federico novaro libri

LE VOCI DI BERLINO di Mario Fortunato (Segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 11 aprile 2014

È in libreria
Le voci di Berlino
di Mario Fortunato

progetto grafico di Polystudio
copertina di Carla Moroni
alla copertina: Mark Weigel e Ute Maria Lerner [ma sul volume si indica “Lener”]
@ 2001 Hilde Wilms
al risolto della quarta di copertina: ritratto fotog. b/n dell’autore
@ Rino Bianchi

cartaceo, brossura con sovracoperta, 185 pag.: 17€
Bompiani, Milano 2014

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Prima di sovracoperta. (part.), 1

Innanzitutto la foto in copertina: loro, Mark Weigel e Ute Maria Lerner, sono due attori tedeschi, che in questa foto citano quella famosa -un po’ diversa, in realtà, e più bella, dei fratelli Erika e Klauss Mann, figli di Thomas, per il loro spettacolo, “Ruhe gibt es nicht, bis zum Schluss“, dove mettono in scena l’epistolario fra i due.

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Prima di sovracoperta. (part.), 2

Al colophon si legge: “Published by arrangement with Marco Vigevani Agenzia Letteraria”; sul sito dell’agenzia si trovano le prime recensioni, tratte da L’Espresso, che vede Fortunato fra i collaboratori, e dal Venerdì di Repubblica.

Paolo Mauri sul Venerdì:

“[…] In quegli anni [durante la Repubblica di Weimar, ndr.], prima del tracollo, due giovani scrittori inglesi, ambedue omosessuali, si trasferiscono a Berlino per vivere e per scrivere. Sono il poeta Wystan Auden e il romanziere Christopher Isherwood […] I caffè per omosessuali erano centotrenta e centosessanta i bordelli per soli uomini. […] per immergersi davvero in quell’atmosfera bisogna leggere Addio a Berlino di Isherwood […]. Mario Fortunato si guarda intorno per cercare le tracce di quel passato: ma troppe cose sono cambiate. […] Ecco allora prendere corpo l’idea di una riconquista delle varie epoche attraverso visi diverse che si intrecciano a quelle di Auden e Isherwood: quelle dei figli di Thomas Mann. […]”

Enrico Arosio su L’Espresso:

“[…] Non è facile determinare se in queste “Voci di Berlino” comandi la città o comandi lo scrittore. L’io narrante se ne va dopo il prologo […] il ricordo di una notte stralunata trascorsa a Berlino est in compagnia di un ragazzo appena conosciuto che lo ospitò dal buio sino all’alba. Subito dopo Fortunato esce di scena. […] Le voci [diverse a ogni capitolo, ndr.] si rincorrono lungo il Novecento un po’ a capriccio. […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Prima di sovracoperta. (part.), 4

Ne ha parlato anche La Stampa (sì, Bompiani è un marchio RCS -Rizzoli Corriere della Sera, del quale la famiglia Agnelli è importante azionista) (non è polemica tanto per fare. Il punto è che in Italia gli intrecci in editoria sono così soffocanti che non parlare degli amici sembra -sembra- impossibile): Mirella Serri:

“[…] a condurci in una suggestiva carrellata, in cui si alternano i ricordi personali dell’autore e la storia di questa straordinaria capitale, è Mario Fortunato ne Le voci di Berlino che ha avuto accesso al diario berlinese di Auden, a tutt’oggi inedito. Le voci che lo scrittore fa riemergere e porta alla luce sono quelle «di dentro», che vengono da cuore della città e narrano le avventure di chi proprio a Berlino ha impresso una svolta alla propria esistenza: dal muratore comunista Marinus van der Lubbe, incriminato per l’incendio del Reichstag e nel 1934 condannato a morte, ai figli di Thomas Mann, Erika e Klaus. Quest’ultimo, trasferitosi da Monaco, è pronto a immolare la propria vita su un altare di cocaina e di eroina, mentre la sorella fa giochi pericolosi: Erika, legata sentimentalmente a Pamela Wedekind, figlia del grande drammaturgo, convola a nozze con l’omosessuale Gustaf, prima comunista e poi nazista, a sua volta innamorato di Klaus. […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Prima di sovracoperta. (part.), 3

Su Vanity Fair ne ha scritto Elena Dallorso:
“[…] Mario Fortunato ne racconta le molte vite [di Berlino, ndr.] […] quando la città era considerata “il luogo più vizioso dai tempi di Sodoma”, che attirò immediatamente lo scrittore Christopher Isherwood (dal suo soggiorno berlinese nacque Cabaret, diventato il famosissimo film di Bob Fosse): 36 teatri, moltissimi cinema, 130 caffè per omosessuali e 170 bordelli per soli uomini, per dare i numeri di tanta vitale perversione. Lo fa cominciando dalla sua prima volta a Berlino, ancora città divisa in due: da una parte le luci dell’occidente, dall’altra la cupezza del settore orientale. E poi affida il racconto ad altre voci, come quelle di Erika e Klaus, i due figli di Thomas Mann, ma anche di Frank, omosessuale creativo in cerca d’aria, o di Gerd Schäfer, famoso attore della DDR e padre di Frank. […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Copertina. (part.), 1

Calabria on-web ha pubblicato una fluviale e molto interessante intervista a Fortunato, dove fra molte altre cose, parla anche de Le voci di Berlino:

“[…] Gli americani e gli inglesi, in particolare, hanno inventato il narrative non-fiction, ovvero il romanzo non romanzesco, una storia raccontata in maniera narrativa ma che non è finzione. Un mio libro appena uscito da Bompiani, “Le voci di Berlino”, è appunto narrative non-fiction, cioè una narrazione della città tedesca dagli anni Venti fino a oggi attraverso una serie di storie vere che io però tratto narrativamente. Io amo la letteratura, fin da ragazzo, è stata una via di salvezza per la mia vita. Ma non amo solo i romanzi […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Risvolto della quarta di sovracoperta. (part.), 2

Federico Caporali ne scrive su In Libera Uscita:

“[…] si tratta di una biografia nascosta sotto le mentite spoglie di un romanzo e racconta (inizialmente) la storia di un ragazzo poco più che ventenne, che, rimasto solo dopo la morte del compagno, decide di cominciare un nuovo inizio nell’unico posto dove la speranza di lenire il dolore è ancora viva. Un luogo pieno di cultura e di emozioni, una città dove camminare per strada ti libera l’anima, una capitale dove il cuore in pezzi ha la possibilità di guarire, una metropoli “che è stata il fulcro di una monarchia imbelle, di una repubblica litigiosa, di due dittature e infine diventata il centro politico dell’Europa: Berlino, con le sue voci, la sua essenza, il suo gelo invernale e i suoi locali”. […] all’inizio del libro troviamo il nostro ragazzo dal cuore spezzato che, subito dopo aver letto il libro Un uomo solo di Christopher Isherwood prende la decisione di partire. […] “Uno dei motivi principali per voler vivere a Berlino era che un giorno un anziano parente mi aveva messo in guardia su questa città, dicendo che era il posto più volgare mai esistito dai tempi di Sodoma. Una città straordinariamente viziosa, anche se civile e rispettabile, dove persino la vita notturna ha una simpatica, domestica giovialità e dove i film sono i migliori d’Europa”. […] “Nel giro di qualche settimana dilapidai i miei risparmi e comprai un biglietto aereo. Atterrai una sera d’ottobre, ragionevolmente sicuro di essere sbarcato su Plutone“. E così ha fatto. Con tutti gli annessi e connessi della situazione. La storia però, poi, prende una doppia strada, da un lato seguiamo le vicende del nostro protagonista con i suoi giri, i suoi incontri e le difficoltà a “gestire” le parti divise della città; dall’altra entriamo in un mondo parallelo formato da tutti gli intellettuali che a inizio secolo campeggiavano in Città spinti dallo stesso ardente desiderio di conoscere, di viziarsi, di ingigantirsi culturalmente e magari di produrre qualcosa che valeva la pena essere pubblicato. […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Risvolto della prima di sovracoperta. (part.), 1

Sul Flickr di FN potete trovare tante altre fotografie de Le voci di Berlino, di Mario Fortunato

(Chi ha pagato il libro? FN, comprato, gli par di ricordare, alla libreria Coop di Torino)

Stephen Spender / UN MONDO NEL MONDO. Barbés 2009. (Recensione di Vito De Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 15 aprile 2013

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 3

Un mondo nel mondo
, di Stephen Spender fu pubblicato in Italia nel 1954 da Bompiani nella versione di Francesco Santoliquido; poi nel 1992 Il Mulino pubblicò la versione di Maria Luisa Bassi, col sottotitolo ricordi di poesia e politica 1928-1939. Nel 2009 Barbés la ripubblicò. FN nell’occasione pubblicò una nota di Camilla Valletti. Ora, a distanza di 3 anni, ecco la Recensione.

(Ma prima:

una grande questione che gira parlando di blog che si occupano di libri è: fanno vendere più libri? O meglio: fanno vendere di più quel libro del quale il blog si è occupato?

Qui su FN si pensa che sia una questione che interessi soltanto le case editrici, e che non dovrebbe in nulla interessare chi fa i blog; salvo questi non fossero pagati dalle case editrici, o dagli autori, o dalle cartiere o dai distributori, o dalle librerie o da chi in generale guadagna dalla vendita dei libri.

I libri -dicono le case editrici- stanno sui banconi lo spazio d’un mattino, quindi o tu blogger riesci a parlarne all’inizio di quel mattino, oppure sei zero.

FN se ne frega. Il tentativo qui è attraverso voci diverse, di dare conto di titoli che vengono ritenuti importanti e che se arriviamo a parlarne alla sera, molto lontani da quel mattino: pazienza. I tempi del ragionamento, della lettura, della scrittura, non sono quelli che piacerebbero alle grandi case editrici e compagnia. Pazienza.

Qui poi Recensiamo un libro molto bello, molto interessante, uscito quattro anni fa, da una casa editrice che nel frattempo ha pure cessato di esistere.
Per questo non dovremmo parlarne? No.

Nell’occasione FN dà il benvenuto a Vito De Biasi, che con questa Recensione inizia la sua collaborazione con FN: Evviva!)

(per aggiungere tempi differiti a tempi differiti, le illustrazioni di questo post non sono, come di consueto, fotografie dell’edizione più recente, ma di quella precedente: Il Mulino, 1992)

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Dorso di sovracoperta (part.), 1

Un mondo nel mondo

(World Within World. The Autobiography of Stephen Spender)
Stephen Spender

traduzione di Maria Luisa Bassi
prefazione di Matthew Spender
sovracoperta di Alberto Bernini

300 p.; brossura
Barbés -Intersections, Firenze 2009

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 1

“Spender è un sentimentale”. La sentenza di Giorgio Manganelli, nelle sue note sulla poesia di Stephen Spender, è di quelle senza appello. Quella “intemerata onestà, francamente melodrammatica” che lo scrittore italiano trovava nei versi del poeta inglese si presenta anche, con un misto di coraggio e prudenza, nella sua autobiografia, Un mondo nel mondo, pubblicata in Inghilterra nel 1951.

La sua ultima edizione italiana, del 2009, è quella di Barbès, che ha poi proseguito con l’indagine su Stephen e il suo mondo (per parafrasare il titolo dell’autobiografia di Isherwood) con la recente pubblicazione dei Diari di Sintra, avventura emotiva e civile del gruppo dei cosiddetti scrittori degli anni Trenta (Auden, Isherwood, Spender).

A differenza della polifonia di quei diari collettivi, Un mondo nel mondo è, come ogni autobiografia, a una sola voce, e, come ogni racconto da sé e su di sé, un intrigo dove è difficile separare il vero dalla fiction, la “intemerata onestà” dalla prudente omissione. D’altronde, al di là della pura aneddotica, fin troppo vicina allo spiare da un buco della serratura privilegiato, indicatoci dallo stesso spiato, ciò che è principale motivo di appassionamento in un’autobiografia è proprio questo: mettere alla prova il testo con altri che lo contraddicano, che ci discutano, fino a rivelarne la natura di fiction, tanto quanto un romanzo.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pagina dell'occhiello (part.), 1

Spender, come racconta il figlio Matthew nella puntuale prefazione, scrive questa autobiografia all’inizio degli anni ’50, e racconta con naturalezza di relazioni anche omosessuali, in un tempo in cui erano ancora considerate un reato (la legge inglese avrebbe depenalizzato l’omosessualità soltanto nel 1967).
Oltre al coraggio di questa scelta, dobbiamo segnalare una circostanza interessante: l’autore comincia a scrivere la sua storia a soli 38 anni, età prematura per un’autobiografia. Chi di noi è pronto a tirare le somme a quell’età? L’urgenza di scrivere, di testimoniare, sembra più storica che personale, più ansiosa di trovare le radici del presente in un passato vissuto sulla propria pelle.

In piena Guerra fredda, Stephen Spender decide dunque di rievocare la contrapposizione tra fascismo e repubblicanesimo durante la Guerra civile spagnola del 1936, l’avventura di chi, come lui, si scoprì antifascista pur rifiutando il comunismo stalinista. Oltre al coraggio di raccontare amori omosessuali in epoca di clandestinità, il merito non trascurabile di questo resoconto è anche quello di descrivere una posizione intellettuale maturata durante una lotta fratricida, che avrebbe deciso i destini dell’Europa degli anni ’40. Una posizione critica, che non cede ai manicheismi da Guerra fredda che hanno limitato il pensiero di molti pensatori dell’epoca: “Io non scelgo l’America o la Russia, io le giudico”, dove nei corsivi dell’autore è segnata nettamente una differenza tra intellettuali organici e intellettuali tout court.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Frontespizio (part.), 1

Al di là della ricostruzione di un clima politico e culturale, che è la parte che oggi ci arriva in maniera più sbiadita, necessariamente datata, è il racconto delle emozioni a costituire il nucleo critico dell’autobiografia, di qualunque autobiografia. È nel rendiconto delle proprie relazioni sentimentali che meglio si esprime il conflitto tra presunta sincerità davanti al lettore e protezione di sé. In breve, se Spender è anche troppo sincero, in senso manganelliano, quando parla delle sue idee, delle sue amicizie, dei suoi viaggi, quando parla d’amore, forse, mente.

Sgombriamo il campo da un equivoco, la menzogna è qui intesa come l’unica realtà possibile all’interno della letteratura, soprattutto se si parla di sentimenti viscerali come l’amore, per il quale la sincerità è un metro di giudizio nullo, semplicemente perché è inapplicabile. Amore e menzogna, in letteratura, sono le uniche due grandezze comparabili.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 23 (part.), 1

Nel 1933, Stephen Spender incontra Tony Hyndman, un gallese dai capelli biondi appartenente alla classe operaia, bello e vivace, che sopperisce alla mancanza di mezzi con un fascino che attrarrà lo scrittore.
Tony, che conosciamo dai Diari di Sintra, nelle memorie di Spender diventa “Jimmy Younger”. Probabilmente per proteggerlo da uno scandalo all’epoca dell’uscita del libro, Spender dà un nome falso al suo amore sincero, nonostante dichiari “Io do all’eroe e ai personaggi i loro veri nomi e attributi”.
Perché Tony è l’unico ad avere un nome falso in tutto il racconto? Che cosa ci dice che la sincerità non sia venuta meno anche su qualche altro aspetto? Un’altra importante omissione nel racconto di una vita è proprio l’anno trascorso a Sintra, in Portogallo, dove Spender e Hyndman si rifugeranno con Isherwood, il suo amante, e altri amici, nel tentativo di costruire una Utopia dove vivere per sempre (ci resteranno meno di un anno).

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 2 delle tavole fuori testo (part.), 1

Fuori dal racconto, ma legato a questo, c’è poi la causa intentata da Spender contro David Leavitt, che aveva “plagiato” un episodio della vita di Stephen per scriverci un intero romanzo, Mentre l’Inghilterra dorme, dove si racconta qualcosa che Un mondo nel mondo riferisce invece in maniera ambigua: Jimmy decide di partecipare alla Guerra civile spagnola a sostegno delle truppe repubblicane, dopo la delusione della storia d’amore fallita con Spender. Imprigionato con l’accusa di aver disertato, il ragazzo rischia di essere giustiziato, e per questo Spender, nonostante nel frattempo si sia legato a una donna, parte per la Spagna come corrispondente. Se il motivo sia per aiutare Jimmy a evitare un processo e una eventuale sentenza, o per partecipare attivamente alla guerra, non è dato sapere.

Probabilmente, Spender è sincero dove conta, quando si tratta della sua storia d’amore con Hyndman: “le differenze di classe e interessi tra Jimmy e me fornivano un elemento di mistero, che ammontava quasi a una differenza di sesso. Ero innamorato, per così dire, del suo retroterra sociale, del suo servizio militare, della sua famiglia operaia. Niente mi commuoveva come sentirlo raccontare storie di strada di Cardiff”, con buona pace di chi crede che l’amore sia un sentimento che nasce e resta puro, libero da ideologie personali e sociali.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 3 delle tavole fuori testo (part.), 1

Al piccolo inferno della coppia omosessuale, che Spender vive oscillando tra senso di colpa e senso di costrizione, non corrisponde l’inferno della coppia eterosessuale.
Nel racconto dei suoi due matrimoni, Spender è molto più sereno, quasi idilliaco, di quanto non sia nei confronti di Jimmy o di altri incontrati prima e dopo. Il motivo di questa disparità di animo non è nella fedele descrizione delle circostanze, ma nella convinzione delle sue idee: la relazione con Jimmy sembra tormentata, mentre i due matrimoni, nonostante il primo termini con un divorzio, sembrano felici perché Spender è convinto di questo: affinché una relazione duri, tra due persone deve esserci un enigma permanente, cosa impossibile tra due uomini, resi troppo simili dal sesso.

Ancora una volta, non ci interessa cosa sia successo veramente, né come sia andata con il suo secondo matrimonio (cui pure Tony Hyndman fece da testimone), quello che importa è come la “sincerità” dell’autobiografo sia indirizzata secondo le opportunità, come atto dimostrativo di pensieri e convinzioni. È la candida omissione di verità, la sfumatura sulla finzione, che dovrebbe interessare un lettore che non si accontenti dell’aneddoto.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 5 delle tavole fuori testo (part.), 1

Mettendo a nudo con semplicità le sue debolezze, Spender eccelle in qualcosa che non è il racconto delle idee, né quello degli amori: è l’arte dell’incontro.
Da sempre l’autore è indicato come l’angolo in ombra di un triangolo illustre, quello formato con Christopher Isherwood, il Romanziere, e Wystan Hugh Auden, il Poeta.
E a Spender che regno resta, nel mondo della letteratura spartito dai grandi del suo tempo e della sua terra? Proprio l’autobiografia romanzata, una sensibilità pronunciata nel raccontare i caratteri, i dettagli prosaici che si riempiono di significato come nei grandi romanzi: i digiuni febbrili di Isherwood a Berlino, la voce acuta e lo “strabismo vigile” di Auden, i sigari, l’ironia divertita, i silenzi di Virginia Woolf, la cortesia da manicomio di Ezra Pound, Thomas Eliot che si aggiunge gli anni, la pancia prominente di Yeats alla fine della vita.

A interessare davvero, di Un mondo nel mondo, è “l’ideologia umanistica”, come la chiama Manganelli: quell’interesse per gli esseri umani eccezionali, talmente grandi da significare qualcosa di più di se stessi. Un interesse appassionato che fa di Spender un testimone eccellente, un cronista acuto cui forse manca il coraggio di fare un passo deciso verso la menzogna totale del romanzo. È lui stesso, quasi in chiusura di oltre 560 pagine di racconto, a scrivere: “rileggendo quanto ho scritto, mi chiedo se non avrei fatto meglio a scrivere la mia autobiografia in forma di romanzo”, cogliendo forse l’ironia di uno scacco: quello di volersi raccontare con sincerità.


(Vito De Biasi scrive per il web. Si interessa di arte, letteratura, cinema, moda. Ha scritto di arte contemporanea, fotografia e serie tv. Legge più che può)

(chi ha pagato il libro? La copia di Barbés sulla quale De Biasi ha condotto la sua Recensione è stata pagata dallo stesso De Biasi; la copia fotografata l’ha pagata FN)

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 2

Il Diario di Sintra è stato recensito per FN da Federico Boccaccini

Qui la Segnalazione, con molti link
Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Sovracoperta, recto (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di sovracoperta, dorso, prima di sovracop. (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di sovracoperta (part.), 2Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di copertina, dorso, p. di cop. (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Dorso e prima di sovracoperta (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Risvolto della quarta di sovracoperta (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Colophon (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. incipit (part.), 1

Luca Scarlini, LA SINDROME DI MICHAEL JACKSON / Bompiani 2012. Segnalazioni

Posted in segnalazioni by federico novaro on 3 ottobre 2012

È in libreria

La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traumi
di Luca Scarlini

collana a cura di Antonio Scurati
copertina di Paola Bertuzzi
progetto grafico di Polystudio

129 p. ; cartaceo: 10,90 €
Bompiani -Agone/10, Milano 2012

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Copertina (part.), 1

Luca Scarlini è nato nel 1966, e il suo curriculum, scaricabile dal sito LucaScarlini.it (purtroppo non aggiornato, si ferma al 2008), basterebbe per riempire 5 o 6 curriculum di molti suoi più mediaticamente vezzosi colleghi di generazione: oltre a una cinquantina di titoli tradotti dall’inglese e dal francese (fra i tanti, Gore Vidal, L’età dell’oro, Fazi, 2000; Philip Ridley, Narciso Forbicini, per il Festival Andersen, 2005; Henry de Montherlant, Malatesta, Rimini, Raffaelli, 1993), il curriculum elenca una ventina di testi teatrali, e nove saggi.

Dal 2008 ibs segnala a nome Luca Scarlini: 3 titoli per il 2012, 3 per il 2011, 2 per il 2010, 1 per il 2009.

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Quarta di copertina (part.), 2

Sempre dal suo sito si scarica una breve biografia:

Luca Scarlini, saggista, drammaturgo, storyteller in scena, spesso insieme a cantanti, attori e anche in veste di interprete. Insegna all’Accademia di Brera e in altre istituzioni italiane e straniere; collabora con numerosi teatri e festival in Italia e all’estero.  Collabora con Radio3 e ha scritto in molti contesti delle relazioni tra musica e società, intervenendo nei programmi di sala di vari teatri europei, curando anche rubriche per il Teatro Regio di Torino; suoi testi sono tradotti in numerose lingue. Tra i suoi libri: La musa inquietante (Cortina) Equivoci e miraggi (Rizzoli), D’Annunzio a Little Italy (Donzelli), Lustrini per il regno dei cieli (Bollati Boringhieri), scrive regolarmente su “Alias” del Manifesto e su “L’Indice dei Libri”.

Anche questa probabilmente non aggiornata.

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Copertina (part.), 4

Sul sito di MITO / Settembre musica, se ne trova un’altra:

Luca Scarlini è saggista, drammaturgo, storyteller.
Dopo aver insegnato all’Accademia di Brera e in altre istituzioni italiane e straniere, insegna attualmente presso lo IED di Milano e scrive per il Teatro Regio di Torino, così come per molte altre istituzioni teatrali e musicali in Italia e in Europa. In passato ha collaborato con Rai Radio3 e ha scritto, in diversi contesti, sulle relazioni tra musica e società.

Tra i suoi libri vanno ricordati: La musa inquietante (Cortina), Equivoci e miraggi (Rizzoli), D’Annunzio a Little Italy (Donzelli), Lustrini per il regno dei cieli (Bollati Boringhieri), che affronta il tema dei castrati dal punto di vista della società del tempo. Recentemente ha scritto Un paese in ginocchio (Guanda) e Sacre sfilate (Guanda).

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Copertina (part.), 2

Sul sito di Oblique, se ne trova un’altra, molto lunga e articolata.

Luca Scarlini è nato a Firenze nel 1966, si occupa di drammaturgia contemporanea e di letteratura comparata. Ha realizzato per Stampa Alternativa due Millelire dedicati alla Beat Generation (Beat City Blues e Abbasso i capelloni), ha curato la riedizione di La penultima moda di Alfredo Panzini (Raffaelli) e insieme a Fulvio Paloscia ha firmato Star Trash (Castelvecchi), Mode (Adn Kronos) e Il mondo dei fan club (Adn Kronos). Ampia la sua opera in campo teatrale: spicca in particolare la traduzione dall’inglese di Medea di Robinson Jeffers nella collana I greci nostri contemporanei, dedicata alle riscritture contemporanee della mitologia classica, da lui diretta per la casa editrice Aletheia di Firenze.

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Quarta di copertina (part.), 3

Come storico dello spettacolo, attività che svolge come professore free-lance in varie università europee (tra cui Ginevra), ha pubblicato Un altro giorno felice. La fortuna dell’opera teatrale di Samuel Beckett in Italia edito da Maschietto & Mugolino, Lo sguardo selvaggio: cinema e televisione di Samuel Beckett edito da Quaderni del Battello Ebbro, saggi su Alberto Arbasino e Primo Levi nella rivista-libro Riga edita da Marcos y Marcos. Ha curato l’edizione italiana di Tutto il teatro di Sarah Kane e di Pittura su legno di Ingmar Bergman, entrambi usciti per Einaudi. Ha tradotto in ambito teatrale Lazy Brien di Gregoty Motton, Possibilities di Howard Barker, Turisti e soldatini di Wole Soyinka e in collaborazione con Barbara Nativi Sparkleshark di Philip Ridley, After Juliet di Sharman Macdonald, L’esame di Andy Hamilton.

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Quarta di copertina (part.), 1

Si occupa inoltre dell’opera di Giorgio Manganelli di cui ha curato le edizioni di Il delitto rende ma non abbastanza (Comix), Solo il mio corpo è reale (Quaderni di Via del Vento), De America (Marcos y Marcos) e per Einaudi (Collezione di Teatro, di cui Scarlini è collaboratore stabile) la pubblicazione delle traduzioni di Manganelli di La Duchessa di Amalfi di John Webster e di Manfredi di George Gordon Byron; ha curato un’antologia degli scritti di spettacolo (recensioni e saggi) sempre di Manganelli intitolata Cerimonie e artifici uscita presso Oedipus, mentre è uscito di recente Il personaggio da Archinto che inaugura la collana di tutti i testi teatrali.

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Pagina dell'occhiello (part.), 1

Tra gli ultimi lavori, la traduzione di L’età dell’oro di Gore Vidal (Fazi, 2001), il volume Shakespeare & Shakespeare dedicato alle riscritture shakespeariane pubblicato da Marsilio, la traduzione di Sherlock Holmes e i tranelli della logica di Colin Bruce (Cortina) e i saggi La musa inquietante. Il computer nell’immaginario (Cortina) e Equivoci e miraggi, recentemente uscito da Rizzoli. Ha tradotto in inglese per Faber & Faber la pièce Noccioline di Fausto Paravidino pubblicato nel volume collettivo Connections.

Lavora per l’Archivio Contemporaneo del Gabinetto Vieusseux per cui ha curato, tra l’altro, la mostra sul Fondo teatrale Proclemer presentata al Teatro della Pergola di Firenze nel 1998 e quella sul Fondo Bucciolini presentata nel 1999.

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Frontespizio (part.), 1

Insegna tecniche narrative presso la Scuola Holden di Torino e collabora con numerose istituzioni teatrali italiane, tra cui il Festival Intercity di Sesto Fiorentino, la Biennale di Venezia e, all’estero, con il progetto Connections del National Theatre di Londra e con il Festival Lift. Collabora inoltre con il Teatro Stabile di Parma, il Festival della Letteratura di Mantova, TTV – Videoteatro di Riccione, Teatri 90, Ravenna Teatro, Link di Bologna, The British Council e il Teatro Regio di Torino. Scrive regolarmente su L’indice come recensore di libri di teatro e spettacolo.

Anche questa, temo, non aggiornata.

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. pag. 9 (part.), 1

(in coda alla bio di Oblique una serie di commenti degli studenti -Scarlini ha tenuto delle lezioni all’interno dei corsi di editoria ivi organizzati-, che copio [Oblique mi perdonerà tutto questo copia-incolla]:

Giudizi degli allievi

  1. Un pozzo di cultura senza fondo. La sua lezione è stata una delle più interessanti, divertenti, coinvolgenti;
  2. Quest’uomo è un genio, sa un sacco di cose, ma parla troppo velocemente! È davvero difficile riuscire a stargli dietro. Nei corsi futuri, secondo me, dovrebbe assolutamente ritornare, anché perché spesso chi è interessato all’editoria deve conoscere anche sommariamente il lavoro del traduttore, spesso sottovalutato;
  3. Oh Luca Scarlini! Scarlini è un poeta, un Dalì, un personaggio che ti ammalia e ti fa innamorare. Di Scarlini non posso che parlare bene;
  4. Bellissima e pratica la sua lezione;
  5. Ho faticato un po’ a seguire il suo ritmo ma poi ho apprezzato moltissimo la sua intelligenza e competenza (Carla);
  6. Lo ammiro per la sua cultura ma il suo modo di porsi è insopportabile;
  7. Colto, intelligente. Interessante la comparazione fra traduzioni diverse;
  8. Personaggio sui generis. Direi che la lezione ha avuto elementi utili ma molte digressioni.”

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Copertina, dorso (part.), 1

Una biografia di Luca Scarlini è anche su Doppiozero (lì Scarlini tiene una rubrica: Signore e signori):

Luca Scarlini, saggista, performer, drammaturgo, occasionalmente cantante. Tra i suoi ultimi libri Lustrini per il regno dei cieli (Bollati Boringhieri), Sacre sfilate (Guanda). lavora tra teatro e performance in Italia e in altri paesi, negli ultimi tempi in specie in Belgio.”

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Pagina dell'occhiello (part.), 1

Questo La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traumi, è il suo ultimo libro (oggi, mercoledì 3 ottobre 2012).

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. Quarta di copertina, dorso, copertina, dorso (part.), 1

Ne ha parlato Fulvio Paloscia per Repubblica:
“[…] Nel vivace immaginario del saggista, drammaturgo e storyteller fiorentino, forte del suo saper miscelare nozioni trasversali (come sempre nei suoi libri, anche qui si passa con disinvoltura dal cinema al romanzo alla psicanalisi) e ironia, Jackson diviene l’icona di tutto quanto c’è di positivo (poco) e di negativo (molto) nello sfruttamento del mito dell’infanzia all’interno della cultura pop.[…]”

Luca Scarlini, La sindrome di Michael Jackson. Bambini, prodigi, traum. Bompiani 2012. Copertina: Paola Bertuzzi; progetto grafico: Poljstudio. pagine non numerate in coda al testo (part.), 1

Una recensione di Luca Scarlini, pubblicata da L’Indice e poi su FN, fu scorsa da VADIeLOFO

Roland Barthes, La retorica antica. Bompiani 1985. (gay scanner)

Posted in copertine, gay scanner, letteratura francese by federico novaro on 22 aprile 2011

Djuna Barnes, Bosco di notte. Bompiani 1968

Posted in copertine, gay scanner, grafica editoriale, lesbian by federico novaro on 21 febbraio 2011
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