggio letterario già compiuto. Liza Minnelli l’avrebbe incarnata poi nel film Cabaret, tratto da questo libro, e a convincerci della sua reale esistenza è Stephen Spender nei suoi diari, Un mondo nel mondo, dove racconta della convivenza con Isherwood a Berlino: “Mentre aspettavo, uno o due dei personaggi dei suoi romanzi ancora a venire schizzavano fuori da una delle stanze. Poteva essere Bobby, il barista… oppure appariva Sally Bowles, i vestiti in disordine, le grandi onici dei suoi occhi frangiate da ciglia come rigidi fili smaltati in un viso scolpito nell’avorio. Christopher viveva in questo appartamento circondato dai modelli per le sue creature”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica no3 indicata]. Cop. (part.), 1

Dunque Berlino era davvero così, maestosamente grigia e angosciante, attraversata dal filo elettrico di un’euforia della catastrofe, e anche Sally Bowles, che “dava del tu a tutti e chiamava tutti gioia”, proprio come le adorabili svampite dei film, e se ci sembra tutto così ben sceneggiato è perché è l’unico modo in cui un’esperienza così smisurata diventa raccontabile. Isherwood architetta un diario per trasmettere l’imponderabile, e cioè la testimonianza di un’intera epoca, di un momento cruciale impossibile da isolare e analizzare, e lo fa “riducendo” la Storia alla sua, alle passeggiate anonime nella metropoli, alle risse da bar che in realtà rappresentano la battaglia tra nazisti e comunisti. E lo fa soprattutto attraverso i suoi personaggi, come la giovane Natalia, figlia dei Landauer, alla quale Christopher dovrebbe insegnare l’inglese. Natalia è il simbolo di tutti i ricchi ebrei tedeschi, abbastanza consapevoli della situazione da sapere di dover scappare, un giorno. E così impara un’altra lingua, cercando di esercitarla attraverso la perduta arte della conversazione aristocratica, con risultati teneramente comici: “A lei piace Heine? Sia molto sincero, preko” (sic) e “Non capisce? Allora mi dispiace, non posso aiutarla”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. risvolto di copertina, verso della q. di cop., carta di guardia (part.), 1

Se Natalia è in un certo senso il futuro, l’individuo che potrà avere come sola patria i soldi, suo cugino Bernhard è il presente, appartiene alla Germania prussiana che scomparirà proprio con la fine del nazismo: “Credo nella disciplina per me, non necessariamente per gli altri. Tu, Christopher, che hai alle spalle secoli di libertà anglosassone e la Magna Charta scolpita nel cuore, non capisci che noi, poveri barbari, necessitiamo della rigidità di un’uniforme per stare dritti in piedi”. Il rapporto nevrotico e circospetto tra Christopher e Bernhard, la loro storia d’amore impossibile, sembra la stessa che Isherwood ha con Berlino, perché Bernhard, con la sua severità interrotta da brevi bizzarrie, è Berlino: “…questi palazzi affermano la nostra dignità di capitale: un Parlamento, un paio di musei, una banca di Stato, una cattedrale, un teatro dell’opera, una dozzina di ambasciate, un arco di trionfo. Nulla è stato dimenticato. E sono tutte costruzioni pomposissime, appropriatissime, a eccezione della cattedrale, la cui architettura rivela quel lampo di isteria che sempre balugina dietro ogni grave, grigia facciata prussiana”.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Dorso e taglio superiore (part.), 1

La dichiarazione iniziale, “Io sono una macchina fotografica”, è quindi solo un inganno, un intento impossibile, un pretesto per arrivare da tutt’altra parte, come il McGuffin di Hitchcock. Le note di Isherwood sono un romanzo, che del diario ha solo la forma. Come ha dichiarato Brian Finney nel suo saggio sullo scrittore: “la distinzione tra invenzione e autobiografia in Isherwood è piuttosto un problema di tecnica”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Risvolto di copertina, prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Al di là delle questioni interne alla letteratura, perché dovremmo leggere oggi Addio a Berlino, a parte la giusta politica delle riedizioni dei classici? Che cosa può raccontare, che decine di altri libri e film altrettanto belli non ci abbiano già detto di quel periodo? Leggere oggi un romanzo del genere potrebbe essere una pura reazione nostalgica, la risposta a un eventuale interesse per un dato periodo di una certa città, interesse totalmente arbitrario e legittimo, come quello che spinse David Bowie, molti anni dopo Isherwood, a trasferirsi lì per produrre gli album più belli della sua carriera. Il fascino di Weimar, l’ambiguità e la breve stagione di libertà sessuale che vi si respirava, sembra la stessa che Bowie rappresentava negli anni ’70. Non è per cercare qualche difficile e nascosta bellezza che Isherwood prima, e Bowie con Iggy Pop dopo, fuggirono nella capitale tedesca, in controtendenza rispetto al Grand Tour tipico tra i loro antenati. Se lo scrittore inglese dovette assistere all’avvento del nazismo, Bowie trovò invece la città del Muro, ancora lontana dalla meta del pellegrinaggio cool di oggi. Quello che Berlino potè offrire all’uno e all’altro era l’anonimato, la possibilità di perdersi in una città “un po’ triste, molto grande” come cantava Lucio Dalla, di essere, in definitiva, privilegiati perché stranieri. Chissà che cosa si saranno detti, Isherwood e Bowie, quando si incontrarono dietro le quinte di un concerto del Duca Bianco a Los Angeles, nel 1976. Ne resta una traccia soltanto nelle allusioni di Bowie nelle interviste, e in una secca nota dei Diari di Isherwood: “Assieme a David Hockney sono andato al Forum di Ingelwood a vedere David Bowie. Ho incontrato lui e sua moglie Angie dietro le quinte dopo la performance”.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Risvolto di cop., verso della cop., prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Christopher Isherwood scelse Berlino dopo il suo netto rifiuto dell’Inghilterra, del perbenismo, della tradizione troppo pesante, e dopo averla lasciata, passando per una bizzarra convivenza collettiva a Sintra, in Portogallo, insieme a Spender e ai loro amanti, si trasferì con Auden in California, per sempre. Il sole eterno, le ville, i colori da quadro di Hockney, sembrano una scelta d’evasione, dopo le tenebre di una città (e di un continente) sull’orlo del precipizio. Allo stesso modo, l’angoscia che permea Addio a Berlino si scioglierà soltanto nell’estate del 1945, celebrata e raccontata in Un uomo solo, scritto nel 1964 e ambientato proprio in California. Qui Christopher è George, è invecchiato, è, letteralmente, un altro, e il suo racconto della fine della guerra sembra il sequel di Addio a Berlino, uno sfogo gioioso e liberatorio: “Lì, nell’intimità assoluta del chiasso e della folla, tu e la tua marchetta vi urlavate le avances preliminari. Si poteva flirtare, ma non battersi, non c’era nemmeno lo spazio per mollare uno schiaffo. Per questo, bisognava uscire. Oh, le risse sanguinose e il vomito sul ciglio della strada! I pugni volavano, le teste si sfondavano contro i paraurti delle auto in sosta! Lesbiche enormi, molto più torve degli uomini, decidevano tutto a cazzotti… Ragazze che si precipitavano giù dai loro appartamenti per trascinare qualche splendido giovane ubriaco in pericolo su per le scale, fino alla salvezza e alla prima colazione, servita a letto l’indomani mattina come un miracolo di gioia”. Il legame tra questi due romanzi e con le altre opere (come l’autobiografia ufficiale, Christopher e il suo mondo), la scelta costante del racconto in prima persona, la continuità storica quasi programmata tra un romanzo e l’altro, ci suggeriscono che dovremmo prendere il lavoro di Isherwood sempre per intero: il viaggio nella storia di un single man che ha deciso di auto-eleggersi, a forza di scrittura, testimone e voce del suo tempo.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Quarta di copertina (part.), 1

(chi ha pagato il libro? Allora: FN dice che lui ne ha comprato due copie. Una prima dell’estate, per fotografarla, una dopo l’estate, per fotografarla, in quanto non solo non si ricordava più di averla già comprata, ma anche non si ricordava più di averla già fotografata. La copia su cui Vito de Biasi ha condotto la sua Recensione FN non si ricorda più se De Biasi già ce l’avesse -ma non si sa, nel caso chi l’avesse pagata, probabilemnte lui medesimo De Biasi- o se invece gliel’ha fatta arrivare FN -nel caso via Amazon. Dove FN abbia comprato le due copie che s’è comprato per fotografarle non una ma due volte: non si ricorda. Probabilmente una alla Libreria Mondadori a Torino e l’altra forse pure; non sa, non ricorda)

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso, copertina. (part.), 1

Scheda bibliografica:

queer / letteratura anglo-americana / prime edizioni italiane
Addio a Berlino, di Christopher Isherwood
1. ed. – Milano : Adelphi. – 22 x 14 cm. – (Fabula – 257)
Noulian, Laura (trad. di)
“in copertina: Rudolf Schlichter, Tingeltangel (1919-1920) Collezione privata. © Mondadori Portfolio / akg images”
brossura, sovracoperta in carta opaca incollata al dorso
© 1939 Christopher Isherwood
@ 2013 Adelphi Edizioni S. P. A., Milano
tit. orig.: Goodbye to Berlin

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata].Taglio superiore (part.), 1

La recensione de Un mondo nel mondo, di Stephen Spender (Barbés 2009), di Vito de Biasi

La recensione de Il diario di Sintra (Barbés 2012), di Federico Boccaccini

La Segnalazione dell’uscita di Addio a Berlino, con l’indicazione delle edizioni precedenti, a cura di FN

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Colophon (part.), 2

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