federico novaro libri

LE VOCI DI BERLINO di Mario Fortunato (Segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 11 aprile 2014

È in libreria
Le voci di Berlino
di Mario Fortunato

progetto grafico di Polystudio
copertina di Carla Moroni
alla copertina: Mark Weigel e Ute Maria Lerner [ma sul volume si indica “Lener”]
@ 2001 Hilde Wilms
al risolto della quarta di copertina: ritratto fotog. b/n dell’autore
@ Rino Bianchi

cartaceo, brossura con sovracoperta, 185 pag.: 17€
Bompiani, Milano 2014

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Prima di sovracoperta. (part.), 1

Innanzitutto la foto in copertina: loro, Mark Weigel e Ute Maria Lerner, sono due attori tedeschi, che in questa foto citano quella famosa -un po’ diversa, in realtà, e più bella, dei fratelli Erika e Klauss Mann, figli di Thomas, per il loro spettacolo, “Ruhe gibt es nicht, bis zum Schluss“, dove mettono in scena l’epistolario fra i due.

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Prima di sovracoperta. (part.), 2

Al colophon si legge: “Published by arrangement with Marco Vigevani Agenzia Letteraria”; sul sito dell’agenzia si trovano le prime recensioni, tratte da L’Espresso, che vede Fortunato fra i collaboratori, e dal Venerdì di Repubblica.

Paolo Mauri sul Venerdì:

“[…] In quegli anni [durante la Repubblica di Weimar, ndr.], prima del tracollo, due giovani scrittori inglesi, ambedue omosessuali, si trasferiscono a Berlino per vivere e per scrivere. Sono il poeta Wystan Auden e il romanziere Christopher Isherwood […] I caffè per omosessuali erano centotrenta e centosessanta i bordelli per soli uomini. […] per immergersi davvero in quell’atmosfera bisogna leggere Addio a Berlino di Isherwood […]. Mario Fortunato si guarda intorno per cercare le tracce di quel passato: ma troppe cose sono cambiate. […] Ecco allora prendere corpo l’idea di una riconquista delle varie epoche attraverso visi diverse che si intrecciano a quelle di Auden e Isherwood: quelle dei figli di Thomas Mann. […]”

Enrico Arosio su L’Espresso:

“[…] Non è facile determinare se in queste “Voci di Berlino” comandi la città o comandi lo scrittore. L’io narrante se ne va dopo il prologo […] il ricordo di una notte stralunata trascorsa a Berlino est in compagnia di un ragazzo appena conosciuto che lo ospitò dal buio sino all’alba. Subito dopo Fortunato esce di scena. […] Le voci [diverse a ogni capitolo, ndr.] si rincorrono lungo il Novecento un po’ a capriccio. […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Prima di sovracoperta. (part.), 4

Ne ha parlato anche La Stampa (sì, Bompiani è un marchio RCS -Rizzoli Corriere della Sera, del quale la famiglia Agnelli è importante azionista) (non è polemica tanto per fare. Il punto è che in Italia gli intrecci in editoria sono così soffocanti che non parlare degli amici sembra -sembra- impossibile): Mirella Serri:

“[…] a condurci in una suggestiva carrellata, in cui si alternano i ricordi personali dell’autore e la storia di questa straordinaria capitale, è Mario Fortunato ne Le voci di Berlino che ha avuto accesso al diario berlinese di Auden, a tutt’oggi inedito. Le voci che lo scrittore fa riemergere e porta alla luce sono quelle «di dentro», che vengono da cuore della città e narrano le avventure di chi proprio a Berlino ha impresso una svolta alla propria esistenza: dal muratore comunista Marinus van der Lubbe, incriminato per l’incendio del Reichstag e nel 1934 condannato a morte, ai figli di Thomas Mann, Erika e Klaus. Quest’ultimo, trasferitosi da Monaco, è pronto a immolare la propria vita su un altare di cocaina e di eroina, mentre la sorella fa giochi pericolosi: Erika, legata sentimentalmente a Pamela Wedekind, figlia del grande drammaturgo, convola a nozze con l’omosessuale Gustaf, prima comunista e poi nazista, a sua volta innamorato di Klaus. […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Prima di sovracoperta. (part.), 3

Su Vanity Fair ne ha scritto Elena Dallorso:
“[…] Mario Fortunato ne racconta le molte vite [di Berlino, ndr.] […] quando la città era considerata “il luogo più vizioso dai tempi di Sodoma”, che attirò immediatamente lo scrittore Christopher Isherwood (dal suo soggiorno berlinese nacque Cabaret, diventato il famosissimo film di Bob Fosse): 36 teatri, moltissimi cinema, 130 caffè per omosessuali e 170 bordelli per soli uomini, per dare i numeri di tanta vitale perversione. Lo fa cominciando dalla sua prima volta a Berlino, ancora città divisa in due: da una parte le luci dell’occidente, dall’altra la cupezza del settore orientale. E poi affida il racconto ad altre voci, come quelle di Erika e Klaus, i due figli di Thomas Mann, ma anche di Frank, omosessuale creativo in cerca d’aria, o di Gerd Schäfer, famoso attore della DDR e padre di Frank. […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Copertina. (part.), 1

Calabria on-web ha pubblicato una fluviale e molto interessante intervista a Fortunato, dove fra molte altre cose, parla anche de Le voci di Berlino:

“[…] Gli americani e gli inglesi, in particolare, hanno inventato il narrative non-fiction, ovvero il romanzo non romanzesco, una storia raccontata in maniera narrativa ma che non è finzione. Un mio libro appena uscito da Bompiani, “Le voci di Berlino”, è appunto narrative non-fiction, cioè una narrazione della città tedesca dagli anni Venti fino a oggi attraverso una serie di storie vere che io però tratto narrativamente. Io amo la letteratura, fin da ragazzo, è stata una via di salvezza per la mia vita. Ma non amo solo i romanzi […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Risvolto della quarta di sovracoperta. (part.), 2

Federico Caporali ne scrive su In Libera Uscita:

“[…] si tratta di una biografia nascosta sotto le mentite spoglie di un romanzo e racconta (inizialmente) la storia di un ragazzo poco più che ventenne, che, rimasto solo dopo la morte del compagno, decide di cominciare un nuovo inizio nell’unico posto dove la speranza di lenire il dolore è ancora viva. Un luogo pieno di cultura e di emozioni, una città dove camminare per strada ti libera l’anima, una capitale dove il cuore in pezzi ha la possibilità di guarire, una metropoli “che è stata il fulcro di una monarchia imbelle, di una repubblica litigiosa, di due dittature e infine diventata il centro politico dell’Europa: Berlino, con le sue voci, la sua essenza, il suo gelo invernale e i suoi locali”. […] all’inizio del libro troviamo il nostro ragazzo dal cuore spezzato che, subito dopo aver letto il libro Un uomo solo di Christopher Isherwood prende la decisione di partire. […] “Uno dei motivi principali per voler vivere a Berlino era che un giorno un anziano parente mi aveva messo in guardia su questa città, dicendo che era il posto più volgare mai esistito dai tempi di Sodoma. Una città straordinariamente viziosa, anche se civile e rispettabile, dove persino la vita notturna ha una simpatica, domestica giovialità e dove i film sono i migliori d’Europa”. […] “Nel giro di qualche settimana dilapidai i miei risparmi e comprai un biglietto aereo. Atterrai una sera d’ottobre, ragionevolmente sicuro di essere sbarcato su Plutone“. E così ha fatto. Con tutti gli annessi e connessi della situazione. La storia però, poi, prende una doppia strada, da un lato seguiamo le vicende del nostro protagonista con i suoi giri, i suoi incontri e le difficoltà a “gestire” le parti divise della città; dall’altra entriamo in un mondo parallelo formato da tutti gli intellettuali che a inizio secolo campeggiavano in Città spinti dallo stesso ardente desiderio di conoscere, di viziarsi, di ingigantirsi culturalmente e magari di produrre qualcosa che valeva la pena essere pubblicato. […]”

Mario Fortunato. Le voci di Berlino. Bompiani 2014. Progetto grafico: Polystudio; copertina: Carla Moroni; alla cop.: M. Weigel e U.M. Lene: @ H. Wilms; ritr. fotg. b/n dell'autore: @R. Bianchi. Risvolto della prima di sovracoperta. (part.), 1

Sul Flickr di FN potete trovare tante altre fotografie de Le voci di Berlino, di Mario Fortunato

(Chi ha pagato il libro? FN, comprato, gli par di ricordare, alla libreria Coop di Torino)

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Christopher Isherwood / ADDIO A BERLINO. Adelphi 2013. (Recensione di Vito de Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 13 settembre 2013

Addio a Berlino
di Christopher Isherwood

traduzione di Laura Noulian
[responsabilità grafica non indicata]

cartaceo, brossura, sovracoperta incollata al dorso con alette: 252 pag.; 18€
Adelphi, Fabula 257 -Milano 2013

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Frontespizio (part.), 1

“Il sole splende, e Hitler è il padrone di questa città”, si conclude così Addio a Berlino, di Christopher Isherwood, e sicuramente non stiamo rovinando la sorpresa a nessuno, visto che l’opera, appena ripubblicata da Adelphi, racconta degli anni immediatamente precedenti all’ascesa del nazismo, concepita dallo scrittore inglese durante un soggiorno nella capitale tedesca dal 1930 al 1933 e pubblicata per la prima volta nel 1939.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso (part.), 1

Addio a Berlino deve essere sembrata una sorta di opera profetica, o un instant book ante litteram, per un’Inghilterra sonnacchiosa che, assieme al resto d’Europa, si accorse tardi delle conseguenze dell’ascesa al potere di Hitler. La presenza di uno scrittore, un testimone straniero, nella Berlino della Repubblica morente di Weimar, ha sicuramente costituito un vantaggio per la comprensione del clima e della situazione della Germania del periodo, una possibilità che forse solo un corrispondente poteva avere. Il libro di Isherwood nasce proprio così, come un tentativo di fotografare la situazione civile e politica della Berlino dal ’30 al ’33 senza giudicare, semplicemente esponendo i fatti: “Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa” esordisce Christopher, narratore di se stesso. Vediamo se questo è possibile.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 4

Addio a Berlino è il residuo di un’opera concepita e mai scritta, una sorta di grande romanzo sulla capitale tedesca pre-hitleriana, che avrebbe dovuto intitolarsi The Lost (I perduti). È un diario, composto durante il lungo soggiorno nella città, tra continui traslochi in pensioni che toccano tutti i gradi dal discreto al fatiscente, incontri casuali o insignificanti, amicizie dominate dalla malinconia o dall’apatia, vagabondaggi in una città enorme (“otto volte più grande di Parigi”), soste in bettole, bar e locali di cabaret che si potrebbero riassumere tutti in quello in cui cantava Marlene Dietrich nell’Angelo azzurro. Su tutto, sul racconto minimo e frammentario tipico dei diari, domina un clima, un’atmosfera onnipresente e immutabile, che è la vera protagonista del romanzo: l’inquietudine per qualcosa che non si conosce ma sta arrivando, una malinconia metropolitana che attanaglia più i cittadini berlinesi che il forestiero, che ha sempre una via di fuga.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Copertina, taglio verticale. (part.), 1

Durante il suo soggiorno, Christopher incontra delle persone così rappresentative di ciascun tipo antropologico da sembrare frutto di pura invenzione: i miseri Nowak e i ricchi ebrei Landauer, proprietari di grandi magazzini, Fräulein Schroeder, una pensionante che interpreta perfettamente il tipico personaggio di contorno, sospeso tra malignità e pietismo, e una ragazza che sembra proprio l’Angelo azzurro: Sally Bowles, cantante e ballerina di cabaret, avventuriera, ricca ragazza perduta e personaggio letterario già compiuto. Liza Minnelli l’avrebbe incarnata poi nel film Cabaret, tratto da questo libro, e a convincerci della sua reale esistenza è Stephen Spender nei suoi diari, Un mondo nel mondo, dove racconta della convivenza con Isherwood a Berlino: “Mentre aspettavo, uno o due dei personaggi dei suoi romanzi ancora a venire schizzavano fuori da una delle stanze. Poteva essere Bobby, il barista… oppure appariva Sally Bowles, i vestiti in disordine, le grandi onici dei suoi occhi frangiate da ciglia come rigidi fili smaltati in un viso scolpito nell’avorio. Christopher viveva in questo appartamento circondato dai modelli per le sue creature”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica no3 indicata]. Cop. (part.), 1

Dunque Berlino era davvero così, maestosamente grigia e angosciante, attraversata dal filo elettrico di un’euforia della catastrofe, e anche Sally Bowles, che “dava del tu a tutti e chiamava tutti gioia”, proprio come le adorabili svampite dei film, e se ci sembra tutto così ben sceneggiato è perché è l’unico modo in cui un’esperienza così smisurata diventa raccontabile. Isherwood architetta un diario per trasmettere l’imponderabile, e cioè la testimonianza di un’intera epoca, di un momento cruciale impossibile da isolare e analizzare, e lo fa “riducendo” la Storia alla sua, alle passeggiate anonime nella metropoli, alle risse da bar che in realtà rappresentano la battaglia tra nazisti e comunisti. E lo fa soprattutto attraverso i suoi personaggi, come la giovane Natalia, figlia dei Landauer, alla quale Christopher dovrebbe insegnare l’inglese. Natalia è il simbolo di tutti i ricchi ebrei tedeschi, abbastanza consapevoli della situazione da sapere di dover scappare, un giorno. E così impara un’altra lingua, cercando di esercitarla attraverso la perduta arte della conversazione aristocratica, con risultati teneramente comici: “A lei piace Heine? Sia molto sincero, preko” (sic) e “Non capisce? Allora mi dispiace, non posso aiutarla”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. risvolto di copertina, verso della q. di cop., carta di guardia (part.), 1

Se Natalia è in un certo senso il futuro, l’individuo che potrà avere come sola patria i soldi, suo cugino Bernhard è il presente, appartiene alla Germania prussiana che scomparirà proprio con la fine del nazismo: “Credo nella disciplina per me, non necessariamente per gli altri. Tu, Christopher, che hai alle spalle secoli di libertà anglosassone e la Magna Charta scolpita nel cuore, non capisci che noi, poveri barbari, necessitiamo della rigidità di un’uniforme per stare dritti in piedi”. Il rapporto nevrotico e circospetto tra Christopher e Bernhard, la loro storia d’amore impossibile, sembra la stessa che Isherwood ha con Berlino, perché Bernhard, con la sua severità interrotta da brevi bizzarrie, è Berlino: “…questi palazzi affermano la nostra dignità di capitale: un Parlamento, un paio di musei, una banca di Stato, una cattedrale, un teatro dell’opera, una dozzina di ambasciate, un arco di trionfo. Nulla è stato dimenticato. E sono tutte costruzioni pomposissime, appropriatissime, a eccezione della cattedrale, la cui architettura rivela quel lampo di isteria che sempre balugina dietro ogni grave, grigia facciata prussiana”.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Dorso e taglio superiore (part.), 1

La dichiarazione iniziale, “Io sono una macchina fotografica”, è quindi solo un inganno, un intento impossibile, un pretesto per arrivare da tutt’altra parte, come il McGuffin di Hitchcock. Le note di Isherwood sono un romanzo, che del diario ha solo la forma. Come ha dichiarato Brian Finney nel suo saggio sullo scrittore: “la distinzione tra invenzione e autobiografia in Isherwood è piuttosto un problema di tecnica”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Risvolto di copertina, prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Al di là delle questioni interne alla letteratura, perché dovremmo leggere oggi Addio a Berlino, a parte la giusta politica delle riedizioni dei classici? Che cosa può raccontare, che decine di altri libri e film altrettanto belli non ci abbiano già detto di quel periodo? Leggere oggi un romanzo del genere potrebbe essere una pura reazione nostalgica, la risposta a un eventuale interesse per un dato periodo di una certa città, interesse totalmente arbitrario e legittimo, come quello che spinse David Bowie, molti anni dopo Isherwood, a trasferirsi lì per produrre gli album più belli della sua carriera. Il fascino di Weimar, l’ambiguità e la breve stagione di libertà sessuale che vi si respirava, sembra la stessa che Bowie rappresentava negli anni ’70. Non è per cercare qualche difficile e nascosta bellezza che Isherwood prima, e Bowie con Iggy Pop dopo, fuggirono nella capitale tedesca, in controtendenza rispetto al Grand Tour tipico tra i loro antenati. Se lo scrittore inglese dovette assistere all’avvento del nazismo, Bowie trovò invece la città del Muro, ancora lontana dalla meta del pellegrinaggio cool di oggi. Quello che Berlino potè offrire all’uno e all’altro era l’anonimato, la possibilità di perdersi in una città “un po’ triste, molto grande” come cantava Lucio Dalla, di essere, in definitiva, privilegiati perché stranieri. Chissà che cosa si saranno detti, Isherwood e Bowie, quando si incontrarono dietro le quinte di un concerto del Duca Bianco a Los Angeles, nel 1976. Ne resta una traccia soltanto nelle allusioni di Bowie nelle interviste, e in una secca nota dei Diari di Isherwood: “Assieme a David Hockney sono andato al Forum di Ingelwood a vedere David Bowie. Ho incontrato lui e sua moglie Angie dietro le quinte dopo la performance”.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Risvolto di cop., verso della cop., prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Christopher Isherwood scelse Berlino dopo il suo netto rifiuto dell’Inghilterra, del perbenismo, della tradizione troppo pesante, e dopo averla lasciata, passando per una bizzarra convivenza collettiva a Sintra, in Portogallo, insieme a Spender e ai loro amanti, si trasferì con Auden in California, per sempre. Il sole eterno, le ville, i colori da quadro di Hockney, sembrano una scelta d’evasione, dopo le tenebre di una città (e di un continente) sull’orlo del precipizio. Allo stesso modo, l’angoscia che permea Addio a Berlino si scioglierà soltanto nell’estate del 1945, celebrata e raccontata in Un uomo solo, scritto nel 1964 e ambientato proprio in California. Qui Christopher è George, è invecchiato, è, letteralmente, un altro, e il suo racconto della fine della guerra sembra il sequel di Addio a Berlino, uno sfogo gioioso e liberatorio: “Lì, nell’intimità assoluta del chiasso e della folla, tu e la tua marchetta vi urlavate le avances preliminari. Si poteva flirtare, ma non battersi, non c’era nemmeno lo spazio per mollare uno schiaffo. Per questo, bisognava uscire. Oh, le risse sanguinose e il vomito sul ciglio della strada! I pugni volavano, le teste si sfondavano contro i paraurti delle auto in sosta! Lesbiche enormi, molto più torve degli uomini, decidevano tutto a cazzotti… Ragazze che si precipitavano giù dai loro appartamenti per trascinare qualche splendido giovane ubriaco in pericolo su per le scale, fino alla salvezza e alla prima colazione, servita a letto l’indomani mattina come un miracolo di gioia”. Il legame tra questi due romanzi e con le altre opere (come l’autobiografia ufficiale, Christopher e il suo mondo), la scelta costante del racconto in prima persona, la continuità storica quasi programmata tra un romanzo e l’altro, ci suggeriscono che dovremmo prendere il lavoro di Isherwood sempre per intero: il viaggio nella storia di un single man che ha deciso di auto-eleggersi, a forza di scrittura, testimone e voce del suo tempo.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Quarta di copertina (part.), 1

(chi ha pagato il libro? Allora: FN dice che lui ne ha comprato due copie. Una prima dell’estate, per fotografarla, una dopo l’estate, per fotografarla, in quanto non solo non si ricordava più di averla già comprata, ma anche non si ricordava più di averla già fotografata. La copia su cui Vito de Biasi ha condotto la sua Recensione FN non si ricorda più se De Biasi già ce l’avesse -ma non si sa, nel caso chi l’avesse pagata, probabilemnte lui medesimo De Biasi- o se invece gliel’ha fatta arrivare FN -nel caso via Amazon. Dove FN abbia comprato le due copie che s’è comprato per fotografarle non una ma due volte: non si ricorda. Probabilmente una alla Libreria Mondadori a Torino e l’altra forse pure; non sa, non ricorda)

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso, copertina. (part.), 1

Scheda bibliografica:

queer / letteratura anglo-americana / prime edizioni italiane
Addio a Berlino, di Christopher Isherwood
1. ed. – Milano : Adelphi. – 22 x 14 cm. – (Fabula – 257)
Noulian, Laura (trad. di)
“in copertina: Rudolf Schlichter, Tingeltangel (1919-1920) Collezione privata. © Mondadori Portfolio / akg images”
brossura, sovracoperta in carta opaca incollata al dorso
© 1939 Christopher Isherwood
@ 2013 Adelphi Edizioni S. P. A., Milano
tit. orig.: Goodbye to Berlin

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata].Taglio superiore (part.), 1

La recensione de Un mondo nel mondo, di Stephen Spender (Barbés 2009), di Vito de Biasi

La recensione de Il diario di Sintra (Barbés 2012), di Federico Boccaccini

La Segnalazione dell’uscita di Addio a Berlino, con l’indicazione delle edizioni precedenti, a cura di FN

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Colophon (part.), 2

Christopher Isherwood, ADDIO A BERLINO / Adelphi 2013 (Segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 10 settembre 2013

È in libreria

Addio a Berlino
(Goodbye to Berlin)
di Christopher Isherwood

traduzione di Laura Noulian
[responsabilità grafica non indicata]

cartaceo, brossura, sovracoperta incollata al dorso con alette: 252 pag.; 18€
Adelphi, Fabula 257 -Milano 2013

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 1

Adelphi continua la meritoria -seppur un po’ lenta- pubblicazione dei titoli di Isherwood (i soli titoli tradotti in italiano sono a oggi una ventina; Adelphi ha cominciato a pubblicare Isherwood nel 2007 con Viaggio in una guerra -scritto insiema a Auden-; a ora ha pubblicato Un uomo solo, La violetta del Prater e questo Addio a Berlino; non so fare i calcoli, ma non so se vivrò abbastanza da vedere tutti i titoli di Isherwood ripubblicati da Adelphi -sempre ne abbia l’intenzione)

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 2

Pubblicato da Longanesi -La Gaja Scienza, 44; traduzione di Maria Martone- nel 1944, è uno dei titoli di Isherwood che in Italia è stato più reperibile (Isherwood in Italia è stato pubblicato poco e male e mai più di due-tre titoli sono stati disponibili contemporaneamente lungo i decenni), fu ristampato da Garzanti ventidue anni dopo, poi nella stessa traduzione nel 1975 e nell’86, nel ’94 e nel ’99: poi più niente sino a questa nuova traduzione di Laura Noulian.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 4

Ne ha scritto su La Recherche Giuliano Brenna:
“[…] Molti, immagino, conosceranno il bellissimo film di Bob Fosse, Cabaret, tratto a sua volta da un musical, che a sua volta è stato ispirato da questo libro di Isherwood del 1939, dove troviamo la famosa Sally Bowles, che per il grande schermo fu interpretata da una strepitosa Liza Minnelli.

[…]

che nel libro è più una strampalata diciottenne, che cerca di vivacchiare intrecciando rapporti con uomini facoltosi, che una cantante del Kit-Kat cabaret

[…]

Al di là dei tratteggi psicologici di un microcosmo, qual è l’entourage del protagonista, a colpire il lettore è l’atmosfera generale della città, che si fa via via più cupa, i cieli sembrano farsi grigi, le risate più sommesse, le voci abbassarsi come di fronte ad una grande paura. Ciò che infatti avviene, sullo sfondo del romanzo, è l’avvento del nazismo, con il suo bagaglio di orrore e morte che all’epoca non era palese ma non era difficile presentire.

[…]

L’addio a Berlino del titolo non è il saluto che il protagonista rivolge alla città nel momento di andarsene, è l’addio a quel che Berlino rappresentava in termini di libertà di costumi, di apertura mentale, di visioni avanzate e concilianti verso chiunque, Berlino rappresentava la libertà e tale libertà fu spazzata via brutalmente dal nazismo. Addio, quindi, a un simbolo, ad una luce moderna nel cuore di una Europa ancora ottocentesca […]”

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso (part.), 1

Ne ha scritto Giorgio Montefoschi su Il Corriere della sera, ora su Vento largo

“[…] Quando Hitler sarà al potere, ci penserà lui a dare una lezione a questi ebreacci»; in un caffè si svolge il seguente dialogo fra un ragazzo nazista e una ragazza: «Sì, lo so che vinceremo» dice il ragazzo ubriaco «ma non mi basta: deve scorrere il sangue» — lei gli carezza un braccio per rassicurarlo e gli dice: «Ma certo, caro, il sangue scorrerà eccome. Il capo l’ha promesso, è nel nostro programma»; nei locali si continua a ballare; gli uomini si travestono; la situazione si fa sempre più grave; il sofisticato omosessuale comproprietario dei Magazzini Landauer, collezionista di antiche statuette orientali, amante della musica dei Meistersinger, muore misteriosamente — come molti altri ebrei cominciano a morire misteriosamente — per «arresto cardiaco»…

[…]

Addio a Berlino, pubblicato nel 1939, prima che accadesse il finimondo, è uno dei romanzi più inquietanti del Novecento. Racconta la terribile incoscienza della Storia. In che modo gli esseri umani vanno incontro alle catastrofi della Storia. Ne fecero un music hall. E, dal music hall, Bob Fosse trasse un film di grande successo, Cabaret, interpretato da Liza Minelli: un film brioso, se è possibile dirlo, divertente. […]”

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Pagina del colophon (part.), 1

Ne ha scritto Irene Bignardi su Repubblica, ora reperibile su CinemaGay.it

“[…] Raccontò Isherwood nella prefazione all’edizione americana del 1954 che il suo progetto era di chiamare il libro The Lost, o Die Verlorene, per via dei suoi personaggi, anime perse alla deriva nella grande città, e di farne un melodramma alla Balzac. Ma troppi erano i personaggi perché riuscisse a inserirli bene nell’arazzo di un romanzo. […]”

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Ne ha scritto Roberto Nugnes su Flanerì

“[…] Isherwood racconta con lucidità le persone e i cambiamenti sociali che la Germania, e tutta l’Europa, stavano vivendo in quegli anni. Con grande ironia e perspicacia, lo scrittore si sofferma soprattutto su come il popolo medio si sia pian piano assuefatto all’avanzata nazista, giudicata in un primo momento con superficialità, paragonata a poco meno che a manifestazioni folkloristiche, analizzando e riscontrando una certa riprovevole e pericolosa imparzialità. E colui che è imparziale durante uno scontro, quasi sempre, alla fine, parteggerà per il vincitore, il sopravvissuto, che sia esso angelo o demonio. Meglio vivo che sopraffatto devono aver pensato in tanti in quel momento, dopo che di punto in bianco, la marcetta di giovani fanatici in uniforme, con svastiche in bella mostra, divenne qualcosa di diabolico e irreversibile.

Isherwood punta il dito verso coloro che sono stati silenti spettatori, quasi divertiti, di ciò che in molti ritenevano nient’altro che una pagliacciata, e da grande intellettuale previene, annuncia. L’autore quindi conclude che un tempo allegro, fatto di cabaret, caffè e risate sguaiate, e musica, e fumo, e alcol, e pensieri, sta giungendo al termine. […]”

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Copertina, risvolto della cop. (part.), 1

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Risvolto della q. di cop, q. di cop. (part.), 1

Come sempre a Adelphi piace pensare che il libro che avete in mano nasca al mondo per la prima volta. Niente di inesatto nel colophon, ma questo porre due punti, fra Isherwood che lo scrive nel ’39 e Adelphi che -ooooh quanto meritoria- lo pubblica nel 2013 a me pare un po’ meschino. C’è qualcosa di divertente nel constatare che un tempo si sarebbe considerato un buon veicolo pubblicitario dire “nuova traduzione”, ma no: l’Adelphi costruisce il vuoto intorno ai libri, come fece il fascismo col Colosseo. L’unico spazio possibile, l’unico luogo dove possono porsi delle relazioni, dei rimandi, delle corrispondenze, è fra i libri dello stesso marchio, coerentemente con ciò che ben spiega Roberto Calasso nel suo ultimo libro, L’impronta dell’editore, Adelphi 2013.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Colophon (part.), 1

Joseph Hansen, ATTO DI MORTE / elliot 2012. (segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 7 settembre 2012

È in libreria

Atto di morte
(Death Clains)
di Joseph Hansen

traduzione di Manuela Francescon
cover design & illustration: IFIX

190 p. ; cartaceo, 15€
elliot edizioni -Raggi gialli, Castel Gandolfo (RM), 2012

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Copertina (part.), 1

Secondo, della serie in dodici volumi “The Dave Brandstetter Mysteries”, dopo Scomparso, pubblicato, sempre da elliot, all’inizio del 2012.

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Risvolto della quarta di copertina (part.), 2

Emanuela d’Alessio lo ha recensito in Via dei serpenti:

“[…]

Sono molteplici gli attori chiamati in causa da Hansen in questo Atto di morte, il secondo dei dodici romanzi dedicati a Dave Brandstetter. Un figlio devoto, Peter Oats, con la passione per il teatro, scomparso dopo l’incidente e beneficiario dell’assicurazione sulla vita stipulata dal padre; una ex moglie meno devota, Eve, irrigidita dal rancore e dall’alcool, «le rughe la segnavano come una finestra di una casa di campagna una mattina d’inverno»; un socio in affari, Charles Norwood, dal sorriso dolente e la voce profonda sebbene avesse «un che di zitellesco»; una celebrità della televisione, l’attore Wade Choran, bello e statuario, «probabilmente c’erano al mondo uomini più attraenti, Dave non li aveva visti», e altri ancora, fugaci comparse ma tutti legati da un sottile intreccio che li colloca a turno sul banco dei colpevoli, dei complici e degli innocenti.

[…]

Nota sull’autore
Nato nel 1923 inSouth Dakota, è stato un poeta e scrittore, conosciuto soprattutto grazie alla serie dedicata all’investigatore privato Dave Brandstetter. Nel 1970, anno di pubblicazione del romanzo Scomparso, Joseph Hansen partecipò alla realizzazione del primo Gay Pride a Hollywood. Insieme a Tennessee Williams e Christopher Isherwood, fu uno dei pochi scrittori omosessuali a essere pubblicato negli Stati Uniti in quegli anni. Nel 1992 vinse il Premio alla carriera dell’associazione Private Eye Writers of America e il Lambda Literary Award for Gay Men’s Mystery della Lambda Literary Foundation. Hansen è morto nel 2004 per un attacco di cuore nella sua casa a Laguna Beach, California. […]”

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Risvolto di copertina (part.), 2

Su dieci righe dai libri sono disponibili in pdf i primi cinque capitoli

“Un nome appropriato, Arena Blanca. La sabbia che cingeva la piccola baia era di un biancore che feriva gli occhi. La spiaggia era delimitata da uno sparuto gruppo di strette case di legno, dai cornicioni alti e il tetto piatto. Sebbene ridipinte di fresco – giallo, blu, lavanda – erano squallide sotto il sole dell’inverno. Sopra i tetti i gabbiani fendevano un cielo che non era più allegro di un pezzo di denim nuovo. […]”

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Quarta di copertina (part.), 2

Marilina Piccone ne parla in Stradanove:

“[…] Se già si è letto il primo, Scomparso,[…] è impossibile aver dimenticato Dave Brandstetter, il gentile investigatore omosessuale il cui padre – ironia della sorte famigliare – si è sposato nove volte. Anche in Atto di morte Joseph Hansen intreccia con discrezione ed equilibrio le vicende di due uomini molto diversi- l’investigatore gay e il bibliofilo che alla fin fine è stato assassinato e tocca a Dave scoprire da chi e perché.

[…]”

I libri “d’epoca”, come possono essere quelli di Joseph Hansen, hanno un fascino particolare: ci portano indietro nel tempo, ci fanno rivivere emozioni, sentimenti, problemi che credevamo avere dimenticato, rallentano il passo delle nostre vite seguendo delle indagini meno concitate, meno supportate dalla tecnologia imprescindibile nella letteratura di genere dei nostri giorni. […]”

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Copertina (part.), 2 Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Copertina (part.), 3 Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Copertina (part.), 4

(chi ha pagato il libro? FN dice: -non me lo ricordo. Ricordo di averne comprato su amazon una copia affinché la recapitassero a Federico Boccaccini perché lo potesse recensire, ma non ricordo se la copia che ho fotografato l’abbia comprata io, e dove, o se invece me l’abbia mandata in gentile omaggio la casa editrice elliot. Che dire -aggiunge- invecchio-)

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Quarta di copertina (part.), 1

Il diario di Sintra, di AUDEN, ISHERWOOD, SPENDER / Barbès 2012. (Recensione di Federico Boccaccini)

Posted in recensioni by federico novaro on 18 luglio 2012

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. Dorso

Il diario di Sintra
a cura di Matthew Spender
cura e traduzione dell’edizione italiana di Luca Scarlini

testi di W. H. Auden, Brian Howard, Tony Hyndman, Christopher Isherwood, Humphrey Spender, Stephen Spender, James Stern

[responsabilità grafica non indicata]

267 p., ill., b/n ; cartaceo, 16 €
Barbès -[Intersection], Firenze 2012

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. frontespizio (part.), 1

Tratti da una diaspora, di Federico Boccaccini

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Molti anni fa, in una intervista Michel Foucault osservò che riflettere sull’omosessualità è un atto che non si esaurisce nel domandarsi cosa essa sia o non sia, come nel volerne fissare una natura, piuttosto significa porsi di fronte alla propria vita cercando di capire come la si vuole vivere.
Nel primo caso si cerca la definizione di un oggetto, nel secondo, invece, si rivela il senso di una esperienza morale. L’esperienza di una forma di vita diversa dalle altre, con le sue regole, i suoi sotterranei conflitti, la sua etica dell’amore e dell’amicizia. Le pagine del Diario di Sintra testimoniano in limine questa esperienza.
Ma testimoniano anche la ricerca di una homeland. All’osservazione ricca di conseguenze del filosofo francese si potrebbe aggiungere in nota che, per gli indesiderati del mondo, il come vivere molto spesso ha coinciso con il problema del dove vivere.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop.

Tra il dicembre del 1935 e l’agosto del 1936 Stephen Spender, Christopher Isherwood e i loro rispettivi compagni, Tony Hyndman e Heinz Neddermayer, vissero insieme sotto lo stesso tetto a Sintra, in Portogallo.
Saranno accolti nel paese lusitano da un’altra coppia in fuga dalla marginalizzazione, Toni Altman e Brian Howard, raggiunti in seguito prima da Humphrey Spender, fratello di Stephen, e poi da Wystan H. Auden, in marzo, dopo la partenza di Spender e Tony.
Per circa un paio di mesi –dall’inizio del loro viaggio dal porto di Anversa il 12 dicembre 1935 al 5 febbraio 1936- il gruppo dei quattro terrà un diario comune di questa convivenza.
Per anni si è parlato di questo diario il cui originale rimase tra le carte di Isherwood. Finalmente, viene pubblicato in anteprima mondiale nell’edizione italiana da Barbès Editore, Il diario di Sintra, a cura di Matthew Spender, figlio di Stephen, con traduzione e cura di L. Scarlini.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. q. di cop. (part.), 1

Davvero un’occasione editoriale importante, soprattutto per la bella curatela che ha arricchito e completato le pagine del diario con materiali epistolari e pagine estrapolate dai diari personali dei protagonisti, fornendoci un effetto prospettico caleidoscopico, capace di far maggiore chiarezza su alcune vicende e permettendoci così di seguire il dipanarsi delle loro vite fino al mese di agosto, tantoché il diario comune, atteso per tutto questo tempo, risulta infine la parte meno interessante poiché nessuno dei protagonisti può scrivere apertamente ciò che pensa e sente.

Curioso includere il nome di Auden tra gli autori, quando in realtà non ha mai scritto una sola riga del diario, e del quale è riportata una sola breve lettera. Si ha l’impressione che si voglia vendere più un’idea che un libro, e in questo caso la bella copertina e l’immancabile fascetta risultano un po’ ingannevoli anche se attirano certamente di più.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 4

A dispetto di quanto si possa supporre, Il diario di Sintra non appartiene alla letteratura di viaggio ma alla letteratura civile.
Il vino di Madeira, il tè con vecchie signore inglesi che cercano di leggere l’aura dei loro ospiti, i tarocchi, il costo delle domestiche, il porto con i biscotti, le mattonelle di ceramica azzurre, una casetta di legno per i conigli, galline che scorrazzano in giardino, le coste con il mare che arriva violento sulla spiaggia, le colline di terra rossa che corrono verso Sisimbra, i villaggi di pescatori con fila di barche; le pagine del diario descrivono tutto questo, certo.
Ma soprattutto descrivono la ricerca di una casa dove vivere mentre l’Europa corre verso l’abisso. Descrivono una diaspora dell’affetto.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Si intersecano tra queste pagine due assi di lettura di eguale importanza, l’uno contenuto nel diario comune e che affiora dal materiale privato, l’altro invece dobbiamo aggiungerlo noi attraverso gli strumenti della critica affinati dalle riflessioni contemporanee post-coloniali e sul gender, capaci nello specifico di riconcettualizzare il tema della sessualità umana da un punto di vista geopolitico.
Se riflettiamo su quanti scrittori sono migrati dalla periferia al centro, dalla campagna alla città, dal Sud al Nord, da una nazione ad un’altra per poter vivere, scrivere, amare, ecco che siamo costretti a pensare che il luogo geografico sia stato per loro importante tanto quanto il foglio su cui scrivere e che forse tanta letteratura non sarebbe mai nata se non a causa di questo sradicamento e di questa delocalizzazione forzata.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Non mi sembra che i critici facciano molta attenzione a questo elemento che tuttavia appare costante pur nel variare delle lingue. Si dovrebbe accettare allora l’idea che la categoria “letteratura della diaspora” non classifichi solo quella scritta in una lingua meticcia che rappresenta una dispersione geografica, poiché la dispersione dei membri di una comunità in diversi paesi riguarda anche culture che non hanno costruito una identità intorno ad una lingua, bensì intorno ad un’altra esperienza morale della vita.
Questo è il caso davvero peculiare –e forse ne è uno dei suoi tratti più costitutivi- della cultura omosessuale e della parola che la rappresenta. Bisognerebbe dunque estendere il concetto di “diaspora” in letteratura.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Certo, parlare di letteratura gay significa porre la questione se esista una letteratura senza una lingua. Ma significa anche riconsiderare il rapporto tra la parola e l’immaginazione del poeta. Immaginare vite diverse è ciò che permette di scriverne, in quale lingua è questione successiva. Per questa ragione questa opera è prima di tutto letteratura civile, poi semmai di viaggio.
Racconta un episodio di questa diaspora non del sangue ma dell’affetto, di una comunità umana che non ha mai avuto una terra d’origine a cui far ritorno, semmai un luogo da immaginare solo somewhere over the rainbow.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 1 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 2 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 3

L’altro asse di lettura si manifesta maggiormente nei diari privati. Parla sottovoce della disparità tra amante e amato, emerge a tratti nelle loro giornate e rende l’aria elettrica. Isherwood annota il 2 marzo nel suo diario privato di voler cercare di “scrivere della depressione che mi ha preso dalla scorsa settimana […] Che è successo? Beh, solo questo: Stephen e Tony partono da Sintra a metà mese: vanno in Spagna, Grecia, Austria. Tutto in modo molto amichevole e ne siamo contenti, ma ovviamente sappiamo tutti che il nostro tentativo di vivere insieme è stato un fiasco completo”.
Qualcosa ha turbato il ménage, la ricerca dell’Eden ha rivelato la sua fragilità.

Nella sua preziosa introduzione –che avrebbe meritato meno refusi-, Matthew Spender osserva acutamente che la tensione tra le due coppie è dovuta ad una difficile stabilità degli affetti e, rievocando dei toccanti versi di Auden (‘Se uguale affetto non possiamo avere / fa che sia io a provare più amore’), sottolinea come la parola chiave in questa forma d’esperienza sia ‘uguale’.

“Ogni tipo di uguaglianza tra due persone che vivono insieme è problematica, ma nel caso di due dello stesso sesso, la richiesta è particolarmente difficile, perché non c’è in ballo la differenza tra maschile e femminile. Nell’assenza di una polarità di gender, tutto ha bisogno di essere ridefinito. Classe, cultura, uso del linguaggio, gusto in letteratura, in cucina o nell’abbigliamento: tutto ha bisogno di negoziazioni. E la lotta per l’uguaglianza fornirà sempre la qualità dell’affetto”.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. incipit (part.), 1

Questa considerazione del curatore riassume perfettamente la situazione emotiva a Sintra. Tony e Heinz sono più giovani, sono di una classe sociale inferiore, sono intellettualmente e economicamente più poveri. Tony è gallese, Heinz tedesco e non parla inglese. Spender e Isherwood sono amici, sono scrittori, il primo ha studiato ad Oxford con Auden, il secondo a Cambridge. Come tutta la loro generazione, vedono la scrittura come impegno politico e vogliono scrollarsi via di dosso la loro formazione borghese, la englishness dei loro padri. Entrambi percepiscono il pericolo hitleriano, entrambi non pensano che il comunismo sia la risposta adeguata ai mali del mondo. Perché allora non è stato possibile vivere insieme?

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Il 3 gennaio Isherwood confessa nel suo diario privato che i suoi giorni sono avvelenati dalla paura della guerra, “non posso più discutere apertamente con Stephen, perché siamo divisi tra noi dalla segreta conoscenza reciproca: se le cose si mettono male, lui vuole tornare in Inghilterra, io no.”
Se le cose si mettono male, entrambi sanno che persone vogliono essere. E come sappiamo le cose si metteranno male. Spender tornerà malinconicamente all’ordine, Isherwood partirà nuovamente, con Auden, alla ricerca ancora una volta di un’altra patria. Ma dentro questo conflitto d’ideali che sembra più una scommessa con se stessi se ne consuma un altro tra classe e sesso, uguaglianza e amore, forse il solo davvero politico e che, forse per questo, brucia di più.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Il rapporto tra Spender e Tony Hyndman è stato raccontato da Spender stesso in World Within World (1951) (Un mondo nel mondo, Barbès, 2009).
Ma immaginiamo un altro scenario.
Immaginiamo Maurice Hall e Alec Scudder, gli amanti del romanzo Maurice di E. M. Foster, fuggire dall’Inghilterra per vivere insieme a Sintra. Foster era amico e mentore del giovane Isherwood il quale aveva letto privatamente Maurice che, scritto nel 1913, fu pubblicato solo dopo la morte di Foster nel 1971, in un mondo che avrebbe iniziato ad accettare lo scandalo del risveglio felice tra due uomini, l’affetto tra due persone che metteva in pericolo le rigide regole vittoriane di distinzione tra classi che tanti romanzi hanno raccontato e accettato.
Come in un racconto di Foster, i due inglesi di buona famiglia amano due ragazzi di classe diversa. Eppure qui il finale è diverso, nessuno si allontana nella nebbia per raggiungere e vivere per sempre con il proprio amato. Se eguali non siamo per la società, lasciamo almeno che sia il nostro amore a renderci tali, sembra suggerire il finale scandaloso e perfetto di Maurice.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Eppure a Sintra i due scrittori non sembrano riuscire a dimenticare la differenza di classe. Tra socialismo e liberalismo, politica e poesia, Isherwood vuole tenere per sé Heinz perché ha paura che una donna possa portarglielo via, Spender al contrario vuole rendere indipendente Tony istruendolo. Ma entrambi non vogliono vedere i loro difetti perché amano tenerli con loro “come un cagnone buono accanto al fuoco”.
Tener con sé in questo modo il proprio amato vuol dire non dover pensare al sesso e potersi consacrare completamente alla scrittura ma, con una punta di dolore, si ammette anche il desiderio di possedere qualcuno che sentiamo inferiore. È probabile che entrambi lo sapessero e che entrambi detestassero vedere questa verità riflessa nell’altro.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

In trasparenza il Diario di Sintra evoca, senza parlarne, la ricerca antica e difficile dell’amicizia perfetta e del perfetto amore tra uomini. Eppure questo non sopravvive quando si vive errando, quando il proprio desiderio è straniero a se stesso, quando ogni mattina si deve fingere agli occhi degli altri di non essere altro che quattro amici in vacanza. Nella sua vita immaginaria Maurice ha capito chi voleva essere e quale vita voleva vivere, è riuscito là dove venti anni più tardi nelle loro vite reali Isherwood e Spender a Sintra hanno fallito, non aver capito che l’amore è arte e non natura.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 29 (part.), 1

Riassunto bibliografio:
Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop.

queer / letteratura inglese / prime edizioni italiane
Il diario di Sintra. Dicembre 1935 – Agosto 1936 / a cura di Matthew Spenmder
1. ed – Firenze : Barbés. – 267 p. ill. b/n, ritr. fotog. 21 x 14 cm. – (Intersection)
[il nome della collezione è desunto dal catalogo, non è presente sul volume]
Spender, Matthew (a cura di) ; Scarlini, Luca (edizione italiana a cura di) ; Scarlini, Luca (traduzione a cura di)
alla copertina: “Wystan Hugh Auden, Stephen Spender e Christopher Isherwood in una foto del 1929. (Probabilmente un autoscatto di Stephen Spender)”
brossura
©2012 Matthew Spender for Introduction and Notes
@2012 The Estate of Christopher Isherwood
©2012 The Estate of Stephen Spender
©2012 The Estate of Tony Hyndman
©2012 The Estate of Humphrey Spender
@2012 Barbès editore, per l’edizione italiana
tit. orig.: Sintra Diary

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 30 (part.), 1 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 134-135(part.), 1 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 238-239(part.), 1 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 207-208 (part.), 1

Federico Boccaccini ha recensito per FN, in ordine cronologico:

Michael Holroyd / LYTTON STRACHEY. ilSaggiatore 2011

Helen Humphreys / LA VERITÀ, SOLTANTO LA VERITÀ. Playground 2011

W. H. Auden / GRAZIE, NEBBIA. Adelphi 2011

Yukio Mishima / LA DECOMPOSIZIONE DELL’ANGELO. Feltrinelli 2012

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. dell'indice(part.), 1

Sul Flickr di FN potete trovare altre fotografie de Il Diario di Sintra

Tutte le recensioni di testi LGBTQ comparse qui le trovate belle ordinate su FN / Recensioni

Tutte le segnalazioni di testi LGBTQ comparse qui le trovate pure loro belle ordinate su FN / Segnalazioni

(chi ha pagato il libro: la copia qui ritratta in fotografia è un omaggio del curatore, Luca Scarlini, portato personalmente a FN in occasione dell’FN/PaperShop, tenutosi a Torino l’11 maggio 2012; la copia sulla quale Federico Boccaccini ha condotto la sue recensione è stata acquistata da FN su Amazon, affinchè gli venisse recapitata in terra belga, dove Federico Boccaccini attualmente risiede)

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. Quarta, dorso, cop. (part.)

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