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Tatamkhulu Afrika / PARADISO AMARO. Playground 2006 e 2013. (Recensione di Vito De Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 29 gennaio 2014

Paradiso amaro
(Bitter Eden)
di Tatamkhulu Afrika

traduzione di Monica Pavani

(per l’edizione 2006, qui fotografata)
progetto grafico di Giovanna Durì
impaginazione di Cristina Cosi

cartaceo, brossura con alette, 204 pag.; 13 €
Playground -Madrelingua gay, Roma 2006

(per l’edizione 2013)
progetto grafico di Federico Borghi
cartaceo, brossura con alette, 224 pag.; 15€
Playground, Roma 2013

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Incipit (part.), 1

Chissà se Tatamkhulu Afrika ha mai letto Primo Levi, e chissà che cosa ne possa aver pensato. È una curiosità legittima, visto il tema evidente di Paradiso amaro, la storia di tre uomini rinchiusi nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Il richiamo a Primo Levi è forse troppo istintivo, perché i libri sulla prigionia del chimico torinese e l’opera dello scrittore sudafricano smettono subito di somigliarsi.
La differenza principale è nella convinzione di fondo che anima le loro testimonianze: entrambi prigionieri, per diversi motivi, nei campi di concentramento tedeschi durante la guerra, raccontano la loro esperienza usando tecniche diverse mosse da filosofie opposte. Tanto le memorie di Levi sono lucide, e per questo filosoficamente disperate, quanto il resoconto di Afrika è romanzesco, e riesce a concepire l’amore anche in un campo di concentramento.

Potremmo invertire i termini della nostra curiosità, e domandarci, passando dal probabile all’impossibile, che cosa avrebbe pensato lo scrittore italiano di una storia di annientamento dell’umano che si accende di una speranza inimmaginabile, scritta da un poeta sudafricano nell’ultima fase della sua vita. Paradiso amaro è infatti ispirato alle reali esperienze di prigionia dell’autore, scritto nel 2002 a 82 anni e rieditato da Playground nel 2013, dopo una prima edizione nel 2006.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina (part.), 2

Tom Smith, il protagonista e voce narrante, vive una tranquilla vecchiaia con sua moglie, quando si vede recapitare due lettere e un pacco che gli riporteranno alla mente le esperienze nei campi di concentramento durante la guerra, quando fu fatto prigioniero dai tedeschi. È durante quel periodo che incontra altri due soldati prigionieri, Douglas, un infermiere che si legherà a lui in maniera soffocante, e Danny, un pugile inglese verso il quale svilupperà una recalcitrante attrazione.
Il romanzesco di Afrika, così diverso dalle nude riflessioni di Levi, non risparmia comunque ruvide descrizioni delle condizioni di vita dei prigionieri di un campo: la perdita della dignità, l’eccessiva vicinanza degli altri corpi, la promiscuità forzata che accede all’intimità con l’altrui carne, l’umiltà della condizione di corpo-cosa, che secerne liquidi e disperazioni.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina, risvolto di cop. (part.), 1

Un aspetto che invece si ritrova in tutta la memorialistica e i romanzi sui campi di concentramento, è la descrizione minuziosa di un fenomeno inconcepibile per gli “estranei” all’esperienza: la ricreazione di un microcosmo con le sue assurde leggi interne, laddove ci si aspetta che regni il nulla o il caos.
Il campo di prigionia diventa per Tom e per gli altri una sorta di rifugio inconfessabile, un ordine, malgrado tutto, che si ha paura di rompere. Mentre la guerra infuria intorno a loro, i prigionieri vengono trasportati dal Nord Africa in Italia, e da lì in Germania, e il trascorrere delle stagioni, l’alternarsi della fame e della sazietà, della paura e di una specie di serenità, fa somigliare la loro esistenza a una normalità allucinata. Non manca nemmeno la gelosia, proprio perché a scorrere sotto tutto, come un fiume carsico che emerge quando la disperazione primaria è sospesa, è il desiderio. Quello di Douglas per Tom, e quello di Tom per Danny, un indecifrabile sbruffone col quale avrà un’amicizia fatta di frasi brusche e ruvide gentilezze.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina (part.), 1

Il desiderio sembra impossibile in quel luogo e in quel tempo, e non a caso Tom troverà un modo per rivelarsi attraverso la recitazione, grazie a una scalcinata compagnia teatrale messa in piedi dai prigionieri del campo. È attraverso la maschera teatrale, il trucco e i costumi di Lady Macbeth, che incredibilmente si ritrova a interpretare, che Tom si libera, esprimendo non una semplice sessualità, ma un modo di essere, nelle pagine forse più belle del romanzo: “…assaporo la dolcezza del potere e l’amarezza del suo decadimento, ma la scenografia, con le sue intimidazioni di torrette e pietra medievale, non mi racchiude più, avvolto come sono da un’eterna oscurità, finché sul palco non c’è una donna, come non c’è un uomo, solo una paura androgina che comunque non accenna a pentirsi”.
Dopo quell’epifania mediata dalla finzione scenica, niente sarà più lo stesso, proprio perché la paura androgina del desiderio non accenna a pentirsi. È questo il momento della deflagrazione, il punto di crisi dopo il quale le cose saranno possibili: il superamento di ogni paura, della morte come dell’amore.

Il paradiso amaro è il campo di concentramento che si ha paura ad abbandonare, perché in quel microcosmo dalle leggi mute e assurde tutto sembra possibile, al riparo dalla vita: “ogni baracca è di più, molto più di questo. Come qualsiasi forma umana, ha anche un suo spirito, individuale e unico, composto del sudore, dello sperma, del sangue, delle paure, delle speranze, delle follie o profondità, dei duecento di noi, distribuiti negli spazi calcolati al millimetro di ogni baracca. … È questo spirito che mi abbraccia, e che attirandomi nei vari fetori dei suoi tanti inguini, riesce a farmi indovinare che questa è la nostra baracca prima ancora che mi venga tolta la benda; e questo spirito mi sta venendo incontro anche adesso… ed è chiassoso, e immorale, eppure curiosamente consolante, come riesce a esserlo anche la casa più scomoda”.

Anche in un inferno confortevole come questo, in un mondo a parte popolato di uomini con un filo di vita, sembra possibile una forma d’amore, fosse anche quello non dettato dal destino o da una scelta, ma dalla disperazione dei corpi contigui sull’orlo dell’annientamento.

[Vito De Biasi]

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Quarta di copertina (part.), 1

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Risvolto di copertina (part.), 1

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Totale di copertina (part.), 1

(chi ha pagato il libro? Dipende: la copia sulla quale Vito De Biasi ha condotto la sua lettura l’ha pagata FN e gliel’ha fatta arrivare via Amazon; quella fotografata da FN non si ricorda più, però essendo che in casa ne ha reperito due copie è possibile che una l’avesse comprata lui e l’altra gliel’avesse mandata la casa editrice Playground, ma è solo una supposizione) (dài, son passati 7 anni!)

2 Risposte

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  1. Marina said, on 9 febbraio 2014 at 10:36 am

    Ciao Federico, penso che non parteciperai ma volevo solo dirti che ti ho nominato per il Liebster award: http://sonnenbarke.wordpress.com/2014/02/09/liebster-award/. È solo un modo per dirti che il tuo blog mi piace molto e apprezzo tanto quello che scrivi e come lo fai, ma del resto già lo sapevi, sei forse il mio preferito in assoluto😉

  2. federico novaro said, on 10 febbraio 2014 at 2:38 pm

    marina grazie! -sì in effetti non parteciperò🙂 ma grazie grazie dei tuoi complimenti che mi fanno tantissimo piacere ^_^


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