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WITTGENSTEIN / a cura di Michael Nedo. Carocci 2013. (Recensione di Federico Boccaccini)

Posted in recensioni by federico novaro on 14 gennaio 2014

Federico Boccaccini recensisce

Wittgenstein. Una biografia per immagini
(Ludwig Wittgenstein. Ein biographisches Album)

a cura di Michael Nedo
traduzione di Arianna Bernardi e Marco Jacobsson
progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo
progetto grafico della sovracoperta di Falcinelli & Co.

cartaceo, rilegato con sovracoperta; 464 pag. ill. col.; 75€
Carocci editore -Sfere 84, Roma 2013

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Frontespizio (part.) 1

Elizabeth Anscombe, allieva e una degli esecutori testamentari di Wittgenstein, scrisse al suo primo biografo, Paul Engelmann, che “se, premendo un bottone, fosse stato possibile assicurare che la gente non si occupasse della sua vita privata, avrei premuto quel bottone”. Mai desiderio restò meno soddisfatto.

Ludwig Joseph Johann Wittgenstein nasce la sera del 26 aprile 1889 nella casa paterna a Vienna. Muore la mattina del 29 aprile 1951 a Cambridge, in casa del dottor Bevan. Nell’arco della sua vita, Herr Sinckel-Winckel – come lo chiamava Lytton Strachey -pubblicò un solo libro – il Tractatus Logico-Philosophicus (1921) -, fece il giardiniere e il maestro elementare, insegnò a Cambridge, costruì una piccola casa in Norvegia, dove rifugiarsi, e, nel frattempo, cambiò la filosofia del Novecento.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 17 (part.) 1

Confidò a Mrs Bevan prima di morire: “Dite loro che ho avuto una vita bellissima”. Wittgenstein. Una biografia per immagini è il racconto di questa vita.

Il libro è la traduzione italiana condotta sull’edizione originale a cura di Michael Nedo, Ludwig Wittgenstein. Ein biographischen Album, Beck, München, 2012. Il volume – la cui cura editoriale è davvero impeccabile – è diviso in tre parti: una sezione introduttiva, il corpo centrale che raccoglie immagini di persone e luoghi legati alla vita del filosofo austriaco e, infine, un’appendice con un’utile cronologia per contestualizzare le tante immagini, cui segue l’elenco delle varie fonti e i riferimenti iconografici utilizzati. La maggior parte del materiale proviene dal Wittgenstein Archive di Cambridge diretto dal curatore stesso del volume.

Le immagini sono accompagnate da testi scelti secondo un criterio contenutistico, non temporale, e sono spesso brevi citazioni tratte dalle opere di Wittgenstein stesso, altre da lettere ai o dei familiari, ricordi, diari, interviste agli amici.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 32 e 33 (part.) 1

È un oggetto molto bello da sfogliare. Lo si guarda però con distanza e con un certo imbarazzo. Si può desiderare di vedere la casa della zia di Proust a Illiers (Combray), o quella di Elvis a Graceland. Ma qual è il senso di una biografia per immagini di un filosofo? Perché questa operazione editoriale? Perché proprio Wittgenstein?

Si risponde facilmente osservando che lo studio della vita di un filosofo a volte aiuta la comprensione della sua opera. Certo. Esiste a questo scopo un genere letterario chiamato biografia intellettuale. Ne esistono diverse, anche su Wittgenstein. Lo scopo di questa biografia per immagini è, infatti, di “mostrare il legame tra la vita e l’opera di Wittgenstein”, poiché, come il curatore ritiene, ciò è “fondamentale per la comprensione della sua filosofia”. Il che però è come dire che si possa comprendere la teoria dell’atomismo logico guardando intensamente una foto di Russell.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 78 e 79 (part.) 1

Quest’oggetto non è una biografia intellettuale.  Non è uno studio accademico che presenta una tesi interpretativa sull’intera opera di un filosofo che fa leva su un dato biografico. Lo è stata ad esempio Wittgenstein (1973) di W. W. Bartley III, biografia fortemente discussa e criticata poiché sottolineava l’omosessualità di Wittgenstein e i suoi incontri notturni durante gli anni trenta nei giardini del Prater di Vienna. Scandalo. Lo sono state quelle di Engelmann, McGuinness, Malcolm, Rhees. Più discrete. Quella di Monk. La più completa. Ma non è questo il caso.

Qui siamo di fronte a un’operazione diversa, per certi versi più interessante. Si esce dalle pareti asfittiche del saggio accademico per entrare in una stanza dai colori pop piena di figurine. Così come ci sono gli archistar, ci sono, loro malgrado, i filostar. Perché comprare l’album della vita di un filosofo di cui molti non hanno mai letto una riga? Perché Herr Sinckel-Winckel è divenuto un personaggio della cultura popolare, di quelli le cui frasi e immagini finiscono stampate sulle magliette per giovani impegnati. Di quelli che tutti amano, che a tutti sono simpatici senza che se ne sappia bene il motivo. Probabilmente perché gli aneddoti sulla sua vita sono oggi più noti degli argomenti e le analisi contenute nella sua opera.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 146 e 147 (part.) 1

Vi sono due rischi in questa operazione. Il primo è esterno, di cui questo libro è effetto e non causa. Si rischia di trasformare l’opera di un pensatore – difficile e che richiede tempo per essere assorbita – in un prodotto di consumo. Il secondo, interno. Concerne precisamente l’accostamento immagine/testo, pensato, appunto, per una lettura veloce e senza impegno. Nonostante l’indiscutibile cura, resta che, per chi non conosce già molte delle persone ritratte, il riferimento è a volte solo allusivo. Se non sviante.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 174 (part.) 1

Se davvero si crede che la vita possa far comprendere l’opera, allora si dovrà ricordare che Francis Skinner, questo brillante studente di matematica ventitreenne, non fu solo un amico con cui condividere un appartamento – come presentato nell’album -, ma qualcuno che l’amò profondamente e che Wittgenstein ricambiò quasi sino alla fine. Molte riflessioni contenute nelle pagine delle Ricerche filosofiche (1953) maturarono all’ombra di questo legame durato circa dieci anni. In questo caso, forse, sarebbe stato più opportuno scegliere alcune righe delle lettere di Skinner (quelle di Wittgenstein purtroppo sono andate perdute), oppure l’appunto che Wittgenstein scrisse sul suo diario il 28 dicembre 1941 dopo la morte di Skinner:

“Penso molto a Francis ma sempre con rimorso per la mia mancanza d’amore; non con gratitudine. La sua vita e la sua morte sembrano solo accusarmi, perché negli ultimi anni della sua vita sono stato spesso senza amore e infedele nei suoi confronti in cuor mio. Se non fosse stato così infintamente dolce e fedele, avrei perso totalmente il mio amore per lui”.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 202 e 203 (part.) 1

Wittgenstein visse la sua vita con un desiderio di perfezione. Come ogni vita, anche la sua resta un mistero. Non perché fu un genio, ma perché visse le proprie scelte con un desiderio di assoluto, con senso religioso. Non voleva divenire un’icona, ma insegnarci a vedere le differenze. Mentre cresce la curiosità per il personaggio, poco resta della persona e di ciò che ha lasciato alla filosofia vissuta come vocazione (sull’eredità di Wittgenstein e il suo oblio accademico, si veda il bel saggio di P. Tripodi, Dimenticare Wittgenstein.Una vicenda della filosofia analitica, Il Mulino, 2009).
Oggi guardiamo queste belle immagini che sembrano evocare solo distanza e silenzio.

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 274 (part.) 1

Wittgenstein. Una biografia per immagini
(Ludwig Wittgenstein. Ein biographisches Album)

a cura di Michael Nedo
traduzione di Arianna Bernardi e Marco Jacobsson
progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo
progetto grafico della sovracoperta di Falcinelli & Co.

cartaceo, rilegato con sovracoperta; 464 pag. ill. col.; 75€
Carocci editore -Sfere 84, Roma 2013

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 318 (part.) 1

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 338 (part.) 1

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 346 e 347 (part.) 1

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 366 (part.) 1

Michael Nedo (a cura di), Una biografia per immagini. Carocci 2013. Progetto grafico di Shoko Mugikura e Michael Nedo. Falcinelli & co. per l'ed. it. Pag. 420 e 421 (part.) 1

(Chi ha pagato il libro? Carocci. Per fortuna Carocci ha mandato su richiesta il volume a FN, che l’ha guardato e fotografato e poi spedito a Federico Boccaccini affinché potesse farne la Recensione, se no un povero sito senza pubblicità mai avrebbe potuto segnalarlo o recensirlo)

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Vivere l’alterità: VIRGINIA WOOLF, di Paolo Armelli (1 di 3)

Posted in editoria, note by federico novaro on 10 ottobre 2013

VIRGINIA WOOLF E CLARISSA DALLOWAY: LA TRADUZIONE E L’ALTERITÀ, di Paolo Armelli

(Riproviamo su FN l’esperimento che già si fece con il saggio in cinque puntate di Giuliana Giulietti su Agatha Christie; qui Paolo Armelli propone un’analisi delle traduzione di Mrs Dalloway, che arriverà fra tre puntate, una ogni quindici giorni. La rete si sa vien detto, sopporta solo testi corti e tempi brevi. FN penso che no, e si regala e chiede testi lunghi e tempi dilatati, dove ci sia spazio per ragionare, informare, fornire strumenti che aiutino a comprendere ciò di cui si parla. Dopo la scadenza dei diritti, in Italia s’è ripreso a pubblicare testi di Woolf, editi e inediti, vecchie e nuove traduzioni, dalle case editrici le più diverse. FN ha cercato di darne conto -in coda i link agli altri post “woolfiani” comparsi sotto la sigla FN- ed è molto contento di ospitare un breve saggio che riprende un po’ da capo la questione: chi è Virginia Woolf?)

I titoli delle tre puntate:

1. Vivere l’alterità: Virginia Woolf

2. Scrivere l’alterita: Clarissa Dalloway

3. Tradurre l’alterità: le versioni italiane di Mrs Dalloway

Virginia Woolf, di John Lehmann, La tartaruga edizioni, 1983. Art Director Sergio Calatroni. Pag. 15. (part.), 1

VIRGINIA WOOLF E CLARISSA DALLOWAY: LA TRADUZIONE E L’ALTERITÀ, di Paolo Armelli

1. Vivere l’alterità: Virginia Woolf

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, Minimum Fax 2009, Riccardo Falcinelli, progetto grafico, frontespizio (pert.) 1

Ho buttato via una giornata [rispondendo a una dura critica apparsa sul Times Literary Supplement]. Suppongo sia tutta fatica sprecata; eppure, se sono davvero una outsider che io rimanga una outsider.

Virginia Woolf[1]


[1] “I wasted a day. I suppose it’s all pure waste; yet if one’s an outsider, be an outsider”.Virginia Woolf, A Writer’s Diary, edited by Leonard Woolf, Hogarth Press, London 1959, p. 320, trad. it. Giuliana de Carlo, Diario di una scrittrice, minimum fax, Roma 2005, p. 409.

Virginia Woolf, Al faro. SE, Milano 2012. [responsabilità grafica non indicata]. In cop.: V. Woolf, 1939 ©Estate of Gisele Freund. Tav. 24 f.t.: VW. Monk's House, 1932 (part.), 1

È interessante osservare questa definizione che Virginia Woolf (1882-1941) dà di se stessa, concentrandola in un unico vocabolo: outsider. Interessante ancor di più in quando ha scritto queste parole quando si avvicinava alla fine della sua esistenza (il diario reca la data del novembre 1939), quasi a voler tracciare un bilancio di un’intera vita.

In generale il ritratto dello scrittore modernista è, in effetti, caratterizzato dall’insofferenza per le modalità tradizionali di intendere la società e la letteratura, con conseguenze di anticonvenzionalità e isolamento. Sfuggendo dall’angustia del conservatorismo borghese e dalle ristrette definizioni sociali, sessuali, stilistiche, l’autore modernista si fa cittadino del mondo, di un nuovo mondo; ciò significa anche che la sua fuga assume le dimensioni metaforiche di un esilio, di un allontanamento dell’intendere comune.

Quella di Woolf, come essenzialmente tutte quelle dei modernisti nei primi decenni del Novecento, fu una ricerca di novità, di ribellione al vuoto realismo precedente, di incontro con l’alterità: i personaggi woolfiani, sono figure alla ricerca di una loro identità in un contesto sociale che spesso li emargina o li opprime; di conseguenza anche di un linguaggio nuovo che dia voce a un io franto e mobile, di nuove tecniche per rappresentare una società non più solida e irremovibile, ma irrimediabilmente fluida e complessa.

Virginia Woolf, Diari di viaggio. Mattioli 1885. [responsabilità grafica non indicata]; [imm. di cop. senza attribuzione]. Copertina (part.), 10

Virginia Woolf è nata nel 1882 dal secondo matrimonio di Leslie Stephen, affermato saggista, storico e critico letterario della Londra vittoriana; la sua prima abitazione, al 22 di Hyde Park Gate, era frequentata da molti dei più noti intellettuali dell’epoca. Ma Woolf non sentì mai appieno come propria questa situazione di privilegio, innanzitutto poiché, a differenza dei fratelli maschi (e della sorella Vanessa, che aveva interessi più artistici e pratici che intellettuali), fu esclusa da un percorso educativo e accademico regolare; ricevette solo gli insegnamenti impartiti dal padre e qualche lezione privata di francese e greco e si formò soprattutto da autodidatta attingendo dalla vasta biblioteca paterna. L’esclusione da un’educazione formale fu un tema su cui Woolf rifletté tutta la vita e fu poi un punto di partenza fondamentale per i suoi testi sul ruolo delle donne nella società, come A Room of One’s Own (1929) e The Three Guineas (1938).

Un altro elemento fondamentale nella sua biografia, che può aiutare a definire questa sua esternalità rispetto ai canoni dell’epoca, è quello legato al dolore provocato dalle morti che hanno costellato ininterrottamente la sua esistenza e che generarono quella “atmosfera di lutto” che aleggia in tutte le sue opere. Quella fondamentale e iniziatica fu sicuramente quella della madre, avvenuta nel 1895, quando Virginia aveva appena tredici anni: questa assenza segnò indelebilmente il carattere della scrittrice e, secondo alcuni biografi, fu alla base della fragilità psichica che la gettò per sempre sull’orlo della depressione e dell’instabilità. Altri studiosi aggiungono a questo dato anche quello della non del tutto chiarita violenza sessuale da parte del fratellastro Gerald Duckworth all’età di sei anni e mettono in relazione i due fatti (assenza della figura materna e conseguenze delle molestie sessuali) alla particolare condotta sessuale di Woolf, anche questa piuttosto “eccentrica” per i suoi tempi.

Virginia Woolf, Voltando pagina. Saggi 1904-1941. ilSaggiatore 2011;  [responsabilità grafiche non indicate]; alla cop.: ©Hulton-Deutsch Collection/Corbis. Copertina (part.) , 8

Eppure il nome che le attribuiamo oggi, Virginia Woolf, è dovuto al suo matrimonio, sicuramente travagliato ma autentico e molto sentito, con lo scrittore-editore Leonard Woolf. In lui l’autrice trovò un confidente e una figura protettrice, nonché uno specchio in cui riflettere la propria stravaganza e diversità: in Leonard Virginia trovò una figura di outsider dalle caratteristiche simile alle sue. Più povero di lei ed ebreo, un intellettuale puro e quasi spiantato, Leonard fu per Virginia la conferma di poter vivere un’unione fuori dall’establishment della Londra salottiera e ricercata da cui si sentiva completamente estranea. Pur sposata, poteva così rivendicare ulteriormente il suo status anticonvenzionale di donna intellettuale.

È in questo contesto biografico e psicologico che la scrittrice elabora il suo percorso letterario con ancora più grande dirompenza, piegando le potenzialità della lingua all’espressione di un viaggio della coscienza e della conoscenza che vuole riprodurre la frammentazione e, poi, la ricomposizione dell’animo umano. La narrativa woolfiana può essere interpretata come una continua rottura che si cerca incessantemente di ricomporre, sia essa causata dalla morte, dall’inadeguatezza, dal tempo che fugge inesorabile: “lo sperimentalismo moderno si presenta a Woolf come un distacco sinistro e in qualche modo tragico, come un rumore di ‘fracasso, di crollo: il suono di qualcosa che si rompe e cade a terra, un suono di distruzione’”.[2] I cocci vanno raccolti e rimessi assieme, sembra suggerire Woolf, anche se questa ricostruzione ci mette in contatto con gli aspetti più veri e dolorosi dell’esistenza: eppure il dolore non va negato ma compreso, sublimato.


[2] Nadia Fusini, Virgo, la stella, in Virginia Woolf, Romanzi, Mondadori, Milano 2005, p. XI.

Virginia Woolf, Al faro. SE, Milano 2012. [responsabilità grafica non indicata]. In cop.: V. Woolf, 1939 ©Estate of Gisele Freund. Copertina (part.), 4

Per Woolf stessa non fu facile ricavarsi un proprio spazio nel mondo letterario dell’epoca, anche se dopo anni di tentativi, un certo successo di pubblico le permise una qualche agiatezza. Per contro, oltre all’insoddisfazione cronica che la gettava in uno stato depressivo ogni qual volta doveva attendere i riscontri critici riguardanti suoi libri appena pubblicati, bisogna considerare l’atteggiamento spesso ostico dei colleghi letterati e scrittori che, pur riconoscendole originalità di stile, ne sottolineavano i difetti di profondità e credibilità; nel migliore dei casi i critici si dichiaravano entusiasti, ma nonostante ciò anche piuttosto perplessi. T. S. Eliot affermò ad esempio che Woolf era stata sì il centro della vita letteraria londinese, ma questo la spinse a proseguire nel solco di una cultura vittoriana tradizionale ed elitaria;[3] Whyndham Lewis la definì una marginale e una moralista.


[3] Cfr. T.S. Eliot, “[Obituary]”, in Robin Masumdar, Allen McLaurin (eds.), Virginia Woolf. The Critical Heritage, Routledge&Kegan Paul, London-Boston 1975, p. 431: “Virginia Woolf was the centre, not merely of an esoteric group [Bloomsbury], but of the literary life of London […]. She mantained the dignified and admirable tradition of Victorian upper middle-class culture”.

Virginia Woolf, di John Lehmann, La tartaruga edizioni, 1983. Art Director Sergio Calatroni. Pag. 3-5. (part.), 1

La stessa Woolf era tuttavia consapevole che i suoi intenti narrativi andavano contro un certo modo di fare letteratura ancora legato alle convenzioni ottocentesche e vittoriane, vale a dire ai valori dominanti di una società borghese e patriarcale, a un’esteriorità moralistica e di comodo. Le sue opere uscirono tutte più o meno da questi schemi, confermando costantemente nell’autrice una sensazione di marginalità rispetto alla critica letteraria, alla società ma anche rispetto alla vita in genere. Già il suo primo romanzo, The Voyage Out (1915), che pure è un’opera dall’impianto piuttosto tradizionale, getta sui personaggi e sulle situazioni ombre di introspezione e di dubbio che già anticipano le elaborazioni successive: non a caso la sua ricerca parte con un “voyage out”, un viaggio che fugge al di fuori dai ruoli asfissianti decretati da famiglia e società. Tutte le opere seguenti furono votate alla descrizione di un’impossibilità, di un’incomunicabilità che si cerca d’infrangere andando oltre alle barriere imposte dall’esterno. Dall’assenza luttuosa di un figlio in Jacob’s Room (1922) al tentativo di ricostruire un’armonia famigliare attraverso il ricordo in To The Lighthouse (1927), dall’incessante metamorfosi esistenziale di Orlando (1928) alle sei coscienze sovrapposte di The Waves (1931), ognuno dei romanzi woolfiani rappresenta uno sforzo di andare oltre l’involucro apparente dell’esistenza; lo scopo è determinare un senso ultimo e profondo che si lega a doppio filo sia alla questione del tempo che a quella del linguaggio: leggere la narrativa di Woolf significa essere coinvolti in un continuo processo di scoperta e nominalizzazione che si fa attraverso l’esperienza dell’evoluzione linguistica.Dare un nuovo nome alle cose, concepire un nuovo modo di intendere il tempo, stabilire un nuovo equilibrio fra esteriorità e interiorità: questi sono i compiti letterari di Woolf che ce la fanno vedere come “una scienziata volta all’ardua impresa di ‘connettere l’interno e l’esterno’, che è come dire l’io e il mondo, il soggetto e la realtà che la circonda”.[4]


[4] Fusini, Virgo, la stella, op. cit., p. XVI.

Letture e spunti:

Quentin Bell, Virginia Woolf, mia zia, La tartaruga edizioni 2011; art director Mara Scanavino, alla cop.: "Virginia Woolf ritratta da George Charles Beresford; cop. (part.), 16

 

Per scoprire la vita di Woolf i suoi diari sono uno strumento prezioso: l’edizione disponibile finora (Diario di una scrittrice, trad. Giuliana de Carlo, minimum fax, Roma 2005) era però quella approntata dal marito Leonard, con conseguenti tagli e censure. Stanno uscendo ora, invece, le edizioni e le traduzioni integrali: in italiano, Diari 1925-1930, trad. Bianca Tarozzi, Bur, Milano 2012.

Una delle migliori biografie è, invece, quella scritta dal figlio della sorella Vanessa: Quentin Bell, Virginia Woolf, mia zia, trad. Marco Papi, La Tartaruga, Milano 2011.

Altrettanto interessante il ritratto offerto da uno dei più affermati studiosi woolfiani: James King, Virginia Woolf, Penguin Books, London-New York 1995; mentre uno studio che ne rilegge l’esistenza basandosi (forse troppo) sull’evento della violenza sessuale è: Louise de Salvo, Virginia Woolf: The Impact of Childhood Sexual Abuse on Her Life and Work, The Women’s Press, London 1990.

In Italia molto ricca, anche poeticamente, è l’introduzione scritta dalla traduttrice e studiosa di Woolf Nadia Fusini, in apertura al Meridiano dedicato alla scrittrice: “Virgo, la stella”, in Virginia Woolf, Romanzi, Mondadori, Milano 2005.

Per uno sguardo generale sugli scrittori modernisti come figure d’esilio si segnala l’introduzione in: Oriana Palusci, Nicoletta Vallorani, Modernist Fiction. Lawrence, Joyce, Woolf, Principato, Milano 1994

Virginia Woolf, Roger Fry. elliot 2012. [responsabilità grafica non indicata]; alla copertina: Ritratto di Roger Fry, di Vanessa Bell. Dorso (part.), 2

Paolo Armelli si è da poco laureato in Lettere Moderne; lavora nel campo dell’editoria e della comunicazione. Scrive di libri, moda e media, traduce, ha un blog suo (liberlist.wordpress.com) e uno su Wired.it (Wireditorial) che si occupa di editoria e social media. Ha ideato e dirige il magazine culturale online Bartleby (bartlebymag.it). Su Twitter è: @p_arm.

Virginia Woolf, Al faro. SE, Milano 2012. [responsabilità grafica non indicata]. In cop.: V. Woolf, 1939 ©Estate of Gisele Freund. Pagina dell'occhiello (part.), 8

Tutti i post “woolfiani” apparsi su FN, in ordine cronologico
FN > Recensioni > Virginia Woolf: Tutti i racconti / Newton Compton. Camilla Valletti
FN > Segnalazioni > Diario di una scrittrice / Virginia Woolf. Minimum Fax (I Quindici – 5) 2009
FN > Recensioni > Helen Humphreys: Il giardino perduto / Playground 2009. Camilla Valletti
FN > Segnalazioni > Violet Keppel Trefusis / Broderie anglaise. La lepre 2010
FN > Segnalazioni > Laurent Sagalovitsch / Il bastone di Virginia Woolf. La Tartaruga 2010
FN > Editoria > Note > Alicia Giménez-Bartlett : Una stanza tutta per gli altri / Sellerio 2009
FN > Segnalazioni > Quentin Bell / Virginia Woolf, mia zia. La Tartaruga 2011
FN > Segnalazioni > Angelica Garnett / Ingannata con dolcezza. La Tartaruga 2011
FN > Segnalazioni > Virginia Woolf / VOLTANDO PAGINA / il Saggiatore 2011
FN > Segnalazioni > Michael Holroyd / LYTTON STRACHEY. il Saggiatore 2011
FN > Segnalazioni > Virginia Woolf / SONO UNA SNOB?. Piano B edizioni 2011
FN > Segnalazioni > Virginia Woolf / DIARI DI VIAGGIO. Mattioli 1885
FN > Recensioni > Michael Holroyd / LYTTON STRACHEY. ilSaggiatore 2011 (recensione di Federico Boccaccini)
FN > Recensioni > Angelica Garnett / INGANNATA CON DOLCEZZA. La tartaruga 2011 (recensione di Federico Sabatini)
FN > Segnalazioni > Virginia Woolf / FLUSH. UNA BIOGRAFIA. nottetempo 2012
FN > Segnalazioni > Virginia Woolf / La signora Dalloway. Einaudi 2012
FN > Recensioni > Flush. Una biografia, di VIRGINIA WOOLF / nottetempo 2012. (Recensione di Federico Sabatini)
FN > Segnalazioni > Virginia Woolf, ROGER FRY / elliot 2012
FN > Editoria > Note > LA SIGNORA DALLOWAY di V. Woolf nella traduzione di ANNA NADOTTI. Federico Sabatini, 1 di 2
FN > Editoria > Note > ANNA NADOTTI traduttrice di Mrs DALLOWAY. Federico Sabatini (2 di 2)
FN > Editoria > Note > NADIA FUSINI, HANNAH E LE ALTRE. Una nota di Giuliana Giulietti

Virginia Woolf, Al faro. SE, Milano 2012. [responsabilità grafica non indicata]. In cop.: V. Woolf, 1939 ©Estate of Gisele Freund. Tav. 36-37 f.t.: Monk's House, Sussex, 1967, ©Estate of Gisele Freund (part.), 1

Cos’è la letteratura gay? Queer Ship, di Federico Boccaccini. 1: Chi siamo noi?

Posted in Uncategorized by federico novaro on 16 novembre 2012

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La questione su cosa sia, se esista e cosa comprenda la letteratura gay è irrisolta dal suo apparire; soggetta a continue ridefinizioni, volontà d’inclusione e desiderio di non esservi compresi, la letteratura gay esiste, esiste nella percezione di chi la legge, di chi la scrive, di chi ordina i libri nei cataloghi, nelle librerie, nei siti, si chiami letteratura gay, omosessuale, gay and lesbian, LGBT, LGBTQI e tutta la serie di etichettatute varie e mai soddisfacenti, che vengano apposte alle opere come a chi le scrive.

FN, statutariamente volto a segnalare libri, come dice da qualche parte nel suo About, “variamente queer” è supercontento di farsi porto per un nuovo viaggio nelle acque incerte della letteratura gay.
Federico Boccaccini, al comando del suo veliero, comincia con Queer Ship, un’esplorazione che troverà la sua prossima rotta ad ogni titolo, di isola in isola, di porto in porto. Solo su FN, ça va sans dire.

Queer_Ship_FN_2

“[…] Per molto tempo si è detto: -non solo non vi è una patria comune, ma non vi è né lingua qui, né storia comune di popolo. Di quale letteratura parlate, voi?-. Si è cercato così di neutralizzare la questione sostenendo che la letteratura gay non esista, esistono solo dei bravi e dei cattivi scrittori.

Il critico dallo sguardo benevolo ci spiega che non è tanto importante il fatto che il tale o il tal altro poeta andava in giro di notte a cercar fanciulli, ma l’universalità e la bellezza della sua poesia. Va bene, ma cosa, di grazia, racconta la sua poesia? Il fatto che di notte andasse in giro a cercar fanciulli. E succede, ad esempio, che questa «ricerca» è raccontata da molti, poco importa la lingua, il paese, la storia che si ha alle spalle.

Ciclicamente si ripete la stessa esperienza, di là dei confini di terra e di mare. E non conta neanche il tempo:Tu sa’ ch’i’ so, signor mie, che tu sai, confessa Michelangelo al giovane Tommaso Cavalieri in una delle sue Rime più struggenti. Tu sai che io so che tu sai. Cosa? Non solo ciò che io provo per te, ma anche cosa io sono e tu sei per gli altri. Sembra, dunque, che cosa si racconti in modo universale non sia soltanto la lingua, ma prima di tutto una forma di vita. Una forma che non è quella incarnata in un popolo storico radicato su un territorio, ma quella di una comunità da sempre dispersa, perduta, la cui origine è una diaspora affettiva.

Questa diaspora è l’essenza della letteratura omosessuale.

Non solo perché gli scrittori gay per fuggire dallo sguardo degli altri sono partiti in viaggio, dalla periferia al centro, dal Sud al Nord e dal Nord al Sud, dalla campagna alla città. Sempre. Ma anche perché capire chi si è, è anch’esso un viaggio dentro se stessi non meno difficile. Si fugge dal mondo che ci offende, per proteggersi, ma si fugge anche da se stessi per vergogna. Anche se, come fa l’albero, si nasce e si muore nello stesso luogo, abbiamo vissuto comunque in diaspora, come ospiti sgraditi.[…]”

Queer Ship, di Federico Boccaccini. 1: Chi siamo noi? lo trovate solo su FN

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Joseph Hansen, DAVE BRANDSTETTER MYSTERIES / elliott 2012. (Recensione di Federico Boccaccini)

Posted in recensioni by federico novaro on 20 settembre 2012

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Dorso (part.), 1

Dave Brandstetter Mysteries
di Joseph Hansen

1. Scomparso
(Fadeout)

traduzione di Manuela Francescon
cover design e illustrazione di IFIX

188 p. ; cartaceo, 14 €
elliot edizioni -Raggi gialli, Castel Gandolfo (RM), 2012

Joseph Hansen, Scomparso, elliot 2012. Cover design & illustration: IFIX. incipit. (part.), 2

2. Atto di morte
(Death Clains)

traduzione di Manuela Francescon
cover design & illustration: IFIX

190 p. ; cartaceo, 15€
elliot edizioni -Raggi gialli, Castel Gandolfo (RM), 2012

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Incipit (part.), 1

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Dorso (part.), 1

La letteratura di genere ha una particolare qualità: è una grande scatola vuota che si può riempire con ciò che si vuole.
Si racconta in apparenza una storia che segue le regole della propria categoria –noir, giallo, rosa, spy, horror, fantascienza, fantasy, ognuna ha le sue di regole- quando in realtà, quasi con delicato tocco da prestigiatore, ecco che è un’altra la storia che ne tesse la trama. Quella che davvero si vuole raccontare.

Joseph Hansen, Scomparso, elliot 2012. Cover design & illustration: IFIX. copertina. (part.), 7 Joseph Hansen, Scomparso, elliot 2012. Cover design & illustration: IFIX. copertina. (part.), 6 Joseph Hansen, Scomparso, elliot 2012. Cover design & illustration: IFIX. copertina. (part.), 5

Molta di questa letteratura non è spesso degna di lunga memoria. Ci sono però capolavori, come ad esempio The Left Hand of Darkness (1969) di Ursula K. Le Gun -un grande e sofisticato esempio di crisi del gender incapsulato nella letteratura di fantascienza- che rende fragile qualsivoglia distinzione tra letteratura colta e popolare.
Se il genere che uno scrittore sceglie è popolare non è detto infatti che lo sia il suo stile. Né il suo punto di vista sul mondo.

È il caso di Joseph Hansen. Nel 1970 questo scrittore californiano inventa il personaggio dell’investigatore assicurativo Dave Brandstetter, dando vita ad una serie di dodici romanzi, The Dave Brandstetter Mistery, che Elliot sta ritraducendo e pubblicando integralmente. Per ora sono apparsi i primi due, Scomparso e Atto di morte.

Joseph Hansen, Scomparso, elliot 2012. Cover design & illustration: IFIX. copertina. (part.), 1 Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Copertina (part.), 1

Una operazione felice, per diverse ragioni.
Innanzitutto perché il noir ha una tradizione nobile ed è sempre piacevole leggere un buon scrittore di gialli. In secondo luogo perché Hansen è uno di quelli che usa il genere per parlarci di altro.

Dave Brandstetter è lontano dagli investigatori infallibili di scuola inglese alla Poirot o alla Sherlock Holmes, dove il delitto è un gioco di sfida con il lettore basato sulla ricerca di indizi per scoprire l’assassino prima dell’ultima pagina. Ma si discosta anche dalla tradizione americana classica dei duri alla Sam Spade o alla Philip Marlowe.
Brandstetter è diverso, e lo è perché è consapevolmente e dichiaratamente omosessuale.

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Copertina (part.), 3

Dobbiamo immaginare un personaggio di Simenon scivolato tra le pagine di Camere separate di Tondelli.
L’opera di Hansen non è importante solo perché introduce un protagonista maschile inconsueto per le detective-stories dell’epoca, ma soprattutto perché racconta la vita gay nell’America degli anni Settanta e Ottanta dal suo interno attraverso la voce di diversi personaggi con cui il protagonista si deve confrontare ad ogni nuovo caso, secondo il modulo della serialità che ci fa scoprire e affezionare a questo personaggio un poco alla volta e che permette allo scrittore di presentare in ogni romanzo un diverso colore dello spettro secondo il fil rouge dell’omosessualità.
La scatola vuota è ora riempita di dolore, ora di speranza, ora d’ironia.

Joseph Hansen, Scomparso, elliot 2012. Cover design & illustration: IFIX. frontespizio. (part.), 2 Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Frontespizio (part.), 2

Scomparso è il primo episodio della serie. Il titolo originale –Fadeout– indica la dissolvenza di una immagine inghiottita dal buio, come lo scomparire lento di un volto proiettato su uno schermo o nella nostra memoria.
Brandstetter debutta con un doppio intrigo: un caso da risolvere -un uomo dichiarato morto senza che sia stato ritrovato il corpo-, e un dolore personale e intimo, la morte del suo compagno e l’ossessione del ricordo dei giorni felici, ciò che “ti impedisce di prendere un coltello dal cassetto della cucina, di infilarti a letto -nudo per la sola ragione che quello è lo stato in cui sei nato e in cui hai passato i momenti più belli della tua vita- e poi, tenendo il coltello ben saldo, di rotolare sopra la lama, lentamente, in modo che come l’amore ti scivoli tra le costole”.

In Atto di morte non solo il nostro protagonista cerca di scoprire la causa di una morte apparentemente accidentale, ma al tempo stesso cerca di rimettere in sesto la propria vita attraverso una nuova storia d’amore. In entrambi i casi, per risolvere il mistero, Brandstatter deve capire l’identità delle vittime come dei personaggi che le circondano. In un gioco di riflessi sembra scoprire ogni volta, con garbata e dolorosa partecipazione, quanto tutte le vite si assomiglino.

Siamo lontani per stile dalle vette di Patricia Highsmith o di Friedrich Dürrenmatt, ma Hansen non pretende nemmeno di raggiungerle.
Non scrive per allegoria, ma per rendere narrabile l’inenarrabile, quotidiano ciò che fino ad allora era considerato disturbante.
Scrive per raccontare delle storie in cui qualcuno, lontano, solo, sprofondato in una poltrona, potrà riconoscersi e, forse, trovare consolazione.

In certa misura, è grazie ad Hansen che oggi abbiamo personaggi come quello dichiaratamente lesbico di Lucy Farinelli, uscito dalla penna di Patricia Cornwell, o la serie Donald Strachey mysteries di Richard Stevenson, un’altra celebre serie noir gay che meriterebbe più attenzione da parte degli editori italiani.

Per certi aspetti di militanza nella motivazione della scrittura, Hansen potrebbe assomigliare alla scrittrice francese Dominique Manotti, salvo che il suo compiaciuto ispettore Théodore Daquin, eroe gay dei suoi tre romanzi noir, è tanto lontano dall’umanità ferita di Dave Brandstetter quanto lo è la Parigi degli anni Novanta dalla Los Angeles degli anni Settanta.

Per coloro che si chiedono se c’era davvero bisogno di gay detective-stories, lascio la risposta a Hansen stesso che, attraverso un’acuta osservazione di un suo personaggio –è la magia del prestigiatore- replica : “Provi a immaginare un Dostoevskij che non accenna alla sua epilessia o alla sua dipendenza dal gioco. Sarebbe arrivato lontano?”.

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Quarta di copertina (part.), 1

Riassunto bibliografico:

Joseph Hansen, Scomparso, elliot 2012. Cover design & illustration: IFIX. copertina. (part.), 3

queer / letteratura americana
Scomparso / Joseph Hansen
1. ed. – Roma : elliot. – 188 p. ; 21 x 14 – (Raggi gialli)
Francescon, Manuela (trad. di) ; Ifix (cover design e illustrazione di copertina di)
brossura con risvolti
©2007 Joseph Hansen
©2012 Lit edizioni s. r. l.
tit. orig.: Fadeout

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Quarta di copertina, dorso, copertina (part.), 1

queer / letteratura americana
Atto di morte / Joseph Hansen
1. ed. – Roma : elliot. – 190 p. ; 21 x 14 – (Raggi gialli)
Francescon, Manuela (trad. di) ; Ifix (cover design e illustrazione di copertina di)
brossura con risvolti
©2007 Joseph Hansen
©2012 Lit edizioni s. r. l.
tit. orig.: Death Clains

(chi ha pagato i libri: dice FN sempre più vago: -allora: la copia di Scomparso che ho fotografato forse me la mandò elliott, io poi ne comprai un’altra su Amazon affinché ce l’avesse anche Federico Boccaccini per potre fare questa recensione. Idem per la copia di Atto di forza, ma forse in questo caso, per quanto riguarda la copia fotografata può darsi che io abbia comprato anche quella)

Joseph Hansen, Atto di morte, Elliot 2012. cover design e illustration: IFIX. Copertina (part.), 2

Federico Boccaccini ha recensito per FN, in ordine cronologico:

Michael Holroyd / LYTTON STRACHEY. ilSaggiatore 2011

Helen Humphreys / LA VERITÀ, SOLTANTO LA VERITÀ. Playground 2011

W. H. Auden / GRAZIE, NEBBIA. Adelphi 2011

Yukio Mishima / LA DECOMPOSIZIONE DELL’ANGELO. Feltrinelli 2012

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Il diario di Sintra, di AUDEN, ISHERWOOD, SPENDER / Barbès 2012. (Recensione di Federico Boccaccini)

Posted in recensioni by federico novaro on 18 luglio 2012

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. Dorso

Il diario di Sintra
a cura di Matthew Spender
cura e traduzione dell’edizione italiana di Luca Scarlini

testi di W. H. Auden, Brian Howard, Tony Hyndman, Christopher Isherwood, Humphrey Spender, Stephen Spender, James Stern

[responsabilità grafica non indicata]

267 p., ill., b/n ; cartaceo, 16 €
Barbès -[Intersection], Firenze 2012

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. frontespizio (part.), 1

Tratti da una diaspora, di Federico Boccaccini

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Molti anni fa, in una intervista Michel Foucault osservò che riflettere sull’omosessualità è un atto che non si esaurisce nel domandarsi cosa essa sia o non sia, come nel volerne fissare una natura, piuttosto significa porsi di fronte alla propria vita cercando di capire come la si vuole vivere.
Nel primo caso si cerca la definizione di un oggetto, nel secondo, invece, si rivela il senso di una esperienza morale. L’esperienza di una forma di vita diversa dalle altre, con le sue regole, i suoi sotterranei conflitti, la sua etica dell’amore e dell’amicizia. Le pagine del Diario di Sintra testimoniano in limine questa esperienza.
Ma testimoniano anche la ricerca di una homeland. All’osservazione ricca di conseguenze del filosofo francese si potrebbe aggiungere in nota che, per gli indesiderati del mondo, il come vivere molto spesso ha coinciso con il problema del dove vivere.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop.

Tra il dicembre del 1935 e l’agosto del 1936 Stephen Spender, Christopher Isherwood e i loro rispettivi compagni, Tony Hyndman e Heinz Neddermayer, vissero insieme sotto lo stesso tetto a Sintra, in Portogallo.
Saranno accolti nel paese lusitano da un’altra coppia in fuga dalla marginalizzazione, Toni Altman e Brian Howard, raggiunti in seguito prima da Humphrey Spender, fratello di Stephen, e poi da Wystan H. Auden, in marzo, dopo la partenza di Spender e Tony.
Per circa un paio di mesi –dall’inizio del loro viaggio dal porto di Anversa il 12 dicembre 1935 al 5 febbraio 1936- il gruppo dei quattro terrà un diario comune di questa convivenza.
Per anni si è parlato di questo diario il cui originale rimase tra le carte di Isherwood. Finalmente, viene pubblicato in anteprima mondiale nell’edizione italiana da Barbès Editore, Il diario di Sintra, a cura di Matthew Spender, figlio di Stephen, con traduzione e cura di L. Scarlini.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. q. di cop. (part.), 1

Davvero un’occasione editoriale importante, soprattutto per la bella curatela che ha arricchito e completato le pagine del diario con materiali epistolari e pagine estrapolate dai diari personali dei protagonisti, fornendoci un effetto prospettico caleidoscopico, capace di far maggiore chiarezza su alcune vicende e permettendoci così di seguire il dipanarsi delle loro vite fino al mese di agosto, tantoché il diario comune, atteso per tutto questo tempo, risulta infine la parte meno interessante poiché nessuno dei protagonisti può scrivere apertamente ciò che pensa e sente.

Curioso includere il nome di Auden tra gli autori, quando in realtà non ha mai scritto una sola riga del diario, e del quale è riportata una sola breve lettera. Si ha l’impressione che si voglia vendere più un’idea che un libro, e in questo caso la bella copertina e l’immancabile fascetta risultano un po’ ingannevoli anche se attirano certamente di più.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 4

A dispetto di quanto si possa supporre, Il diario di Sintra non appartiene alla letteratura di viaggio ma alla letteratura civile.
Il vino di Madeira, il tè con vecchie signore inglesi che cercano di leggere l’aura dei loro ospiti, i tarocchi, il costo delle domestiche, il porto con i biscotti, le mattonelle di ceramica azzurre, una casetta di legno per i conigli, galline che scorrazzano in giardino, le coste con il mare che arriva violento sulla spiaggia, le colline di terra rossa che corrono verso Sisimbra, i villaggi di pescatori con fila di barche; le pagine del diario descrivono tutto questo, certo.
Ma soprattutto descrivono la ricerca di una casa dove vivere mentre l’Europa corre verso l’abisso. Descrivono una diaspora dell’affetto.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Si intersecano tra queste pagine due assi di lettura di eguale importanza, l’uno contenuto nel diario comune e che affiora dal materiale privato, l’altro invece dobbiamo aggiungerlo noi attraverso gli strumenti della critica affinati dalle riflessioni contemporanee post-coloniali e sul gender, capaci nello specifico di riconcettualizzare il tema della sessualità umana da un punto di vista geopolitico.
Se riflettiamo su quanti scrittori sono migrati dalla periferia al centro, dalla campagna alla città, dal Sud al Nord, da una nazione ad un’altra per poter vivere, scrivere, amare, ecco che siamo costretti a pensare che il luogo geografico sia stato per loro importante tanto quanto il foglio su cui scrivere e che forse tanta letteratura non sarebbe mai nata se non a causa di questo sradicamento e di questa delocalizzazione forzata.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Non mi sembra che i critici facciano molta attenzione a questo elemento che tuttavia appare costante pur nel variare delle lingue. Si dovrebbe accettare allora l’idea che la categoria “letteratura della diaspora” non classifichi solo quella scritta in una lingua meticcia che rappresenta una dispersione geografica, poiché la dispersione dei membri di una comunità in diversi paesi riguarda anche culture che non hanno costruito una identità intorno ad una lingua, bensì intorno ad un’altra esperienza morale della vita.
Questo è il caso davvero peculiare –e forse ne è uno dei suoi tratti più costitutivi- della cultura omosessuale e della parola che la rappresenta. Bisognerebbe dunque estendere il concetto di “diaspora” in letteratura.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Certo, parlare di letteratura gay significa porre la questione se esista una letteratura senza una lingua. Ma significa anche riconsiderare il rapporto tra la parola e l’immaginazione del poeta. Immaginare vite diverse è ciò che permette di scriverne, in quale lingua è questione successiva. Per questa ragione questa opera è prima di tutto letteratura civile, poi semmai di viaggio.
Racconta un episodio di questa diaspora non del sangue ma dell’affetto, di una comunità umana che non ha mai avuto una terra d’origine a cui far ritorno, semmai un luogo da immaginare solo somewhere over the rainbow.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 1 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 2 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 3

L’altro asse di lettura si manifesta maggiormente nei diari privati. Parla sottovoce della disparità tra amante e amato, emerge a tratti nelle loro giornate e rende l’aria elettrica. Isherwood annota il 2 marzo nel suo diario privato di voler cercare di “scrivere della depressione che mi ha preso dalla scorsa settimana […] Che è successo? Beh, solo questo: Stephen e Tony partono da Sintra a metà mese: vanno in Spagna, Grecia, Austria. Tutto in modo molto amichevole e ne siamo contenti, ma ovviamente sappiamo tutti che il nostro tentativo di vivere insieme è stato un fiasco completo”.
Qualcosa ha turbato il ménage, la ricerca dell’Eden ha rivelato la sua fragilità.

Nella sua preziosa introduzione –che avrebbe meritato meno refusi-, Matthew Spender osserva acutamente che la tensione tra le due coppie è dovuta ad una difficile stabilità degli affetti e, rievocando dei toccanti versi di Auden (‘Se uguale affetto non possiamo avere / fa che sia io a provare più amore’), sottolinea come la parola chiave in questa forma d’esperienza sia ‘uguale’.

“Ogni tipo di uguaglianza tra due persone che vivono insieme è problematica, ma nel caso di due dello stesso sesso, la richiesta è particolarmente difficile, perché non c’è in ballo la differenza tra maschile e femminile. Nell’assenza di una polarità di gender, tutto ha bisogno di essere ridefinito. Classe, cultura, uso del linguaggio, gusto in letteratura, in cucina o nell’abbigliamento: tutto ha bisogno di negoziazioni. E la lotta per l’uguaglianza fornirà sempre la qualità dell’affetto”.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. incipit (part.), 1

Questa considerazione del curatore riassume perfettamente la situazione emotiva a Sintra. Tony e Heinz sono più giovani, sono di una classe sociale inferiore, sono intellettualmente e economicamente più poveri. Tony è gallese, Heinz tedesco e non parla inglese. Spender e Isherwood sono amici, sono scrittori, il primo ha studiato ad Oxford con Auden, il secondo a Cambridge. Come tutta la loro generazione, vedono la scrittura come impegno politico e vogliono scrollarsi via di dosso la loro formazione borghese, la englishness dei loro padri. Entrambi percepiscono il pericolo hitleriano, entrambi non pensano che il comunismo sia la risposta adeguata ai mali del mondo. Perché allora non è stato possibile vivere insieme?

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Il 3 gennaio Isherwood confessa nel suo diario privato che i suoi giorni sono avvelenati dalla paura della guerra, “non posso più discutere apertamente con Stephen, perché siamo divisi tra noi dalla segreta conoscenza reciproca: se le cose si mettono male, lui vuole tornare in Inghilterra, io no.”
Se le cose si mettono male, entrambi sanno che persone vogliono essere. E come sappiamo le cose si metteranno male. Spender tornerà malinconicamente all’ordine, Isherwood partirà nuovamente, con Auden, alla ricerca ancora una volta di un’altra patria. Ma dentro questo conflitto d’ideali che sembra più una scommessa con se stessi se ne consuma un altro tra classe e sesso, uguaglianza e amore, forse il solo davvero politico e che, forse per questo, brucia di più.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Il rapporto tra Spender e Tony Hyndman è stato raccontato da Spender stesso in World Within World (1951) (Un mondo nel mondo, Barbès, 2009).
Ma immaginiamo un altro scenario.
Immaginiamo Maurice Hall e Alec Scudder, gli amanti del romanzo Maurice di E. M. Foster, fuggire dall’Inghilterra per vivere insieme a Sintra. Foster era amico e mentore del giovane Isherwood il quale aveva letto privatamente Maurice che, scritto nel 1913, fu pubblicato solo dopo la morte di Foster nel 1971, in un mondo che avrebbe iniziato ad accettare lo scandalo del risveglio felice tra due uomini, l’affetto tra due persone che metteva in pericolo le rigide regole vittoriane di distinzione tra classi che tanti romanzi hanno raccontato e accettato.
Come in un racconto di Foster, i due inglesi di buona famiglia amano due ragazzi di classe diversa. Eppure qui il finale è diverso, nessuno si allontana nella nebbia per raggiungere e vivere per sempre con il proprio amato. Se eguali non siamo per la società, lasciamo almeno che sia il nostro amore a renderci tali, sembra suggerire il finale scandaloso e perfetto di Maurice.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

Eppure a Sintra i due scrittori non sembrano riuscire a dimenticare la differenza di classe. Tra socialismo e liberalismo, politica e poesia, Isherwood vuole tenere per sé Heinz perché ha paura che una donna possa portarglielo via, Spender al contrario vuole rendere indipendente Tony istruendolo. Ma entrambi non vogliono vedere i loro difetti perché amano tenerli con loro “come un cagnone buono accanto al fuoco”.
Tener con sé in questo modo il proprio amato vuol dire non dover pensare al sesso e potersi consacrare completamente alla scrittura ma, con una punta di dolore, si ammette anche il desiderio di possedere qualcuno che sentiamo inferiore. È probabile che entrambi lo sapessero e che entrambi detestassero vedere questa verità riflessa nell’altro.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop. (part.), 9

In trasparenza il Diario di Sintra evoca, senza parlarne, la ricerca antica e difficile dell’amicizia perfetta e del perfetto amore tra uomini. Eppure questo non sopravvive quando si vive errando, quando il proprio desiderio è straniero a se stesso, quando ogni mattina si deve fingere agli occhi degli altri di non essere altro che quattro amici in vacanza. Nella sua vita immaginaria Maurice ha capito chi voleva essere e quale vita voleva vivere, è riuscito là dove venti anni più tardi nelle loro vite reali Isherwood e Spender a Sintra hanno fallito, non aver capito che l’amore è arte e non natura.

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 29 (part.), 1

Riassunto bibliografio:
Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. cop.

queer / letteratura inglese / prime edizioni italiane
Il diario di Sintra. Dicembre 1935 – Agosto 1936 / a cura di Matthew Spenmder
1. ed – Firenze : Barbés. – 267 p. ill. b/n, ritr. fotog. 21 x 14 cm. – (Intersection)
[il nome della collezione è desunto dal catalogo, non è presente sul volume]
Spender, Matthew (a cura di) ; Scarlini, Luca (edizione italiana a cura di) ; Scarlini, Luca (traduzione a cura di)
alla copertina: “Wystan Hugh Auden, Stephen Spender e Christopher Isherwood in una foto del 1929. (Probabilmente un autoscatto di Stephen Spender)”
brossura
©2012 Matthew Spender for Introduction and Notes
@2012 The Estate of Christopher Isherwood
©2012 The Estate of Stephen Spender
©2012 The Estate of Tony Hyndman
©2012 The Estate of Humphrey Spender
@2012 Barbès editore, per l’edizione italiana
tit. orig.: Sintra Diary

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 30 (part.), 1 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 134-135(part.), 1 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 238-239(part.), 1 Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. 207-208 (part.), 1

Federico Boccaccini ha recensito per FN, in ordine cronologico:

Michael Holroyd / LYTTON STRACHEY. ilSaggiatore 2011

Helen Humphreys / LA VERITÀ, SOLTANTO LA VERITÀ. Playground 2011

W. H. Auden / GRAZIE, NEBBIA. Adelphi 2011

Yukio Mishima / LA DECOMPOSIZIONE DELL’ANGELO. Feltrinelli 2012

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. p. dell'indice(part.), 1

Sul Flickr di FN potete trovare altre fotografie de Il Diario di Sintra

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(chi ha pagato il libro: la copia qui ritratta in fotografia è un omaggio del curatore, Luca Scarlini, portato personalmente a FN in occasione dell’FN/PaperShop, tenutosi a Torino l’11 maggio 2012; la copia sulla quale Federico Boccaccini ha condotto la sue recensione è stata acquistata da FN su Amazon, affinchè gli venisse recapitata in terra belga, dove Federico Boccaccini attualmente risiede)

Auden, Isherwood, Spender, Il diario di Sintra; a cura di Matthew Spender e Luca Scarlini. In cop.: W.H.Auden, S. Spender, C. Isherwood, 1929. [resp. grafica non indicata]. Quarta, dorso, cop. (part.)

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