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Peter Cameron / ANDORRA. Adelphi 2014. (Recensione di Paolo Armelli)

Posted in recensioni by federico novaro on 11 febbraio 2014

Andorra
(Andorra)
di Peter Cameron

traduzione di Giuseppina Oneto
responsabilità grafica non indicata

cartaceo: brossura con alette, 236 pagine: 18€
Adelphi -Fabula 268, Milano 2014

Senza titolo

È strano quando capita di leggere un libro di un autore che si segue da tempo e che viene pubblicato molto tempo dopo la data originale di uscita: è il caso recente di Andorra, romanzo del 1997 dell’autore americano Peter Cameron ma uscito solo poche settimane fa da noi in Italia per Adelphi.

È strano perché degli scrittori spesso ci si fa un’idea affettuosamente darwiniana, come di perfezionamento e limatura e sorpresa continui (ovviamente quando non è il caso di romanzieri che pubblicano uno o due titoli buoni e poi si perdono). Eppure questo Andorra di Cameron lascia in qualche modo spaesati, nella suddetta (presunta) evoluzione autoriale: perché è un romanzo che inizia in modo estremamente piatto, quasi manierato, con l’arrivo dell’americano Alexander Fox nel piccolissimo paese europeo e il suo compiacimento romantico per quella che si prospetta come una nuova vita pacificata; la parte più avanzata del romanzo, invece, assume tonalità più scure, profonde e per certi versi inquietanti, guadagnando in ombrosità e spessore, quelle stesse caratteristiche che si è soliti apprezzare in uno scrittore molto virtuoso come Cameron.

Quindi all’inizio il lettore affezionato rimane un po’ perplesso, quasi deluso, ma nel momento della conclusione – geniale, rapidissima, fulminante d’intensità – è come se si riconoscesse appieno il proprio autore favorito: eccolo, è lui.

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Col senno di poi tutto Andorra è un meccanismo narrativo che procede, lento, per piccole aggiunte di situazioni e dettagli e rivelazioni, ma proprio in questo sta la sua precisione e la sua bellezza. In effetti fin dal titolo e dalla prima frase di incipit (“Tanti anni fa lessi un libro ambientato ad Andorra”), si capisce come Cameron abbia tessuto la sua tela finissima, fragile eppure tagliente. Si comprende fin da subito che il protagonista Fox ripara ad Andorra per fuggire da un passato che non riesce a tener a bada nemmeno dentro a se stesso, scrive un diario per raccontarsi (ma, attenzione, soprattutto raccontarci) la sua rinnovata esistenza, eppure è chiaro che qualcosa non torna, che ci sono degli elementi fuori posto: il fatto che nel testo vengano menzionati un mare e un porto che nel Paese incastonato fra i Pirenei ovviamente sono assenti, e poi le ombre che mano a mano Fox dipinge su se stesso e sugli altri fanno vacillare la nostra fiducia nel narratore.

Quella che all’apparenza è una storia compiaciuta di buen retiro, quasi di grand tour rivisitato, dal sapore per certi versi postcoloniale (ci sono riferimenti a Ceylon e alle piantagioni di teak), si rivela un congegno metanarrativo sorprendente e dagli esiti destabilizzanti, in cui la finzione non sta solo nella scrittura romanzesca ma anche nelle bugie e nelle curiosità morbose che legano in modo sempre più effimero i personaggi fra loro così pure il protagonista a noi.

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Cameron ha una mano estremamente felice nel tracciare questa micronazione (a questo punto inventata), che gli dà la possibilità di raffigurare una società raccolta, quasi fuori dal tempo, in cui ritmi e rapporti hanno qualcosa di idilliaco o utopico, con tutti i problemi del caso: la vita scorre lenta, quasi tutti sembrano turisti che di tanto in tanto di dedicano allo sport e al volontariato, il modo di vivere e di curare i dialoghi e gli incontri è prettamente borghese, rigido ma pruriginoso, la cultura e il cibo e la mondanità sono di impeccabile e forbito gusto europeo, i pochi abitanti sanno tutto di tutti e non vedono l’ora di accaparrarsi le novità dell’ultimo arrivato.

Succede così che Fox viene fin dal primo giorno coinvolto nelle dinamiche di due famiglie: i Dent, una coppia di australiani – si chiamano entrambi Ricky – il cui matrimonio è minato da drammi ormai irreversibili (entrambi finiranno per innamorarsi di lui, esacerbando le proprie fratture); e i Quay, famiglia del luogo pomposa e tradizionale, in cui la matrona Sophonsobia – anche l’onomastica di questo libro è bizzarra e fantastica – cerca di combinarlo con la figlia Jean, anche lei con un tormentato e triste segreto nel proprio passato.

Le relazioni fra i vari personaggi, con Fox che si muove ambiguamente fra una storia d’amore e l’altra, non escludendo gustosi momenti di ironia e battute quasi comiche, volgono poi al giallo e alla tragedia, originati sempre dalla natura così particolare di questa enclave: il rinvenimento di due cadaveri annegati fa ricadere tutti i sospetti sul nuovo arrivato e Fox, che pian piano rivela la coscienza non pulita dei suoi trascorsi, è costretto a una fuga immediata e maldestra. Ma anche il suo diario, il suo viaggio ad Andorra, il libro stesso sono una fuga.

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Fuggiamo sempre da noi stessi, in altre parole, e sembra che Cameron ci suggerisca che questo avviene soprattutto in amore. Il modo in cui descrive l’atteggiamento di Fox nei confronti di Mrs Dent e di Miss Quay, di cui sembra innamorato nello stesso momento, oscilla fra passioni istintive e altrettanto decise ritrosie, a volte sfiorando l’indifferenza. Quello che ne esce è un ritratto estremamente spietato ma altrettanto realistico dei rapporti di coppia, spesso tenuti assieme dal cemento delle circostanze, ma che a volte si sgretolano in un secondo, complici le aspettative elevate e le paure altrettanto forti. In uno dei dialoghi che sono fra le parti meglio scritte del romanzo, Cameron fa dire a Mrs Dent: “Mi hai deluso, e sono un po’ triste, è naturale. Vedi, io credo che quando uno si innamora sia pronto per essere deluso. E sapendo che succederà trattiene quasi il fiato nell’attesa. È un po’ come guidare la macchina con la coscienza che capiterà un incidente ma senza sapere quando.” C’è un’estrema lucidità in queste relazioni di affetto e di amicizia che Cameron mette in campo: una lucidità netta soprattutto ai diretti interessati, che spesso si dichiarano esplicitamente riguardo i propri sentimenti, ma che viene anche spesso celata in alcuni fra i molti camuffamenti che caratterizzano quest’opera.

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In Cameron la memoria e il passato sono temi fondamentali, perché spesso ci racconta di vite che subiscono svolte inaspettate e imprevedibili e con le quali poi si deve venire a patti in continuazione, in una perenne rimessa in discussione di ciò che siamo e proviamo. Il fatto che Fox sia scappato in una destinazione (letteralmente) irreale e chiusa in se stessa per poter cancellare la sua vita precedente ci fa capire come l’obiettivo sia in sé impossibile, destinato a trasformarsi – e così avviene nelle ultime pagine – nell’ennesimo inganno, nell’ennesima bugia.

In fondo noi siamo ciò che abbiamo vissuto, ogni esperienza – anche le storie d’amore finite più o meno malamente – in verità non finiscono mai, ma ci accompagnano, ci definiscono, ci ossessionano anche.

Il finale sorprendente di Andorra, che alla sua luce è forse uno dei migliori libri di Cameron, è una chiave segreta, dolorosa eppure essenziale: a meno che non si voglia andar incontro alla follia, non possiamo sfuggire al nostro passato, ai nostri sentimenti sfioriti, alle colpe mai sepolte, nemmeno un paradiso lontano può lavarci via l’anima.

L’innocenza può durare il soffio di un fine giornata, ma poi torniamo ad essere noi e a doverci guardare allo specchio, altrimenti il risultato non è altro che l’ennesima finzione: “Le tende svolazzavano ancora davanti alla finestra ma la luce era cambiata, s’era attenuata un po’ perché, raggiunto il culmine del pomeriggio, si arrendeva. E in quella resa avvertii un senso più vasto, più definitivo di abbandono. Sentii profondamente l’insita tristezza del tardo pomeriggio.”

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(chi ha pagato il libro? La copia sulla quale Paolo Armelli ha condotto la sua Recensione è stata pagata da FN che gliel’ha fatta avere via Amazon; la copia fotografata l’ha pagata sempre FN che se l’è comprata alla Libreria Mondadori)

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