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APOLOGIA DI LIALA, di Mariolina Bertini (da “Alter Alter”, aprile 1979)

Posted in editoria, note by federico novaro on 25 febbraio 2014

Apologia di Liala
di Mariolina Bertini

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Verso della copertina, pag. 3 (part.), 1

[Nell’editoriale che come sempre apriva la rivista, sempre intitolato “e per conoscenza…”, che Oreste del Buono scriveva sulla prima pagina di Alter Alter, che dirigeva, nel numero 3 / anno 6 / marzo 1979, si leggeva:

“Il saggio è firmato da Mariolina Bongiovanni Bertini, la giovane, agguerrita, attentissima studiosa che ha così puntigliosamente curato la recentissima riedizione critica della Recherche proustiana presso Einaudi. È appunto una citazione dello sconfinato Marcel figura sotto lo squillante titolo Apologia di Liala: ‘Détestez la mauvaise musique, ne la méprisez pas…’. Il romanzo popolare esiste, altroché. È un lungo e sorprendente cammino quello che Alter inizia con le pagina di Mariolina Bongiovanni Bertini”.

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 3 (part.), 1

Erano gli anni ’70 e Oreste del Buono, direttore anche di Linus, di cui Alter Alter era una filiazione, conduceva una formidabile opera di dissodamento dell’immaginario, proponendo esplorazioni inaudite della letteratura e del racconto per immagini, fuggendo lo snobismo -seppur meritorio- del primo corso di Linus. Proporre Liala, e anzi una sua apologia, in una rivista che in quel numero ospitava fumetti -si chiamavano, felicemente, così- di Lauzier, Pazienza, Muñoz & Sampayo, Moebius e Filippo Scozzari, per nominarne alcuni, era un gesto allegramente sovversivo. Nella rivista, che ora può apparire cupa e monacale nel suo rigoroso e impastato bianco e nero, OdB e la redazione (art director: Fulvia Serra) montano l’articolo di Bertini in modo tale da mettere l’ultima pagina al centro del fascicolo, laddove la foliazione prevede, per due pagine, il colore: lì 12 copertine di Liala sottratte all’edicole e inalberate in algida formazione, squillano i loro colori oltraggiosi.

FN è davvero felice di ripoporre 25 anni dopo un articolo che non ha perso un soffio della sua intelligenza, novità e forza eversiva]

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Copertina (part.), 1

Apologia di Liala
di Mariolina Bertini

“Détestez la mauvaise musique, ne la méprisez pas. Comme on la joue, la chante bien plus passionnément que la bonne, bien plus qu’elle, elle s’est à peu à peu remplie du rêve et deslarmes des hommes. Qu’elle vous soit par là vénérable.”

Marcel Proust

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 48 e 49 (part.), 1

Nell’imagerie dell’orrore – letterario e cinematografico – automi e manichini, bambole e figure di cera, radici di mandragola e armature vuote debbono la loro sinistra fortuna alla forma che li sospende a mezz’aria tra la materia bruta e la figura umana, tra il vivente e l’inanimato, tra l’individuale e il meccanico. Nella perfezione della loro apparenza – perfezione che fa sì che l’Olympia di Hoffmann e la Tanya di Charles Bukowski possano essere oggetto di desiderio e d’amore- solo l’eccesso di regolarità apre una falla quasi impercettibile da cui filtra, inavvertito, l’orrore, per cristallizzarsi bruscamente nell’istante dell’incredula, improvvisa percezione della verità.

I musei di figure di cera – con le loro sapienti penombre, la minuziosa precisione dei costumi e l’ipocrisia pedagogica che tra mannaie e ghigliottine addita virtuosamente la presenza della storia – sono la fissazione volontaria e consapevole, in una materia affine, del parossismo di attesa che precede il momento in cui si svela la non-umanità dell’automa; lo spettatore attirato sotto la cupola di Madame Tussaud o nell’androne vecchiotto del Musée Grevin, caro a Breton, da un minimo di congenialità, coltiva artificialmente in sé un brivido di sospetto analogo a quello suscitato dal rigido passo del Golem nelle viuzze di Praga, o dal canto metallico di Olympia. Non può che crogiolarsi nella paura-speranza che l’immobilità che lo circonda sia rotta d’improvviso dal gesto minimo e terrificante verso cui tutto si protende: uno sbattere di palpebre, il moto di una mano, l’accenno di un meccanico balletto.

Assaporando questa tensione materializzata – tensione che un romanzo del grande John Dickson Carr ha distillato sino all’orlo della follia – egli entra, senza saperlo, nella schiera dei potenziali estimatori della scrittrice che solo per sacrilega leggerezza la neo-avanguardia degli anni ’60 ha potuto accostare all’inoffensiva mediocrità di Carlo Cassola: l’aristocratica Liala che, quasi a vendicare tutte le nefandezze commesse dalla borghesia dall”89 in poi, ne ha miniaturizzato sogni e desideri in una Fortezza della Solitudine sepolta tra i ghiacci di una perfezione senza défaillances; la gelida Liala, regina delle figure di cera, contessa dei manichini, ultima geniale rappresentante – con qualche pittore sovietico di provincia- di quell’iperrealismo involontario che ha, rispetto all’iperrealismo colto delle avanguardie, il fascino addizionale di prendersi rigorosamente sul serio; lo stesso fascino che ha reso immortali i film biblici di De Mille, i gangster di Corman e, soprattutto, certi calcolati e travolgenti mélo – Noi due sconosciuti, epopea passionale di una fulgida Kim Novak in seta rossa, Pandora e l’Olandese volante, sublime incontro di Ava Gardner e James Mason tra antiche pergamene profetiche e rombanti auto da corsa, l’efferata Altalena di velluto rosso di Fleischer, con quel delitto nel giardino pensile tra fiumi di champagne e abiti da sera che pare nato da una fantasia gemella di quella di Liala, schiusasi per una miracolosa coincidenza sotto i riflettori di Hollywood.

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 49 (part.), 1

La crudeltà di questo genere di iperrealismo – che a differenza di quello intenzionalmente critico delle avanguardie predilige i toni caldi e i soggetti fastosi, con velluti, zaffiri e décolletés – è nell’intensità avvolgente dei colori, che non si attenuano mai e conferiscono alle figure una sorta di ossessiva tridimensionalità.

Nei romanzi di Liala, tanto più la vita interiore dei personaggi è vuota, stereotipa, governata da un’implacabile scientificità tra pavloviana e lombrosiana, tanto più l’evidenza plastica delle figure si impone con un rilievo quasi offensivo: il colore dei capelli, degli occhi, dei vestiti di questi levigati e regolarissimi manichini (l’Industriale, la Maestrina, la Mantenuta, il Medico, l’Ex-ballerina) si accende in un trionfo da view master e, quando una delle eroine avanza verso di noi, è sempre come se, nello splendore del più sfacciato technicolor 1959, vedessimo la bambola Barbie o Luisa Lane avanzare in visone bianco e diadema di brillanti, sullo sfondo di una villa in stile babilonese-bizantino, mentre Helmut Zacharias et ses violons enchantés si alternano alle chitarre hawaiane tra fontane luminose e colonnati di marmo rosa.

Alla perfezione visiva, Liala giunge attraverso un’ascetica sottomissione al detto di Kafka “Mai più psicologia” : spogliando le sue eroine e i suoi eroi di ogni particolarità, di ogni inclinazione individuale – eccettuate le inclinazioni amorose, che appartengono però più alla meccanica dell’intreccio che allo spessore umano dei singoli personaggi – riesce a concentrare con un prodigioso tour de main l’attenzione delle lettrici su quello che è il vero centro del suo mondo fantastico: le pellicce di ermellino o di “agnello persiano arancione con polsi e bavero di castoro nero”, le “fibbie di topazio intagliate a scarabeo”, gli abiti rosa orlati di visone, i mobili in pergamena cosparsi di pietre dure, le faraoniche stanze da bagno in rosso pompeiano e oro, gli armadi d’ebano intarsiati con cavallucci marini di corallo rosa, i copriletti di laminato d’oro, i tavolinetti di giada rosa, le scatole di lacca rossa a forma di drago.

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 50 (part.), 1

Questo martellamento descrittivo, di una precisione perversa e coatta, svolge nei romanzi di Liala una duplice funzione: da un lato veste di una fisicità tangibile i personaggi che, privi come sono di tratti specifici, resterebbero inafferrabili ectoplasmi; dall’altro ritarda, con uno stillicidio di calcolatissime interferenze, il lento dispiegarsi della trama, permettendo alla diabolica contessa di preparare nell’ombra i suoi colpi di scena , mentre il lettore abbagliato si perde tra scarpine e cinture assortite di antilope azzurra, sottovesti di pizzo “color gridellino” e salotti sfolgoranti di cristallo, argento dorato, alabastri, giade e porcellane “di finissima lavorazione”.

Come una ricchissima vegetazione parassitaria, le descrizioni intercalate nei romanzi di Liala avvolgono e dissimulano quanto vi potrebbe essere di troppo lineare o di troppo prevedibile nell’edificio narrativo, che di per se è sempre riconducibile a due modelli fondamentali: quello in cui un amore apparentemente “impossibile” si realizza felicemente, e quello in cui invece, dopo alterne vicende nel corso delle quali la protagonista soggiace a qualche tentazione e si declassa moralmente, si conferma veramente impossibile, e vede la propria impossibilità suggellata dalla morte della protagonista o da un triste matrimonio d’interesse.

La semplicità di questo duplice schema è corretta dall’esuberanza dell’ornamentazione: non solo l’arredamento e le toilettes variano in un mobile caleidoscopio di irresistibili scelleratezze, ma anche la cucina e le pratiche igieniche (bagni e docce tra marmi, cristalli e fiumi di colonia inglese) creano continui centri d’attenzione secondari, dal fascino quasi ipnotico.

Le scelte culinarie di Liala non sono mai casuali o arbitrarie ma determinano, con rigore etnologico, ambiti sociali ben precisi: le minestre di verdura e le uova sode con l’insalata delimitano l’area della povertà; tagliatelle e salumi assortiti lasciano intravedere un ambiente contadino un po’ rozzo ma godereccio; tartine, antipasti elaborati e prime colazioni luculliane ci introducono, senza possibilità di errore, nelle classi alte, e si confondono con quell’ideale di opulenza vistosa e convenzionale che occupa, nel cosmo di Liala, il posto del Primo Motore Immobile; ideale polimorfo e compatto, in cui si compenetrano armoniosamente i concerti di Benedetti Michelangeli e la salsa di caviale, le “prime” della Scala e i portafogli di coccodrillo bianco, i quadri di Sciltian e il pasticcio di tartufi.

Un ideale il cui fascino irresistibile muove tutto, si esercita su tutti: ragazze per bene e future sciagurate, aspiranti attori e fioraie, contadinelle e aristocratiche sull’orlo della rovina. A volte con questa forza d’ attrazione della ricchezza -che ha immutabili connotati di pulizia e di ordine, per lo più sintetizzati in uno “stabilimento” o in una tenuta agricola dove tutto scintilla e funziona senza un’ombra, senza una macchia, senza un granello di polvere – interferisce l’attrazione amorosa: è dal vario combinarsi di questi due elementi che nasce l’infinita varietà degli intrecci di Liala, in una perenne oscillazione tra i due modelli che abbiamo descritto, quello con esiti catastrofici e quello con esiti felici.

Nel primo caso, la storia è il lento maturare di un dramma: in Non dimenticare Lietocolle e in Riverberi lontani, ad esempio, le protagoniste, scisse tra il vero amore e l’attrazione del lusso, si trovano alla fine chiuse nella ricchezza come in una trappola mortale, legate a vecchi miliardari un po’ repulsivi, con la sola consolazione del ricordo del Vero Amore – povero e bello – e con la sottaciuta speranza, di cui Liala, nel suo cinismo sereno, non sa scandalizzarsi, di restare presto vedove e ricche.

Quando però- grazie a una fortunata coincidenza – il desiderio di promozione economico- sociale e l’attrazione erotica convergono verso un unico oggetto, non andiamo verso la catastrofe, ma verso il miracolo: la piccola fioraia dalle mani ruvide (Il vento inclina le fiammelle) e la contadinella dai piedi troppo grandi (Amata), dirozzate da un rapido apprendimento dell’etichetta, possono sposare rispettivamente il Giovane Industriale e l’Ingegnere Nautico per cui soffrivano in silenzio; la modella di Trasparenze di pizzi antichi, che per comprensibile sventatezza giovanile, attratta da certi breakfast sontuosi e da un castello scozzese con annessa riproduzione della camera di Paolo e Francesca, ha sposato un pittore aristocratico pazzo (uno dei pochissimi intellettuali reperibili tra le creature di Liala, avvezzo a suonare il pianoforte in una funebre stanza rotonda drappeggiata di nero) rimane provvidenzialmente vedova dello sciagurato e può sposarne il fratello, che non vive in un castello alla Bram Stoker ma in una “modernissima villa”, e sorveglia l’andamento della sua prospera industria laniera da un grattacielo cristallino, ingentilito dai circostanti praticelli e da un commovente monumentino agli agnelli scozzesi, primi artefici di tanta luminosa opulenza.

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 50 e 51 (part.), 1

Inesauribile, incapace di incertezza, impermeabile al dubbio, Liala moltiplica gli orrori che costellano le sue pagine senza mai ripetersi: non indietreggia né davanti alle cappelle funerarie i cui mosaici dorati riproducono esattamente quelli di Ravenna (Lalla che torna), né davanti agli orologi a cucù rosa o celesti (Sognai di essere tuo), né davanti alle “scale di palissandro mirabilmente scolpite ad animali stilizzati” (Le briglie d’oro).

L’intreccio, frattanto, con hitchcockiana crudeltà, segue il suo corso; le diverse possibilità che si aprono davanti alla protagonista – amore o ricchezza, salvezza o perdizione – sono coltivate con alterna cura, con amorosa imparzialità, con un sottile gusto alla Sacher-Masoch per la tensione protratta e irrisolta sino all’estremo.

Il meccanismo basilare – che la pubblicazione a puntate esalta e potenzia in qualsiasi romanzo rosa, ma che nello stile di Liala è immanente e infallibile – è quello dell’intermittenza del pettegolezzo.

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 51 (part.), 1

Il pettegolezzo che ci appassiona non concerne mai le persone che abbiamo costantemente sotto gli occhi. Deve trarre alimento da un flusso dilazionato di informazioni, gettare una luce discontinua su un’esistenza percepita nella nebbia della distanza, in modo frammentario e graduale. È questa intermittence du potin che la scrittura di Liala mima voluttuosamente, perfezionandola con il rutilante contrappunto delle sinuose digressioni vestimentarie e ambientali. Ed è la morale del pettegolezzo – elastica, indifferente, brutale, sempre pronta ad esibire minacciosamente la massima secondo la quale “ognuno ha quel che si merita” – la molla fondamentale delle trame di Liala, che la riproducono all’infinito.

Per le peccatrici, come i cronisti di “nera”, hanno in serbo delitti, malattie, e sanguinosi incidenti stradali; per la virtù, visoni color canna di fucile, scatole d’onice con iniziali di smeraldi, portaceneri di lapislazzuli, pavimenti di alabastro rosa, salottini “azzurro e oro”, orchidee, storione e champagne.

Non siamo nel salotto di nonna Speranza, al Vittoriale o al Madonna Inn; siamo di fronte alla vetrina in cui Kim Novak e Frank Sinatra, “l’uomo dal braccio d’oro”, si specchiano nei manichini di una modernissima cucina anni ’50, persi in un’assurda, estatica contemplazione, protesi verso l’immagine raggelata del loro sogno.

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 51 (part.), 2

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 51 (part.), 3

Ogni lettrice di Liala conosce bene questo delirio d’identificazione, colpevole e riposante, e ripete, nel sortilegio della lettura, l’incerto sorriso di Kim Novak, il suo provvisorio abbandonarsi ad un’immagine in cui – come nelle coreografie dei musicals – la banalità più esemplare trapassa nell’irrealtà più fantasmagorica e pacificante. Non sfugge a questa ebbrezza nemmeno il sobrio visitatore del Museo delle Cere, quello che ha già capito chi è l’immancabile Mostro della situazione: è lei, la gelida regina dell’Identico , immobile nell’attesa che Paolo Poli venga ad appropriarsi – come già è accaduto a Carolina Invernizio e a Luciana Peverelli – della sua voce perfida e suadente, rivelatrice, votata con implacabile fedeltà a quei misteri della frivolezza, a quei labirinti dell’effimero che il disprezzo degli intellettuali e dei sociologi non giunge, nel tempo, a scalfire: “Détestez la mauvaise musique, ne la méprisez pas …”

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 51 (part.), 1

(Alter Alter, marzo 1979; anno 6; numero 3. Pag. 48-51)

Apologia di Liala
di Mariolina Bertini

Alter Alter, marzo 1979, anno 6, numero 3. Direzione: Oreste del Buono, art director: Fulvia Serra. Pag. 48 (part.), 1

[Mariolina Bertini ha curato per FN una serie di articoli tesi ad indagare la letteratura rosa, raccolti sotto il titolo Grazie Liala; ora, in coppia con Giuliana Giulietti, indaga la letteratura gialla, nella serie Le signore in giallo].

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