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PENGUIN STREET ART, di Marco Mondino

Posted in editoria, note by federico novaro on 6 marzo 2014


Penguin Street Art
di Marco Mondino

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Il muro, come si sa, invoca la scrittura: non c’è un muro, in città, senza graffiti. È in qualche modo il supporto stesso a detenere un’energia di scrittura, è lui che scrive, e questa scrittura mi guarda.
(R. Barthes, Variazioni sulla scrittura, p.64)

Vi sarà capitato girando in macchina, facendo jogging o ancora passeggiando per le vie della vostra città di trovarvi faccia a faccia con un muro dipinto o ancora con un’intera facciata di un edificio ricoperta da un intervento di arte urbana. La percezione muta a seconda del tempo che gli dedicate e magari spesso siete curiosi di tornare a vedere l’opera, prestando più attenzione ai dettagli o notando come cambia nel tempo.

Il muro invoca la scrittura, diceva Roland Barthes, e oggi le superfici urbane vengono usate, riscritte e rimodellate da molti street artists che imprimono colori, forme e figure rivendicando una precisa idea nell’uso dello spazio e nella diversità di tecniche e stili utilizzati per i loro interventi.

La street art diventa però anche un modo o un mezzo per ripensare la grafica di alcuni prodotti editoriali tradizionali come i romanzi.

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L’idea è stata sperimentata dalla Penguin che, da sempre attenta alle tendenze contemporanee, ha lanciato la serie “Penguin street art” la scorsa estate.
Le copertine della collana “Penguin Street art” non solo forniscono un repertorio di stili e tecniche diverse ma chiamano a raccolta alcuni tra gli artisti più importanti e costruiscono un vero e proprio micro racconto sul fare artistico e sull’importanza dei supporti e degli strumenti utilizzati dagli street artists. Molte delle copertine riprendono così gli interventi all’interno degli ambienti urbani: nei muri, nelle porte o nelle vetrine e gli stessi muri, supporti prediletti, appaiono in tutta la loro eterogeneità.
La street art è il luogo dove la grafica si fonde con la fotografia e i disegni a spruzzo, dove l’immaginario della cultura di massa si accosta all’illustrazione o ancora alla tradizione tipografica.

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La grafica dei libri Penguin ha sicuramente fatto la storia, con l’uso della tripartizione della copertina e i differenti colori che caratterizzavano i diversi generi letterari.
Il pinguino è il logo che da sempre accompagna l’identità visiva della casa editrice: posto in alto, in basso, ingrandito o rimpicciolito. Se il logo nella sua forma canonica trova quasi sempre spazio nella parte bassa della copertina, nel dorso e nel retro, vediamo che un’evoluzione del logo creato ad hoc per “Penguin street art” si trova all’interno del libro e nel risvolto.

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Il pinguino si trasforma in uno street artist e impugna un rullo inserendosi pienamente all’interno del progetto visivo della collana. Del pinguino con il rullo ci sono così due versioni una rimpicciolita e una ingrandita con le gocce di colore che cadono dal rullo. Due pinguini si alternano tra gli elementi peritestuali, quello canonico in linea con la tradizione e quello con il rullo che ben rappresenta l’identità del nuovo progetto editoriale.

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La copertina del romanzo di Joshua Ferris The we come to the end, realizzata da 45rpm ci mostra non solo il muro dove è stato “spruzzato” il titolo del libro e il nome dell’autore ma anche la strada, sporca di colore, e ancora le bombolette che sono state utilizzate.
La foto ricostruisce così la dimensione del fare artistico mostrandoci quelli che sono gli strumenti principali utilizzati da uno street artist per la scrittura. L’idea della scrittura viene però evocata visivamente non solo attraverso le bombolette poste sulla strada dopo essere state utilizzate ma anche dalla matita, elemento figurativo che si accosta a fianco al titolo.
Le lettere che compongono il titolo si articolano su tre livelli e su tre dimensioni cromatiche azzurro, bianco e rosso. In alcune delle lettere che compongono il nome dell’autore si nota una lieve sbavatura del colore che contribuisce a costruire la dimensione dell’imperfezione che si determina in un intervento di questo tipo.
Il racconto visivo però non si arresta nella copertina ma continua sul retro e nei risvolti.
Il retro ci mostra in primo piano le bombolette e una scala sporca di colore. La bomboletta è mostrata da vicino e puntata verso l’osservatore. In basso una fascetta bianca riporta l’attenzione invece sul romanzo con il blurb del Times.
La bandella laterale chiude il racconto mostrandoci due foto dello street artist: una ripreso di spalle nell’atto di spruzzare e una frontale con il viso nascosto da una maschera.
L’artista non si fa vedere e le due fotografie contribuiscono a costruire lo stereotipo dello street artist che non vuole farsi riconoscere e rifugge dagli scatti fotografici e dalle videocamere. Accanto alle due fotografie sono disposti i 10 nomi degli artisti che hanno partecipato al progetto e l’arancione funziona da attivatore segnalandoci l’artista che ha realizzato la copertina che abbiamo in mano. Il risvolto principale si articola in due parti una dedicata al libro con citazione e sinossi e una dedicata all’autore e all’artista che ha realizzato la copertina con le brevi bio.
Il dorso della copertina appare invece un po’ confusionario: sullo sfondo compare un ritaglio dell’opera di 45rpm a cui viene sovrapposto un lungo rettangolo bianco con titolo e nome dell’autore.

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A partire dalla copertina e proseguendo nei dettagli posti negli altri elementi peritestuali si costruisce un discorso sulla dimensione performativa della street art mettendo in risalto gli strumenti usati dagli street artist e i supporti di scrittura.
Questa idea tuttavia non è nuova in casa Penguin: la casa editrice prima del lancio di questa nuova collana con un logo, un sito e una campagna di comunicazione ad hoc aveva affidato ad artisti come D*Face o ancora Shepard Fairey la realizzazione di altre copertine e nel 2010 aveva contribuito alla realizzazione della mostra “Never Judge . . . ?” presso la galleria StolenSpace dove erano stati esposti i progetti grafici delle copertine di alcuni dei romanzi più famosi create da diversi artisti della scena street e urban.

Facendo un salto indietro si nota come la copertina di Steppenwolf ridisegnata da Ripo per la collana “Penguin Essential” dialoga con quella di 45rpm.
Anche in questo caso viene mostrata una porta che funge da supporto e gli strumenti del fare artistico posti in basso (non più le bombolette ma i pennelli).
Interessante è invece la copertina di Americana di Don De Lillo dove la bandiera si va ad inserire in un muro già colmo di graffiti creando un vero e proprio gioco di scritture e riscritture.
Le copertine di Penguin Street Art costruiscono insieme un discorso complesso e articolato, provano a spiegarci il mix di stili che caratterizza oggi la street art mostrandocene le differenze e le somiglianze.
Scorrendo la galleria non si può non notare la copertina di The Believers, dove Sickboy tracciando un graffito si prende una licenza d’autore e decide di riscrivere, in parte, il titolo del libro aggiungendo un punto esclamativo.

La serie Penguin Street art è stata lanciata anche con un video e con una campagna promozionale che ha visto coinvolti tre artisti che hanno ridipinto delle lettere sulle copertine dei libri facendo delle copertine stesse un nuovo supporto materiale. Qui i video.

La serie è composta da dieci titoli:

Penguin Street Art
And the Ass saw the Angel di Nick Cave realizzata da Roa
Americana di Don DeLillo realizzata da Dr Jekyll
Armadillo di William Boyd realizzata da Yok
Hawksmoor di Peter Ackroyd realizzata da Barn
How to be Good di Nick Hornby realizzata da Agostino Iacurci
The Believers di Zoe Heller realizzata da Sick Boy
The Reluctant Fundamentalist di Mohsin Hamid realizzata da Mittenimwald
What A Carve Up! di Jonathan Coe realizzata da Dain
Lights Out for the Territory di Iain Sinclair realizzata da Stephen Powers
Then We Came to the End di Joshua Ferris realizzata da 45rpm


Penguin Street Art
di Marco Mondino

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