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Eleonora Marangoni / PROUST. I COLORI DEL TEMPO. Electa 2014. (Recensione di Mariolina Bertini)

Posted in recensioni by federico novaro on 18 marzo 2014

Proust. I colori del Tempo
di Eleonora Marangoni

design di Paolo Tassinari / Leonardo Sonnoli (Tassinari/Vetta)
ricerca iconografica di Marta Alvarez
editor di collana: Nunzio Giustotti

cartaceo: brossura con alette, 122 pag. ill. col.: 22€
Electa -pesci rossi [il numero di uscita nella collana non è indicato], Milano 2014

Senza titolo

In un romanzo recente e spiritoso, Io e Proust (Voland 2014), Michaël Uras immagina che il protagonista, un giovane studioso, riesca a realizzare il sogno di tutti i proustiani: incontrare un vecchissimo signore, dimenticato da tutti, un certo Maurice Nôdier, che ha perfettamente conosciuto l’autore della Recherche, l’ha rifornito per anni di pettegolezzi e detiene certo su di lui preziose informazioni biografiche inedite.
Il corteggiamento del vegliardo, bizzoso e reticente, è un’impresa delicata, ma la posta in gioco sembra così alta che Jacques Bartel –questo il nome del giovane eroe- vi si impegna con tutte le sue forze. La delusione sarà da tale da troncare la sua carriera di ricercatore, inducendolo a distruggere la sua ricca biblioteca proustiana: su Proust, gli rivela Nôdier, non c’è più nulla da scoprire, “tutto ciò che è stato scritto su di lui copre ampiamente ogni meandro della sua biografia (…). Non c’è più la minima zona d’ombra, eccezion fatta, forse, per l’epoca in cui era ancora un feto!”.

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Copertina (part.), 6

È raro , in effetti, che le pubblicazioni proustiane -che la ricorrenza del centenario di Swann ha incrementato nel 2013, soprattutto in Francia- offrano novità di rilievo: ormai le biografie si sono moltiplicate, anche dopo quella esaustiva di Jean-Yves Tadié, i repertori di immagini, spesso scontate e un po’ leziose, hanno ingombrato i banchi delle librerie e i versatili, brillantissimi compilatori del Dictionnaire amoureux de Marcel Proust, Jean -Paul Enthoven e suo figlio Raphäel, hanno aperto al pubblico più frettoloso una bella rete di scorciatoie per esplorare “per sommi capi” la Recherche e visitarla come i turisti visitano il Louvre, a passo di carica, senza sprecare un attimo di tempo per quel che non è già ampiamente consacrato dall’ammirazione degli altri visitatori e degli estensori di cataloghi.

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Verso del risvolto di copertina, verso della copertina, c. di guardia / pag. dell'occhiello (part.), 1

Spicca dunque, in questo panorama che sembra privilegiare la ripetizione del già noto, o mettere en vedette ritrovamenti tutto sommato non epocali, come quello delle lettere scritte da Proust alla signora del piano di sotto per chiederle di fare un po’ meno rumore, lo studio elegante, stimolante e davvero originale che Eleonora Marangoni ha dedicato ai colori di Proust.

Lo accompagna un apparato iconografico di buona qualità, all’altezza di un’opera la cui precisione meritava di essere illustrata senza approssimazioni né sbavature, con lo stesso rigore che ha guidato l’autrice nella sua traduzione di tutti i brani citati, resi con esemplare, ammirevole sensibilità.

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Verso della carta di guardia, frontespizio (part.), 1

“Nella Recherche -scrive Eleonora Marangoni– il colore non è importante in quanto viene raccontato, è importante perché egli stesso racconta. È un espediente stilistico grazie al quale Proust intreccia legami, definisce idee, svela parentele nascoste. Il colore è un vero e proprio narratore che si sostituisce alla parola.”
Non è un caso che nella Prisonnière Bergotte muoia contemplando “il piccolo lembo di muro giallo” cui Vermeer è riuscito a conferire la perfezione di un’antica pittura cinese: la “luce dorata” di quel giallo illumina lo scrittore sul senso del suo mestiere. Bergotte si accorge di non essere riuscito appieno in quel perseguimento della sfumatura giusta che è lo scopo dei grandi coloristi; e il suo fallimento addita al Narratore quello che sarà il suo compito come scrittore, quello di arrestare lo “scolorire” della realtà, dovuto al Tempo, per fissare per sempre la debordante ricchezza cromatica del presente.

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Pag. 5 (part.), 2

Uno dopo l’altro, i colori della tavolozza di Proust sono presi in esame da Eleonora Marangoni con una pacata, minuziosa attenzione che approda sempre a definizioni convincenti.
L’oro dei capelli dei Guermantes, riecheggiato dai colori biondi del paesaggio fluviale che conduce al loro castello, si rivela un oro menzognero, come la fascinazione di un mondo aristocratico cui soltanto l’ingenuità dei borghesi conferisce pregio e sacralità; ben più prezioso è il giallo del piccolo lembo di muro di Vermeer, “risultato di strati sovrapposti, pazienti, umili”.
Il blu oltremare, di intensità impareggiabile nell’arte di Giotto, è per il Narratore “legato alla capacità, squisitamente infantile, di emozionarsi”; il verde accompagna lo scorrere e il divenire del Tempo; il rosa, colore degli abiti di Odette alla sua prima apparizione e delle guance di Albertine, racchiude tutte le sfumature del fascino femminile e ne dice l’inafferrabilità, l’inconsistenza, la grazia segreta sempre sul punto di svanire; il viola è il colore della seduzione elegante e della moda fin-de-siècle e il rosso brillante esprime il prestigio mondano in tutto il suo crudele splendore, come ci ricordano gli scarpini rossi della duchessa di Guermantes che la preoccupano più dell’improvvisa notizia della malattia mortale del suo miglior amico, Swann.

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Pag. 48 (part.), 2

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Pag. 33 (part.), 2

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Pag. 89 (part.), 1

Attraverso la Recherche Eleonora Marangoni, conoscitrice eccellente anche della cultura pittorica di Proust, ci conduce per itinerari mai ovvii, seguendo il filo dei colori associati di volta in volta a temi e personaggi. Nel suo discorso, infine, sono inframmezzate anche riflessioni che rimandano agli studi di Michel Pastoureau sulla storia dei colori nei secoli e che ci aiutano a guardare con occhi nuovi il bell’ “Atlante dei colori” che chiude il libro; atlante che passa in rassegna, in base ai colori dominanti, un’ampia selezione di opere pittoriche, non tutte citate da Proust ma tutte utili a collocare in un quadro più ampio i suoi riferimenti espliciti.

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Pag. 104, pag. 105 (part.), 1

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. pag. 116, pag. 117 (part.), 1

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Pag. 118, pag. 119 (part.), 1

Il risultato è uno studio davvero prezioso e illuminante, che nel suo linguaggio sempre tecnico, asciutto e sorvegliato risulta alla fine più commovente di tante esaltazioni dell’universalità e dell’immortalità del genio proustiano, considerato una sorta di inesauribile serbatoio di aforismi per tutte le occasioni e per tutti i gusti.

Eleonora Marangoni, Proust. I colori del tempo. Electa 2014

Proust. I colori del tempo, di Eleonora Marangoni. Electa 2014. Design di Paolo Tassinari e Leonardo Sommoli. Totale taglio superiore (part.), 1

Molte altre fotografie del libro sul set Proust / Marangoni nel Flickr di FN

(chi ha pagato il libro? sia la copia sulla quale Mariolina Bertini ha condotto la Recensione, sia quella che FN ha fotografato sono state inviate ai loro domicili su richiesta da Electa editore che ringraziamo)

Su FN la Rubrica Quello Strano Signor Proust, a cura di Giuseppe Girimonti Greco e Mariolina Bertini

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Peter Cameron / ANDORRA. Adelphi 2014. (Recensione di Paolo Armelli)

Posted in recensioni by federico novaro on 11 febbraio 2014

Andorra
(Andorra)
di Peter Cameron

traduzione di Giuseppina Oneto
responsabilità grafica non indicata

cartaceo: brossura con alette, 236 pagine: 18€
Adelphi -Fabula 268, Milano 2014

Senza titolo

È strano quando capita di leggere un libro di un autore che si segue da tempo e che viene pubblicato molto tempo dopo la data originale di uscita: è il caso recente di Andorra, romanzo del 1997 dell’autore americano Peter Cameron ma uscito solo poche settimane fa da noi in Italia per Adelphi.

È strano perché degli scrittori spesso ci si fa un’idea affettuosamente darwiniana, come di perfezionamento e limatura e sorpresa continui (ovviamente quando non è il caso di romanzieri che pubblicano uno o due titoli buoni e poi si perdono). Eppure questo Andorra di Cameron lascia in qualche modo spaesati, nella suddetta (presunta) evoluzione autoriale: perché è un romanzo che inizia in modo estremamente piatto, quasi manierato, con l’arrivo dell’americano Alexander Fox nel piccolissimo paese europeo e il suo compiacimento romantico per quella che si prospetta come una nuova vita pacificata; la parte più avanzata del romanzo, invece, assume tonalità più scure, profonde e per certi versi inquietanti, guadagnando in ombrosità e spessore, quelle stesse caratteristiche che si è soliti apprezzare in uno scrittore molto virtuoso come Cameron.

Quindi all’inizio il lettore affezionato rimane un po’ perplesso, quasi deluso, ma nel momento della conclusione – geniale, rapidissima, fulminante d’intensità – è come se si riconoscesse appieno il proprio autore favorito: eccolo, è lui.

Senza titolo

Col senno di poi tutto Andorra è un meccanismo narrativo che procede, lento, per piccole aggiunte di situazioni e dettagli e rivelazioni, ma proprio in questo sta la sua precisione e la sua bellezza. In effetti fin dal titolo e dalla prima frase di incipit (“Tanti anni fa lessi un libro ambientato ad Andorra”), si capisce come Cameron abbia tessuto la sua tela finissima, fragile eppure tagliente. Si comprende fin da subito che il protagonista Fox ripara ad Andorra per fuggire da un passato che non riesce a tener a bada nemmeno dentro a se stesso, scrive un diario per raccontarsi (ma, attenzione, soprattutto raccontarci) la sua rinnovata esistenza, eppure è chiaro che qualcosa non torna, che ci sono degli elementi fuori posto: il fatto che nel testo vengano menzionati un mare e un porto che nel Paese incastonato fra i Pirenei ovviamente sono assenti, e poi le ombre che mano a mano Fox dipinge su se stesso e sugli altri fanno vacillare la nostra fiducia nel narratore.

Quella che all’apparenza è una storia compiaciuta di buen retiro, quasi di grand tour rivisitato, dal sapore per certi versi postcoloniale (ci sono riferimenti a Ceylon e alle piantagioni di teak), si rivela un congegno metanarrativo sorprendente e dagli esiti destabilizzanti, in cui la finzione non sta solo nella scrittura romanzesca ma anche nelle bugie e nelle curiosità morbose che legano in modo sempre più effimero i personaggi fra loro così pure il protagonista a noi.

Senza titolo

Cameron ha una mano estremamente felice nel tracciare questa micronazione (a questo punto inventata), che gli dà la possibilità di raffigurare una società raccolta, quasi fuori dal tempo, in cui ritmi e rapporti hanno qualcosa di idilliaco o utopico, con tutti i problemi del caso: la vita scorre lenta, quasi tutti sembrano turisti che di tanto in tanto di dedicano allo sport e al volontariato, il modo di vivere e di curare i dialoghi e gli incontri è prettamente borghese, rigido ma pruriginoso, la cultura e il cibo e la mondanità sono di impeccabile e forbito gusto europeo, i pochi abitanti sanno tutto di tutti e non vedono l’ora di accaparrarsi le novità dell’ultimo arrivato.

Succede così che Fox viene fin dal primo giorno coinvolto nelle dinamiche di due famiglie: i Dent, una coppia di australiani – si chiamano entrambi Ricky – il cui matrimonio è minato da drammi ormai irreversibili (entrambi finiranno per innamorarsi di lui, esacerbando le proprie fratture); e i Quay, famiglia del luogo pomposa e tradizionale, in cui la matrona Sophonsobia – anche l’onomastica di questo libro è bizzarra e fantastica – cerca di combinarlo con la figlia Jean, anche lei con un tormentato e triste segreto nel proprio passato.

Le relazioni fra i vari personaggi, con Fox che si muove ambiguamente fra una storia d’amore e l’altra, non escludendo gustosi momenti di ironia e battute quasi comiche, volgono poi al giallo e alla tragedia, originati sempre dalla natura così particolare di questa enclave: il rinvenimento di due cadaveri annegati fa ricadere tutti i sospetti sul nuovo arrivato e Fox, che pian piano rivela la coscienza non pulita dei suoi trascorsi, è costretto a una fuga immediata e maldestra. Ma anche il suo diario, il suo viaggio ad Andorra, il libro stesso sono una fuga.

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Fuggiamo sempre da noi stessi, in altre parole, e sembra che Cameron ci suggerisca che questo avviene soprattutto in amore. Il modo in cui descrive l’atteggiamento di Fox nei confronti di Mrs Dent e di Miss Quay, di cui sembra innamorato nello stesso momento, oscilla fra passioni istintive e altrettanto decise ritrosie, a volte sfiorando l’indifferenza. Quello che ne esce è un ritratto estremamente spietato ma altrettanto realistico dei rapporti di coppia, spesso tenuti assieme dal cemento delle circostanze, ma che a volte si sgretolano in un secondo, complici le aspettative elevate e le paure altrettanto forti. In uno dei dialoghi che sono fra le parti meglio scritte del romanzo, Cameron fa dire a Mrs Dent: “Mi hai deluso, e sono un po’ triste, è naturale. Vedi, io credo che quando uno si innamora sia pronto per essere deluso. E sapendo che succederà trattiene quasi il fiato nell’attesa. È un po’ come guidare la macchina con la coscienza che capiterà un incidente ma senza sapere quando.” C’è un’estrema lucidità in queste relazioni di affetto e di amicizia che Cameron mette in campo: una lucidità netta soprattutto ai diretti interessati, che spesso si dichiarano esplicitamente riguardo i propri sentimenti, ma che viene anche spesso celata in alcuni fra i molti camuffamenti che caratterizzano quest’opera.

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In Cameron la memoria e il passato sono temi fondamentali, perché spesso ci racconta di vite che subiscono svolte inaspettate e imprevedibili e con le quali poi si deve venire a patti in continuazione, in una perenne rimessa in discussione di ciò che siamo e proviamo. Il fatto che Fox sia scappato in una destinazione (letteralmente) irreale e chiusa in se stessa per poter cancellare la sua vita precedente ci fa capire come l’obiettivo sia in sé impossibile, destinato a trasformarsi – e così avviene nelle ultime pagine – nell’ennesimo inganno, nell’ennesima bugia.

In fondo noi siamo ciò che abbiamo vissuto, ogni esperienza – anche le storie d’amore finite più o meno malamente – in verità non finiscono mai, ma ci accompagnano, ci definiscono, ci ossessionano anche.

Il finale sorprendente di Andorra, che alla sua luce è forse uno dei migliori libri di Cameron, è una chiave segreta, dolorosa eppure essenziale: a meno che non si voglia andar incontro alla follia, non possiamo sfuggire al nostro passato, ai nostri sentimenti sfioriti, alle colpe mai sepolte, nemmeno un paradiso lontano può lavarci via l’anima.

L’innocenza può durare il soffio di un fine giornata, ma poi torniamo ad essere noi e a doverci guardare allo specchio, altrimenti il risultato non è altro che l’ennesima finzione: “Le tende svolazzavano ancora davanti alla finestra ma la luce era cambiata, s’era attenuata un po’ perché, raggiunto il culmine del pomeriggio, si arrendeva. E in quella resa avvertii un senso più vasto, più definitivo di abbandono. Sentii profondamente l’insita tristezza del tardo pomeriggio.”

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(chi ha pagato il libro? La copia sulla quale Paolo Armelli ha condotto la sua Recensione è stata pagata da FN che gliel’ha fatta avere via Amazon; la copia fotografata l’ha pagata sempre FN che se l’è comprata alla Libreria Mondadori)

Tatamkhulu Afrika / PARADISO AMARO. Playground 2006 e 2013. (Recensione di Vito De Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 29 gennaio 2014

Paradiso amaro
(Bitter Eden)
di Tatamkhulu Afrika

traduzione di Monica Pavani

(per l’edizione 2006, qui fotografata)
progetto grafico di Giovanna Durì
impaginazione di Cristina Cosi

cartaceo, brossura con alette, 204 pag.; 13 €
Playground -Madrelingua gay, Roma 2006

(per l’edizione 2013)
progetto grafico di Federico Borghi
cartaceo, brossura con alette, 224 pag.; 15€
Playground, Roma 2013

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Incipit (part.), 1

Chissà se Tatamkhulu Afrika ha mai letto Primo Levi, e chissà che cosa ne possa aver pensato. È una curiosità legittima, visto il tema evidente di Paradiso amaro, la storia di tre uomini rinchiusi nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Il richiamo a Primo Levi è forse troppo istintivo, perché i libri sulla prigionia del chimico torinese e l’opera dello scrittore sudafricano smettono subito di somigliarsi.
La differenza principale è nella convinzione di fondo che anima le loro testimonianze: entrambi prigionieri, per diversi motivi, nei campi di concentramento tedeschi durante la guerra, raccontano la loro esperienza usando tecniche diverse mosse da filosofie opposte. Tanto le memorie di Levi sono lucide, e per questo filosoficamente disperate, quanto il resoconto di Afrika è romanzesco, e riesce a concepire l’amore anche in un campo di concentramento.

Potremmo invertire i termini della nostra curiosità, e domandarci, passando dal probabile all’impossibile, che cosa avrebbe pensato lo scrittore italiano di una storia di annientamento dell’umano che si accende di una speranza inimmaginabile, scritta da un poeta sudafricano nell’ultima fase della sua vita. Paradiso amaro è infatti ispirato alle reali esperienze di prigionia dell’autore, scritto nel 2002 a 82 anni e rieditato da Playground nel 2013, dopo una prima edizione nel 2006.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina (part.), 2

Tom Smith, il protagonista e voce narrante, vive una tranquilla vecchiaia con sua moglie, quando si vede recapitare due lettere e un pacco che gli riporteranno alla mente le esperienze nei campi di concentramento durante la guerra, quando fu fatto prigioniero dai tedeschi. È durante quel periodo che incontra altri due soldati prigionieri, Douglas, un infermiere che si legherà a lui in maniera soffocante, e Danny, un pugile inglese verso il quale svilupperà una recalcitrante attrazione.
Il romanzesco di Afrika, così diverso dalle nude riflessioni di Levi, non risparmia comunque ruvide descrizioni delle condizioni di vita dei prigionieri di un campo: la perdita della dignità, l’eccessiva vicinanza degli altri corpi, la promiscuità forzata che accede all’intimità con l’altrui carne, l’umiltà della condizione di corpo-cosa, che secerne liquidi e disperazioni.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina, risvolto di cop. (part.), 1

Un aspetto che invece si ritrova in tutta la memorialistica e i romanzi sui campi di concentramento, è la descrizione minuziosa di un fenomeno inconcepibile per gli “estranei” all’esperienza: la ricreazione di un microcosmo con le sue assurde leggi interne, laddove ci si aspetta che regni il nulla o il caos.
Il campo di prigionia diventa per Tom e per gli altri una sorta di rifugio inconfessabile, un ordine, malgrado tutto, che si ha paura di rompere. Mentre la guerra infuria intorno a loro, i prigionieri vengono trasportati dal Nord Africa in Italia, e da lì in Germania, e il trascorrere delle stagioni, l’alternarsi della fame e della sazietà, della paura e di una specie di serenità, fa somigliare la loro esistenza a una normalità allucinata. Non manca nemmeno la gelosia, proprio perché a scorrere sotto tutto, come un fiume carsico che emerge quando la disperazione primaria è sospesa, è il desiderio. Quello di Douglas per Tom, e quello di Tom per Danny, un indecifrabile sbruffone col quale avrà un’amicizia fatta di frasi brusche e ruvide gentilezze.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina (part.), 1

Il desiderio sembra impossibile in quel luogo e in quel tempo, e non a caso Tom troverà un modo per rivelarsi attraverso la recitazione, grazie a una scalcinata compagnia teatrale messa in piedi dai prigionieri del campo. È attraverso la maschera teatrale, il trucco e i costumi di Lady Macbeth, che incredibilmente si ritrova a interpretare, che Tom si libera, esprimendo non una semplice sessualità, ma un modo di essere, nelle pagine forse più belle del romanzo: “…assaporo la dolcezza del potere e l’amarezza del suo decadimento, ma la scenografia, con le sue intimidazioni di torrette e pietra medievale, non mi racchiude più, avvolto come sono da un’eterna oscurità, finché sul palco non c’è una donna, come non c’è un uomo, solo una paura androgina che comunque non accenna a pentirsi”.
Dopo quell’epifania mediata dalla finzione scenica, niente sarà più lo stesso, proprio perché la paura androgina del desiderio non accenna a pentirsi. È questo il momento della deflagrazione, il punto di crisi dopo il quale le cose saranno possibili: il superamento di ogni paura, della morte come dell’amore.

Il paradiso amaro è il campo di concentramento che si ha paura ad abbandonare, perché in quel microcosmo dalle leggi mute e assurde tutto sembra possibile, al riparo dalla vita: “ogni baracca è di più, molto più di questo. Come qualsiasi forma umana, ha anche un suo spirito, individuale e unico, composto del sudore, dello sperma, del sangue, delle paure, delle speranze, delle follie o profondità, dei duecento di noi, distribuiti negli spazi calcolati al millimetro di ogni baracca. … È questo spirito che mi abbraccia, e che attirandomi nei vari fetori dei suoi tanti inguini, riesce a farmi indovinare che questa è la nostra baracca prima ancora che mi venga tolta la benda; e questo spirito mi sta venendo incontro anche adesso… ed è chiassoso, e immorale, eppure curiosamente consolante, come riesce a esserlo anche la casa più scomoda”.

Anche in un inferno confortevole come questo, in un mondo a parte popolato di uomini con un filo di vita, sembra possibile una forma d’amore, fosse anche quello non dettato dal destino o da una scelta, ma dalla disperazione dei corpi contigui sull’orlo dell’annientamento.

[Vito De Biasi]

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Quarta di copertina (part.), 1

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Risvolto di copertina (part.), 1

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Totale di copertina (part.), 1

(chi ha pagato il libro? Dipende: la copia sulla quale Vito De Biasi ha condotto la sua lettura l’ha pagata FN e gliel’ha fatta arrivare via Amazon; quella fotografata da FN non si ricorda più, però essendo che in casa ne ha reperito due copie è possibile che una l’avesse comprata lui e l’altra gliel’avesse mandata la casa editrice Playground, ma è solo una supposizione) (dài, son passati 7 anni!)

WITTGENSTEIN / a cura di Michael Nedo. Carocci 2013. (Recensione di Federico Boccaccini)

Posted in recensioni by federico novaro on 14 gennaio 2014

Federico Boccaccini recensisce

Wittgenstein. Una biografia per immagini
(Ludwig Wittgenstein. Ein biographisches Album)

a cura di Michael Nedo
traduzione di Arianna Bernardi e Marco Jacobsson
progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo
progetto grafico della sovracoperta di Falcinelli & Co.

cartaceo, rilegato con sovracoperta; 464 pag. ill. col.; 75€
Carocci editore -Sfere 84, Roma 2013

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Frontespizio (part.) 1

Elizabeth Anscombe, allieva e una degli esecutori testamentari di Wittgenstein, scrisse al suo primo biografo, Paul Engelmann, che “se, premendo un bottone, fosse stato possibile assicurare che la gente non si occupasse della sua vita privata, avrei premuto quel bottone”. Mai desiderio restò meno soddisfatto.

Ludwig Joseph Johann Wittgenstein nasce la sera del 26 aprile 1889 nella casa paterna a Vienna. Muore la mattina del 29 aprile 1951 a Cambridge, in casa del dottor Bevan. Nell’arco della sua vita, Herr Sinckel-Winckel – come lo chiamava Lytton Strachey -pubblicò un solo libro – il Tractatus Logico-Philosophicus (1921) -, fece il giardiniere e il maestro elementare, insegnò a Cambridge, costruì una piccola casa in Norvegia, dove rifugiarsi, e, nel frattempo, cambiò la filosofia del Novecento.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 17 (part.) 1

Confidò a Mrs Bevan prima di morire: “Dite loro che ho avuto una vita bellissima”. Wittgenstein. Una biografia per immagini è il racconto di questa vita.

Il libro è la traduzione italiana condotta sull’edizione originale a cura di Michael Nedo, Ludwig Wittgenstein. Ein biographischen Album, Beck, München, 2012. Il volume – la cui cura editoriale è davvero impeccabile – è diviso in tre parti: una sezione introduttiva, il corpo centrale che raccoglie immagini di persone e luoghi legati alla vita del filosofo austriaco e, infine, un’appendice con un’utile cronologia per contestualizzare le tante immagini, cui segue l’elenco delle varie fonti e i riferimenti iconografici utilizzati. La maggior parte del materiale proviene dal Wittgenstein Archive di Cambridge diretto dal curatore stesso del volume.

Le immagini sono accompagnate da testi scelti secondo un criterio contenutistico, non temporale, e sono spesso brevi citazioni tratte dalle opere di Wittgenstein stesso, altre da lettere ai o dei familiari, ricordi, diari, interviste agli amici.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 32 e 33 (part.) 1

È un oggetto molto bello da sfogliare. Lo si guarda però con distanza e con un certo imbarazzo. Si può desiderare di vedere la casa della zia di Proust a Illiers (Combray), o quella di Elvis a Graceland. Ma qual è il senso di una biografia per immagini di un filosofo? Perché questa operazione editoriale? Perché proprio Wittgenstein?

Si risponde facilmente osservando che lo studio della vita di un filosofo a volte aiuta la comprensione della sua opera. Certo. Esiste a questo scopo un genere letterario chiamato biografia intellettuale. Ne esistono diverse, anche su Wittgenstein. Lo scopo di questa biografia per immagini è, infatti, di “mostrare il legame tra la vita e l’opera di Wittgenstein”, poiché, come il curatore ritiene, ciò è “fondamentale per la comprensione della sua filosofia”. Il che però è come dire che si possa comprendere la teoria dell’atomismo logico guardando intensamente una foto di Russell.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 78 e 79 (part.) 1

Quest’oggetto non è una biografia intellettuale.  Non è uno studio accademico che presenta una tesi interpretativa sull’intera opera di un filosofo che fa leva su un dato biografico. Lo è stata ad esempio Wittgenstein (1973) di W. W. Bartley III, biografia fortemente discussa e criticata poiché sottolineava l’omosessualità di Wittgenstein e i suoi incontri notturni durante gli anni trenta nei giardini del Prater di Vienna. Scandalo. Lo sono state quelle di Engelmann, McGuinness, Malcolm, Rhees. Più discrete. Quella di Monk. La più completa. Ma non è questo il caso.

Qui siamo di fronte a un’operazione diversa, per certi versi più interessante. Si esce dalle pareti asfittiche del saggio accademico per entrare in una stanza dai colori pop piena di figurine. Così come ci sono gli archistar, ci sono, loro malgrado, i filostar. Perché comprare l’album della vita di un filosofo di cui molti non hanno mai letto una riga? Perché Herr Sinckel-Winckel è divenuto un personaggio della cultura popolare, di quelli le cui frasi e immagini finiscono stampate sulle magliette per giovani impegnati. Di quelli che tutti amano, che a tutti sono simpatici senza che se ne sappia bene il motivo. Probabilmente perché gli aneddoti sulla sua vita sono oggi più noti degli argomenti e le analisi contenute nella sua opera.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 146 e 147 (part.) 1

Vi sono due rischi in questa operazione. Il primo è esterno, di cui questo libro è effetto e non causa. Si rischia di trasformare l’opera di un pensatore – difficile e che richiede tempo per essere assorbita – in un prodotto di consumo. Il secondo, interno. Concerne precisamente l’accostamento immagine/testo, pensato, appunto, per una lettura veloce e senza impegno. Nonostante l’indiscutibile cura, resta che, per chi non conosce già molte delle persone ritratte, il riferimento è a volte solo allusivo. Se non sviante.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 174 (part.) 1

Se davvero si crede che la vita possa far comprendere l’opera, allora si dovrà ricordare che Francis Skinner, questo brillante studente di matematica ventitreenne, non fu solo un amico con cui condividere un appartamento – come presentato nell’album -, ma qualcuno che l’amò profondamente e che Wittgenstein ricambiò quasi sino alla fine. Molte riflessioni contenute nelle pagine delle Ricerche filosofiche (1953) maturarono all’ombra di questo legame durato circa dieci anni. In questo caso, forse, sarebbe stato più opportuno scegliere alcune righe delle lettere di Skinner (quelle di Wittgenstein purtroppo sono andate perdute), oppure l’appunto che Wittgenstein scrisse sul suo diario il 28 dicembre 1941 dopo la morte di Skinner:

“Penso molto a Francis ma sempre con rimorso per la mia mancanza d’amore; non con gratitudine. La sua vita e la sua morte sembrano solo accusarmi, perché negli ultimi anni della sua vita sono stato spesso senza amore e infedele nei suoi confronti in cuor mio. Se non fosse stato così infintamente dolce e fedele, avrei perso totalmente il mio amore per lui”.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 202 e 203 (part.) 1

Wittgenstein visse la sua vita con un desiderio di perfezione. Come ogni vita, anche la sua resta un mistero. Non perché fu un genio, ma perché visse le proprie scelte con un desiderio di assoluto, con senso religioso. Non voleva divenire un’icona, ma insegnarci a vedere le differenze. Mentre cresce la curiosità per il personaggio, poco resta della persona e di ciò che ha lasciato alla filosofia vissuta come vocazione (sull’eredità di Wittgenstein e il suo oblio accademico, si veda il bel saggio di P. Tripodi, Dimenticare Wittgenstein.Una vicenda della filosofia analitica, Il Mulino, 2009).
Oggi guardiamo queste belle immagini che sembrano evocare solo distanza e silenzio.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 274 (part.) 1

Wittgenstein. Una biografia per immagini
(Ludwig Wittgenstein. Ein biographisches Album)

a cura di Michael Nedo
traduzione di Arianna Bernardi e Marco Jacobsson
progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo
progetto grafico della sovracoperta di Falcinelli & Co.

cartaceo, rilegato con sovracoperta; 464 pag. ill. col.; 75€
Carocci editore -Sfere 84, Roma 2013

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 318 (part.) 1

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 338 (part.) 1

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 346 e 347 (part.) 1

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 366 (part.) 1

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 420 e 421 (part.) 1

(Chi ha pagato il libro? Carocci. Per fortuna Carocci ha mandato su richiesta il volume a FN, che l’ha guardato e fotografato e poi spedito a Federico Boccaccini affinché potesse farne la Recensione, se no un povero sito senza pubblicità mai avrebbe potuto segnalarlo o recensirlo)

Simone Bisantino / IL RAGAZZO A QUATTRO ZAMPE. Caratteri Mobili 2012 [Recensione di F. N.]

Posted in recensioni by federico novaro on 20 novembre 2013

Il ragazzo a quattro zampe
di Simone Bisantino

Editing di Enzo Mansueto
Progetto grafico e impaginazione di Michele Colonna
Illustrazioni di Giuseppe Incampo

cartaceo, brossura, 75 pag.: 10€
caratteri mobili -gli incendiati, 1: Bari 2012

Simone Bisantino, Il ragazzo a quattro zampe. Caratteri Mobili 2012. Pr. grafico e impaginazione: Michele Colonna; ill. di Giuseppe Incampo. Pagina dell'incipit (part.), 1

Il ragazzo a quattro zampe, di Simone Bisantino, è un librino molto corto.
I librini sono una categoria sempre più diffusa, questione di costi e di ricarichi come di diverso uso del tempo rispetto a qualche anno fa e così via. Sono spesso testi brevi, estratti da raccolte, frammenti, racconti pensati per essere letti insieme ad altri e che vengono isolati. Spessissimo sono testi fuori diritti, cosa che rientra nella questione dei costi e dei ricarichi.
Spesso in questi anni il librino insegue il grazioso nella forma editoriale. Nella brevità della quale sono portatori, sia confronto alla produzione dell’autore sia confronto alla pratica della lettura, i librini spesso incarnano qualcosa di monco e anzi questa loro autonomia difettosa è spesso il cuore della loro natura.

Simone Bisantino, Il ragazzo a quattro zampe. Caratteri Mobili 2012. Pr. grafico e impaginazione: Michele Colonna; ill. di Giuseppe Incampo. Segnalibro (part.), 1

Nulla di ciò in questo librino, che è anzi, nella sua dimensione minuta, sovrabbondante.
Bisantino, come il Campani de Nel paese del Magnano, è scrittore di mola e di conserva, che mai darebbero una parola in più per la sola facilità, per ignavia o per tedio. Eppure entrambi –niente li lega nei luoghi, nei caratteri, nei tratti e nei fatti dei loro testi- dipanano un pensiero e una scrittura che torna e ritorna dove già è stata.
Questa sovrabbondanza, in misure così brevi, è etica, prima che esistenziale, prima che di pratica o retorica del proprio discorso. La sovrabbondanza –che si manifesta nel ritornare di certi giri di frasi, di certe luci sulle cose, di sentimenti che compaiono, o fatti, o ricordi, a sostanziare personaggi diversi, che vengono a sembrare uno, non essendolo, o sì, forse- conchiusa in spazi così piccoli –il Ragazzo è di sole 75 pagine, il Magnano di 164- appare come un forte segno di distanza –lo si vorrebbe leggere come disgusto- per la letteratura votata all’entertainment, supportata da editor nutriti da un’idea classista del mercato al quale danno in pasto materiali via via più scadenti, convinti che esso non si meriti altro.

Simone Bisantino, Il ragazzo a quattro zampe. Caratteri Mobili 2012. Pr. grafico e impaginazione: Michele Colonna; ill. di Giuseppe Incampo. Pagine 4 e 5 (part.), 1

Di fronte allo strabordante flusso di parole inutili che colano dai grandi volumoni degli scrittori e delle scrittrici pubblicati in Italia, Campani e Bisantino asciugano, sottraggono, frenano. Non per fortuna scegliendo la facile strada dell’astrazione, o del simbolico, dell’aforistico, del motteggio. Il mondo che entrambi descrivono è, semplicemente come quello di ognuno di noi, complesso, sfumato, imprendibile, doloroso e talvolta felice –irriducibile a ogni semplificazione- e il tentare di comprenderlo è, semplicemente come per chiunque, il loro modo per vivere, per tentare di non essere, dalla vita, sopraffatti.
In quanto scrittori si sono dati come compito il non deflettere nel loro mestiere di fronte a quella complessità e alla necessità di quel tentativo e di provare e restituircene una forma che rappresenti una risposta –o forse meglio: un resoconto- al mistero che per ognuno rappresenta la vita.

Simone Bisantino, Il ragazzo a quattro zampe. Caratteri Mobili 2012. Pr. grafico e impaginazione: Michele Colonna; ill. di Giuseppe Incampo. Ultima pagina del testo (part.), 1

Bisantino racconta di cose terribili. Storie di sesso si dice. Storie piuttosto di fragilità, di esistenze così delicate, così sfibrate da potersi manifestare solo nello spazio impalpabile che può a volte socchiudersi fra le tappe di reiterate sfinite violenze. Nel silenzio sospeso che nasce dopo che la furia che ci ha investito appare placarsi, un istante soltanto, lì ci dice Bisantino, riusciamo, a volte, a vivere.
Siamo lontani da ogni fascinazione virilista della violenza. Non c’è uno sguardo fintamente distante, non c’è il plot. Bisantino non pensa che la vita si riassuma e si comprenda in una storia. È semmai il sapersene sottrarre a darci un barlume di possibilità di cogliere qualcosa che non ci risulti falsificato.

In 75 pagine Bisantino inanella 12 racconti –ma la mancanza di un Indice più ancora che il ritornare d’alcuni nomi, di alcuni tratti, di alcuni sentimenti, ci dice che il testo è unitario-; la sua scrittura –che si immagina lavorata da continue riletture ad alta voce- insegue la dolcezza. In bilico sul precipizio dello stucchevole.
La serenità di lessico e di fraseggio con cui Bisantino racconta di rapporti sessuali consumati fra un padre e suo figlio, di vite squassate dall’eroina, di sguardi sempre offuscati, di marchette –forse debitrici della scrittura di Scott Heim– dagli sguardi che sembrano cadere non appena si affacciano oltre l’orbita degli occhi, di corpi mediocri e stanchi, esclude ogni compiacimento, è anzi sanzionatorio verso chi si avvicinasse alle sue pagine con sguardo –si diceva un tempo- lubrico.

Simone Bisantino, Il ragazzo a quattro zampe. Caratteri Mobili 2012. Pr. grafico e impaginazione: Michele Colonna; ill. di Giuseppe Incampo. Quarta di copertina, dorso, copertina (part.), 1

Bisantino gioca, anche. C’è, lontanissimo, l’eco di uno sberleffo nell’inseguire –come il più consumato dei Coelho- a chiosa di ogni sequenza, un tocco tonale d’incanto. Ma è lì che il testo, giocando uno scacco a chi legge, dimostra la sua forza: non è l’orrore ciò che si sta raccontando, ma la consuetudine.
Niente di ciò che racconta Bisantino –se riusciamo a vedere le nostre vite tentando di andare oltre il racconto che ce ne facciamo- è eccezionale, niente procura –in nessuno- scandalo. Semplicemente il racconto che accettiamo, di noi e delle nostre vite, scorpora ciò che Bisantino racconta e lo relega nell’altrove.
Ancora: non c’è in Bisantino alcun intento riparativo –non cerca Bisantino di illuminare vite oscure, sottraendole al loro invisibile destino. Questo è lasciato ai talk-show, siano televisivi o in forma di romanzo. Bisantino fa semmai il vuoto intorno a chi legge, verso il quale non vi è alcuna solidarietà, seduzione, rapporto di forza giocato in modo complice.

Simone Bisantino, Il ragazzo a quattro zampe. Caratteri Mobili 2012. Pr. grafico e impaginazione: Michele Colonna; ill. di Giuseppe Incampo. Verso della copertina, carta di guardia (part.), 1

L’immaginario al quale Bisantino accede non è in nulla inedito, è tutto lì, in ogni portale porno il cui accesso è più semplice che per un quotidiano, o, imbarocchito, su qualunque magazine di moda, o maldestro, nelle pose dei ragazzini e delle ragazzine che s’affacciano su facebook, pose che a saperle leggere -come si leggono gli affreschi nelle chiese- ci raccontano di quanto essi siano consumatori normali e quotidiani dell’immenso mare del porno, nella cecità opportunista degli occhi degli adulti.

La spia –anche questa remotamente sbeffeggiante- che Bisantino dissemina nel suo testo per segnare lo squallore- è l’accarezzare, gesto che compie spesso, lo zuccheroso. Talvolta i toni, gli snodi delle frasi, gli scenari sembrano scivolati di peso dai diari di qualche adolescente di nessuna lettura, lì, dove l’incanto diventa stucchevole, l’orrore delle vite disperse che Bisantino inscena è abbagliante.

Simone Bisantino, Il ragazzo a quattro zampe. Caratteri Mobili 2012. Pr. grafico e impaginazione: Michele Colonna; ill. di Giuseppe Incampo. Pagina 7 (part.), 1

(contrariamente al solito non ho fatto menzione dell’aspetto grafico e materico del volume. Ma perché già l’ho fatto ampiamente. Che tanto mi piacque che ne scrissi entusiasta su L’Indice e poi come giurato a Buona la prima lo elessi come migliore copertina dell’anno. Per ciò mi son detto: mo’ basta. Parliamo anche un po’ di quel che c’è dentro, visto che è molto bello pure quello.)

(Chi ha pagato il libro? Il libro fu regalato a FN dalla casa editrice caratteri mobili in occasione della Fiera di Roma del 2012. Non credo immaginassero che FN gli avrebbe fatto tutto ‘sto can can attorno, ma visto che ormai è passato un anno da allora staranno anche a dirsi: ma mo’ ne parla? che siamo usciti ch’è già un anno? FN ha tempi rapidi, si sa: implacabili e rapidi)

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