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Jean-Baptiste Del Amo, IL SALE / Neo edizioni 2013 (Segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 20 settembre 2013

È in libreria

Il Sale
(Le Sel)
di Jean-Baptiste Del Amo

traduzione di Sabrina Campolongo
progetto grafico e illustrazione di Toni Alfano
fotografia di Sylvain Norget
logo Potlach di Ricky Butler

cartaceo, brossura con alette; 269 pag.; 16€
Neo edizioni -Potlach, Castel di Sangro 2013

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Jean-Baptiste Del Amo (pseudonimo di Jean-Baptiste Garcia) è nato a Toulouse nel 1981.
Il Sale -già tradotto in spagnolo- è il suo secondo romanzo. Nel 2006 riceve il “Prix du jeune écrivain de langue française” per Ne rien faire, un breve racconto. Nel 2008 Gallimard pubblica il suo primo romanzo, Une éducation libertine, molto premiato sino a ricevere, nel 2009, il Goncourt du Premier Roman, il François Mauriac e il Fénéon.

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Verso della q. di cop. (part.), 1

Nel 2010 Gallimard pubblica Le Sel, ora tradotto da Sabrina Campolongo per Neo edizioni.

Nel 2010 Del Amo ha anche scritto la prefazione ad un libro Hervé Guibert, photographe, cosa che da sola lo rende caro a FN (la sparizione dei libri di Guibert non solo dalle librerie, ma dal panorama culturale italiano è triste segno di cosa sia questo Paese: tristo e ignorante)

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Copertina e risv. di cop (part.), 1

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Quarta di copertina (part.), 1

Il sale essendo appena uscito, in rete si trova ancora poco in italiano, perciò si farà qualche citazione in francese.
Intanto si segnala che su Satisfiction è disponibile una breve anteprima del testo.
Jean-Baptiste Del Amo anteprima. Il sale.

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. P. dello stampatore, verso della q. di cop., verso del risv. della q. di cop. (part.), 1

Angelica Gherardi su scrive sul sito SulRomanzo di Une Èducation libertine e conclude:
“[…] Resta che da un giovanissimo scrittore, il ventisettenne Del Amo alla sua prima prova, non ci si aspettava cotanta maestria nella scrittura e altrettanta cultura, un quadro d’epoca così particolareggiato e preciso. Seppur senza alcuna passione e con un po’ di noia, arriverò fino alla fine.

Addendum: L’ho finito. Il seguito è meno scontato di quanto pensassi. Ho deciso: mi è piaciuto. […]”

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Verso di risv. di cop e cop; pag. dell'occhiello (part.), 1

Su Lesdiagonalesdutemp, una sorta di dissezione anatomica de Il Sale:

“[…] au classicisme de sa langue le romancier y ajoute celui de son thème, la description d’une famille, entre famille je vous aime et famille je vous hais.

Le roman qui est le deuxième de son auteur après Une éducation libertine ( prix Goncourt du premier roman en 2009 ), paru également chez Gallimard il y a deux ansest divisé en trois parties qui portent chacune le nom d’une des Parques, Nona, Decima, Norta, représentées dans l’Antiquité comme celles qui tiennent le fil de la vie. Nona tient le fuseau, Decima marque le sort qui échoit à l’individu, Norta coupe le fil. On naît, on vit, on meurt, et « les vivants défigurent la mémoire des morts », écrit Del Amo…
[…]
Le personnage de Jonas prend le pas sur les autres, sans doute au corps défendant du romancier. Il parait si fort un double de l’auteur et l’auto-fiction ayant également, à l’insu cette fois du lecteur, éclipsé récemment les autres formes d’écriture que l’on est tout surpris de lire en quatrième de couverture que Jean-Baptiste Del Amo est né à Toulouse et non à Sète.
[…]
Jonas génère les passages les plus beaux et les plus sensuels du livre: << Il parvenait à se glisser discrètement à genoux au milieu de l’étendue d’eau et d’une colonie de ces oiseaux flamboyant. Jonas éprouvait la nécessité de se masturber sur cet ilot, un appel impérieux auquel il songeait des jour à l’avance… Souvent l’inquiétude d’être surpris, ou le poids de ce qui lui évoquait vaguement un péché – du moins l’idée d’un acte répréhensible – compressaient sa vessie et le forçaient à s’arrêter pour pisser dans un fossé ou sur la souche brune d’un arbre… S’il s’étendait sur le dos, le ciel lui offrait son bleu lavasse que balafraient le vol des mouettes et le sillage des avions. Jonas remontait son tricot de peau et se déculottait. Le plaisir qu’il éprouvait à la sensation du soleil sur son ventre, à l’empoignade de son sexe dans ce berceau de nature brute, à la fois indifférente et complice de son hédonisme, était indicible. Il n’était pas pubère et ne pouvait éjaculer, mais il restait ce qui lui semblait être des heures – et n’était en réalité que des instants bien plus brefs – à se branler au milieu de la digue et des flamants roses.>>.
[…]
Del Amo est plus un écrivain géographe qu’un romancier historien. Certes on peut considérer cette classification arbitraire mais elle dessine une géographie, justement, littéraire pas moins pertinente qu’une autre. […]”

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Pagina dell'esergo (part.), 1

Impressions sur livres, di un blogger canadese, Alain, ne scrive così:

“[…] Dans le style, je ne saurais reprocher à Jean-Baptiste Del Amo le choix d’aucun mot. Bien sur, ses descriptions ont parfois un air très balzacien. La mer, ici, prend toutes les couleurs, tous les sons, toutes les odeurs. Je suis rarement un fervent des descriptions longues, mais ici, elles prennent tout leur sens.

Les trois enfants rendus dans la quarantaine de ce bouquin vous poursuivront longtemps. Et leur mère aussi. Quant à l’autre, je n’en parle même pas. Oubliez tous vos clichés du départ et attendez-vous aux révélations les plus fortes de là où vous vous en attendiez le moins. […]”

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Verso della q. di cop. (part.), 4

Ho provato in tutti i modi di appiccicare qui il video di una sua intervista in occasione dell’uscita de Il Sale, ma invano.
Quindi appiccico qui il link, tristemente.
http://www.ina.fr/video/4282836001

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Verso del risv. di cop e della cop, pag. dell'occh., verso del risv. della q. di cop. (part.), 1

Sul sito della FNAC Del Amo parla de Le Sel. Neanche questo sono stato capace di appiccicare qui.

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Dorso (part.), 1

(chi ha pagato il libro: FN l’ha ricevuto dalla Neo edizioni, via Sabrina Campolungo, la traduttrice, che l’hanno inviato di loro sponte)

Sul filckr di FN trovate tante altre fotografie de Il Sale, di Jean-Baptiste Del Amo

Jean_Baptiste Del Amo, Il sale. Neo edizioni. Prog. graf. e ill.: Toni Alfano. Ritr. fotog b/n dell'aut.: Sylvain Norget. Logo Potlach: Ricky Butler. Copertina (part.), 3

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SUMMER LOVE: Addio al bruno e al biondo

Posted in Uncategorized by federico novaro on 18 settembre 2013

SUMMER_LOVE_NOVARO_5,16

Come forse sa chi segue FN, il sito, quest’estate, da metà luglio più o meno, ho cominciato a pubblicare una serie di post titolati SUMMER LOVE.

Volevo, nel calo estivo degli accessi e profittando del tempo che ciascuno ha in vacanza da poter dedicare a letture meno veloci del consueto, provarmi in un esperimento.

Costruire un racconto giorno per giorno -salvo il sabato e domenica-, costruirlo in pubblico.

SUMMER LOVE nasce da un ritrovamento: qualche anno fa mio marito -non ancora marito- ed io trovammo in un mercato dell’usato di Bruxelles, nascosto sotto la neve che era caduta il mattino, un album dei ricordi, un album di fotografie di una coppia di giovani uomini dell’inizio degli anni ’50.

Chi furono? Come decisero di rapprentarsi? Cosa sono gli album dei ricordi?

Queste alcune delle domande alle quali SUMMER LOVE, giorno per giorno, cerca di rispondere.

Non avendo altre indicazioni -leggo le pagine dell’album una per volta raccontandole- ho chiamato i due giovani uomini il Bruno e il Biondo, dal colore dei loro capelli.

SUMMER_LOVE_NOVARO_5,5

Ora siamo arrivati all’ottava pagina, e tutto cambia.

“[…] Ho ipotizzato per tutta l’estate e questo primo scorcio d’autunno che il bruno e il biondo costruissero con l’album un ricordo di sé –della coppia, del bruno e del biondo- che necessitava, per ragioni storiche, per carattere, per volontà, di una sorta di abrasione del mondo e del presente.

Mi era sembrato di vedere nel loro modo di costruirsi per il futuro delle ascendenze riconoscibili nei cicli pittorici medievali, nelle pale d’altare e nei fondali dei film della Disney loro contemporanei.

Loro e loro soltanto, attraverso i mesi e gli anni e i decenni sino alla fine della vita, un amore così fulgido da avere bisogno di brillare come pietra incorrotta, in uno spazio e in un tempo fuori dallo spazio e fuori dal tempo.

E poi oggi giro la pagina per fotografarla (la pratica prevede anche che io fotografi una pagina alla volta: una fotografia della pagina intera, protetta dal foglio di carta semitrasparente che protegge le stampe dall’abrasione della pagina opposta, e una fotografia di ogni immagine singola –è lì che inizio a vedere, ma l’indagine vera è poi fatta al computer, una volta lavorate le immagine per renderle più leggibili calibrando i contrasti e la saturazione, ingrandendole nel tentativo frustrato di trovare cose che non vedo a occhio nudo-) e la pagina che ho davanti mi presenta una folla di persone, fotografie quasi d’occasione –dov’è quel controllo che il bruno sembrava non poter smettere di esercitare nello scegliere le inquadrature, i fondali, le pose?- e sotto a ogni persona: un nome. […]”

 

Il Bruno e il Biondo non ci saranno più, ora hanno un nome.

Quale? Lo sapremo nella prossima puntata.

Qui l’ultima, in cui mi fermo un momento, per la seconda volta, a chiedermi: Cosa sto facendo?

In coda al post troverete tutti i link alle puntate precedenti.

SUMMER LOVE, solo su FN

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Christopher Isherwood / ADDIO A BERLINO. Adelphi 2013. (Recensione di Vito de Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 13 settembre 2013

Addio a Berlino
di Christopher Isherwood

traduzione di Laura Noulian
[responsabilità grafica non indicata]

cartaceo, brossura, sovracoperta incollata al dorso con alette: 252 pag.; 18€
Adelphi, Fabula 257 -Milano 2013

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Frontespizio (part.), 1

“Il sole splende, e Hitler è il padrone di questa città”, si conclude così Addio a Berlino, di Christopher Isherwood, e sicuramente non stiamo rovinando la sorpresa a nessuno, visto che l’opera, appena ripubblicata da Adelphi, racconta degli anni immediatamente precedenti all’ascesa del nazismo, concepita dallo scrittore inglese durante un soggiorno nella capitale tedesca dal 1930 al 1933 e pubblicata per la prima volta nel 1939.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso (part.), 1

Addio a Berlino deve essere sembrata una sorta di opera profetica, o un instant book ante litteram, per un’Inghilterra sonnacchiosa che, assieme al resto d’Europa, si accorse tardi delle conseguenze dell’ascesa al potere di Hitler. La presenza di uno scrittore, un testimone straniero, nella Berlino della Repubblica morente di Weimar, ha sicuramente costituito un vantaggio per la comprensione del clima e della situazione della Germania del periodo, una possibilità che forse solo un corrispondente poteva avere. Il libro di Isherwood nasce proprio così, come un tentativo di fotografare la situazione civile e politica della Berlino dal ’30 al ’33 senza giudicare, semplicemente esponendo i fatti: “Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa” esordisce Christopher, narratore di se stesso. Vediamo se questo è possibile.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 4

Addio a Berlino è il residuo di un’opera concepita e mai scritta, una sorta di grande romanzo sulla capitale tedesca pre-hitleriana, che avrebbe dovuto intitolarsi The Lost (I perduti). È un diario, composto durante il lungo soggiorno nella città, tra continui traslochi in pensioni che toccano tutti i gradi dal discreto al fatiscente, incontri casuali o insignificanti, amicizie dominate dalla malinconia o dall’apatia, vagabondaggi in una città enorme (“otto volte più grande di Parigi”), soste in bettole, bar e locali di cabaret che si potrebbero riassumere tutti in quello in cui cantava Marlene Dietrich nell’Angelo azzurro. Su tutto, sul racconto minimo e frammentario tipico dei diari, domina un clima, un’atmosfera onnipresente e immutabile, che è la vera protagonista del romanzo: l’inquietudine per qualcosa che non si conosce ma sta arrivando, una malinconia metropolitana che attanaglia più i cittadini berlinesi che il forestiero, che ha sempre una via di fuga.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Copertina, taglio verticale. (part.), 1

Durante il suo soggiorno, Christopher incontra delle persone così rappresentative di ciascun tipo antropologico da sembrare frutto di pura invenzione: i miseri Nowak e i ricchi ebrei Landauer, proprietari di grandi magazzini, Fräulein Schroeder, una pensionante che interpreta perfettamente il tipico personaggio di contorno, sospeso tra malignità e pietismo, e una ragazza che sembra proprio l’Angelo azzurro: Sally Bowles, cantante e ballerina di cabaret, avventuriera, ricca ragazza perduta e personaggio letterario già compiuto. Liza Minnelli l’avrebbe incarnata poi nel film Cabaret, tratto da questo libro, e a convincerci della sua reale esistenza è Stephen Spender nei suoi diari, Un mondo nel mondo, dove racconta della convivenza con Isherwood a Berlino: “Mentre aspettavo, uno o due dei personaggi dei suoi romanzi ancora a venire schizzavano fuori da una delle stanze. Poteva essere Bobby, il barista… oppure appariva Sally Bowles, i vestiti in disordine, le grandi onici dei suoi occhi frangiate da ciglia come rigidi fili smaltati in un viso scolpito nell’avorio. Christopher viveva in questo appartamento circondato dai modelli per le sue creature”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica no3 indicata]. Cop. (part.), 1

Dunque Berlino era davvero così, maestosamente grigia e angosciante, attraversata dal filo elettrico di un’euforia della catastrofe, e anche Sally Bowles, che “dava del tu a tutti e chiamava tutti gioia”, proprio come le adorabili svampite dei film, e se ci sembra tutto così ben sceneggiato è perché è l’unico modo in cui un’esperienza così smisurata diventa raccontabile. Isherwood architetta un diario per trasmettere l’imponderabile, e cioè la testimonianza di un’intera epoca, di un momento cruciale impossibile da isolare e analizzare, e lo fa “riducendo” la Storia alla sua, alle passeggiate anonime nella metropoli, alle risse da bar che in realtà rappresentano la battaglia tra nazisti e comunisti. E lo fa soprattutto attraverso i suoi personaggi, come la giovane Natalia, figlia dei Landauer, alla quale Christopher dovrebbe insegnare l’inglese. Natalia è il simbolo di tutti i ricchi ebrei tedeschi, abbastanza consapevoli della situazione da sapere di dover scappare, un giorno. E così impara un’altra lingua, cercando di esercitarla attraverso la perduta arte della conversazione aristocratica, con risultati teneramente comici: “A lei piace Heine? Sia molto sincero, preko” (sic) e “Non capisce? Allora mi dispiace, non posso aiutarla”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. risvolto di copertina, verso della q. di cop., carta di guardia (part.), 1

Se Natalia è in un certo senso il futuro, l’individuo che potrà avere come sola patria i soldi, suo cugino Bernhard è il presente, appartiene alla Germania prussiana che scomparirà proprio con la fine del nazismo: “Credo nella disciplina per me, non necessariamente per gli altri. Tu, Christopher, che hai alle spalle secoli di libertà anglosassone e la Magna Charta scolpita nel cuore, non capisci che noi, poveri barbari, necessitiamo della rigidità di un’uniforme per stare dritti in piedi”. Il rapporto nevrotico e circospetto tra Christopher e Bernhard, la loro storia d’amore impossibile, sembra la stessa che Isherwood ha con Berlino, perché Bernhard, con la sua severità interrotta da brevi bizzarrie, è Berlino: “…questi palazzi affermano la nostra dignità di capitale: un Parlamento, un paio di musei, una banca di Stato, una cattedrale, un teatro dell’opera, una dozzina di ambasciate, un arco di trionfo. Nulla è stato dimenticato. E sono tutte costruzioni pomposissime, appropriatissime, a eccezione della cattedrale, la cui architettura rivela quel lampo di isteria che sempre balugina dietro ogni grave, grigia facciata prussiana”.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Dorso e taglio superiore (part.), 1

La dichiarazione iniziale, “Io sono una macchina fotografica”, è quindi solo un inganno, un intento impossibile, un pretesto per arrivare da tutt’altra parte, come il McGuffin di Hitchcock. Le note di Isherwood sono un romanzo, che del diario ha solo la forma. Come ha dichiarato Brian Finney nel suo saggio sullo scrittore: “la distinzione tra invenzione e autobiografia in Isherwood è piuttosto un problema di tecnica”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Risvolto di copertina, prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Al di là delle questioni interne alla letteratura, perché dovremmo leggere oggi Addio a Berlino, a parte la giusta politica delle riedizioni dei classici? Che cosa può raccontare, che decine di altri libri e film altrettanto belli non ci abbiano già detto di quel periodo? Leggere oggi un romanzo del genere potrebbe essere una pura reazione nostalgica, la risposta a un eventuale interesse per un dato periodo di una certa città, interesse totalmente arbitrario e legittimo, come quello che spinse David Bowie, molti anni dopo Isherwood, a trasferirsi lì per produrre gli album più belli della sua carriera. Il fascino di Weimar, l’ambiguità e la breve stagione di libertà sessuale che vi si respirava, sembra la stessa che Bowie rappresentava negli anni ’70. Non è per cercare qualche difficile e nascosta bellezza che Isherwood prima, e Bowie con Iggy Pop dopo, fuggirono nella capitale tedesca, in controtendenza rispetto al Grand Tour tipico tra i loro antenati. Se lo scrittore inglese dovette assistere all’avvento del nazismo, Bowie trovò invece la città del Muro, ancora lontana dalla meta del pellegrinaggio cool di oggi. Quello che Berlino potè offrire all’uno e all’altro era l’anonimato, la possibilità di perdersi in una città “un po’ triste, molto grande” come cantava Lucio Dalla, di essere, in definitiva, privilegiati perché stranieri. Chissà che cosa si saranno detti, Isherwood e Bowie, quando si incontrarono dietro le quinte di un concerto del Duca Bianco a Los Angeles, nel 1976. Ne resta una traccia soltanto nelle allusioni di Bowie nelle interviste, e in una secca nota dei Diari di Isherwood: “Assieme a David Hockney sono andato al Forum di Ingelwood a vedere David Bowie. Ho incontrato lui e sua moglie Angie dietro le quinte dopo la performance”.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Risvolto di cop., verso della cop., prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Christopher Isherwood scelse Berlino dopo il suo netto rifiuto dell’Inghilterra, del perbenismo, della tradizione troppo pesante, e dopo averla lasciata, passando per una bizzarra convivenza collettiva a Sintra, in Portogallo, insieme a Spender e ai loro amanti, si trasferì con Auden in California, per sempre. Il sole eterno, le ville, i colori da quadro di Hockney, sembrano una scelta d’evasione, dopo le tenebre di una città (e di un continente) sull’orlo del precipizio. Allo stesso modo, l’angoscia che permea Addio a Berlino si scioglierà soltanto nell’estate del 1945, celebrata e raccontata in Un uomo solo, scritto nel 1964 e ambientato proprio in California. Qui Christopher è George, è invecchiato, è, letteralmente, un altro, e il suo racconto della fine della guerra sembra il sequel di Addio a Berlino, uno sfogo gioioso e liberatorio: “Lì, nell’intimità assoluta del chiasso e della folla, tu e la tua marchetta vi urlavate le avances preliminari. Si poteva flirtare, ma non battersi, non c’era nemmeno lo spazio per mollare uno schiaffo. Per questo, bisognava uscire. Oh, le risse sanguinose e il vomito sul ciglio della strada! I pugni volavano, le teste si sfondavano contro i paraurti delle auto in sosta! Lesbiche enormi, molto più torve degli uomini, decidevano tutto a cazzotti… Ragazze che si precipitavano giù dai loro appartamenti per trascinare qualche splendido giovane ubriaco in pericolo su per le scale, fino alla salvezza e alla prima colazione, servita a letto l’indomani mattina come un miracolo di gioia”. Il legame tra questi due romanzi e con le altre opere (come l’autobiografia ufficiale, Christopher e il suo mondo), la scelta costante del racconto in prima persona, la continuità storica quasi programmata tra un romanzo e l’altro, ci suggeriscono che dovremmo prendere il lavoro di Isherwood sempre per intero: il viaggio nella storia di un single man che ha deciso di auto-eleggersi, a forza di scrittura, testimone e voce del suo tempo.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Quarta di copertina (part.), 1

(chi ha pagato il libro? Allora: FN dice che lui ne ha comprato due copie. Una prima dell’estate, per fotografarla, una dopo l’estate, per fotografarla, in quanto non solo non si ricordava più di averla già comprata, ma anche non si ricordava più di averla già fotografata. La copia su cui Vito de Biasi ha condotto la sua Recensione FN non si ricorda più se De Biasi già ce l’avesse -ma non si sa, nel caso chi l’avesse pagata, probabilemnte lui medesimo De Biasi- o se invece gliel’ha fatta arrivare FN -nel caso via Amazon. Dove FN abbia comprato le due copie che s’è comprato per fotografarle non una ma due volte: non si ricorda. Probabilmente una alla Libreria Mondadori a Torino e l’altra forse pure; non sa, non ricorda)

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso, copertina. (part.), 1

Scheda bibliografica:

queer / letteratura anglo-americana / prime edizioni italiane
Addio a Berlino, di Christopher Isherwood
1. ed. – Milano : Adelphi. – 22 x 14 cm. – (Fabula – 257)
Noulian, Laura (trad. di)
“in copertina: Rudolf Schlichter, Tingeltangel (1919-1920) Collezione privata. © Mondadori Portfolio / akg images”
brossura, sovracoperta in carta opaca incollata al dorso
© 1939 Christopher Isherwood
@ 2013 Adelphi Edizioni S. P. A., Milano
tit. orig.: Goodbye to Berlin

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata].Taglio superiore (part.), 1

La recensione de Un mondo nel mondo, di Stephen Spender (Barbés 2009), di Vito de Biasi

La recensione de Il diario di Sintra (Barbés 2012), di Federico Boccaccini

La Segnalazione dell’uscita di Addio a Berlino, con l’indicazione delle edizioni precedenti, a cura di FN

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Colophon (part.), 2

Peter Cameron, IL WEEKEND / Adelphi 2013 (Segnalazione)

Posted in segnalazioni by federico novaro on 18 aprile 2013

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Copertina (part.), 5

È in libreria

Il weekend
(The Weekend)
di Peter Cameron

traduzione di Giuseppina Oneto
[responsabilità grafica e iconografica non indicata]

cartaceo, brossura con risvolti: 177 pag.; 16 €
Adelphi -Fabula 256, Milano 2013

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Copertina (part.), 1

Peter Cameron è l’Adelphi perfetto degli anni 2000. Levigato, d’un glamour sottotono, un vago -retrivo- afflato woolfiano, frasi evocative ma mai complesse. È un po’ la Vicki Baum dei giorni nostri. Gay in modo così elegante da non dar fastidio, per certi versi lo si può avvicinare a Michael Cunningam, anche se quest’ultimo è autore molto più mosso nelle forme e nella ricerca. Un libro di Cameron lo si aspetta come il ricordo di una festa alla quale non siamo andati ma che negli anni ci convinceremo che sì, ed era stata così bella. Certe volte sembra un po’ come se Barbie giocasse a fare Mrs Dalloway. Questo rende i libri di Cameron dei libri da pomeriggio, magari sul patio, s’un dondolo. Certi sono molto belli.

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Risvolto di quarta di cop., q. di cop., dorso, cop., risvolto di cop. (part.), 1

Paolo Armelli ne ha scritto molto bene su Liberlist, il suo blog bello assai.

“[…] Il weekend di Peter Cameron (edito da Adelphi), pur essendo stato pubblicato nel 1994, sotto molti punti di vista sembra un romanzo più compiuto, levigato e profondo del più recente Coral Glynn, che in confronto sembra più patinato, distaccato, in qualche modo insicuro. Per certi versi in questa breve opera degli esordi Cameron sembra più vicino alla sua vena letteraria più propria, quando parla di omosessualità, depressione, lutti, il legame fra arte e esistenza, vite irrisolte.

[…]

ciò che questo romanzo fa è parlare delle e alle esperienze che molti possono avere avuto: dice di come non possiamo lasciarci alle spalle i nostri morti, di quanto sia complicato convincerci che gli altri possano essere felici nonostante la nostra insofferenza o infelicità, di come siamo sempre troppo giovani, fragili o diversi per accettarci o essere accettati fino in fondo, di come una volta che alle nostre esistenze vogliamo far prendere delle curve poi difficilmente riusciremo a raddrizzarle o a farcele raddrizzare

[…]

Il weekend è una specie di storia che ti scortica e poi lascia la tua ferita lì, a bruciare e impolverarsi, mentre tu ti poni domande di cui non vorresti sapere le risposte troppo presto […]”

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Copertina, risvolto di copertina (part.), 1

L’Internazionale ha tradotto una brevissima recensione di Michael Dorris

“[…] Peter Cameron ha la rara capacità di prendere un fatto ordinario, un periodo di tempo in cui apparentemente non succede nulla di speciale, e investirlo di sentimento e di significato.

[…]

L’ombra lunga del passato s’intromette costantemente nel presente, e una forte tensione permea ogni incontro. Cameron è in grado di farci prendere profondamente a cuore questi personaggi, di farci sentire le loro sofferenze, i loro imbarazzi e le loro speranze. Il libro si legge d’un fiato e poi s’imprime nell’immaginazione. […]”

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Risvolto di quarta di copertina, q. di cop., cop., risv. di cop. (part.), 1

Francesca Magni ne ha scritto sul suo blog Letto fra noi

“[…]
La narrazione ha un andamento da pièce teatrale, piena di dialoghi di realistica bellezza. E ha l’acutezza di un film girato con passione per il particolare. Dopo le prime pagine in cui ancora ci si deve ambientare, ogni parola guida l’occhio dell’immaginazione su un dettaglio che diventa sostanza della situazione, del carattere di chi parla, dell’ambientazione

[…]

Credo si debba aver vissuto un po’ per cogliere l’indulgenza con cui Peter Cameron osserva le debolezze dei personaggi, gli errori, il loro procedere nella vita tentati talvolta, ciascuno a proprio modo, di cedere, di mollare il colpo e smettere di lottare, disillusi.

Mi viene da dire che sia un libro per chi ha passato i quarant’anni.[…]”

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Pagina dell'esergo (part.), 1

Ne ha scritto Marco Missiroli su Underworld:

“[…] Peter Cameron conosce di gran lunga i tre dettagli umani più pericolosi. Il primo, la tendenza al segreto. Cameron sa che l’evoluzione della specie si gioca tra chi mantiene un mistero e chi lo sparge al mondo. Custodire il silenzio fa invecchiare bene, ma non solo: fa amare meglio. E qui arriviamo al secondo codice dello scrittore newyorkese, l’illusione dei legami. Quando i cuori giurano devozione, ignorano che la stanchezza probabilmente li tradirà. È questione di tempo, e di spazio. Così si avvera la terza legge cameroniana: ogni luogo, compreso il più minuscolo, fa mutare traiettoria all’esistenza. Viaggiare porta il rischio di una rivoluzione, anche un fine settimana poco lontano mischia le carte del destino.

[…]

[Il Weekend] Ripete la magia del libro più celebre del narratore americano, Quella sera dorata, sia per l’atmosfera assolata, sia per un viaggio in certi luoghi d’infanzia che nascondono qualcosa di maledettamente adulto.

[…]

«È un libro nato in un modo particolare: inizialmente lo scrissi come un racconto breve. Ero soddisfatto del risultato, ma continuavo a pensare ai personaggi e piano piano mi resi conto che volevo esplorarli di più. Quindi ripresi la storia e ricominciai a riscrivere gli eventi in modo profondo e complesso. Mentre davo spazio alla narrazione, capii che il passato assumeva un’importanza fondamentale per i personaggi, allora decisi di strutturare il libro in modo che mi fosse consentito muovermi con disinvoltura tra ricordi e presente» [la fonte non è indicata]

[…]

«Nei miei romanzi cerco di includere un’abilità quasi sensuale con cui i personaggi si godono ogni aspetto della vita, è un tratto che mi sembra molto italiano. Insomma, c’è un po’ di voi in tutte le mie storie e questo potrebbe spiegare perché amo così tanto visitare l’Italia e perché i lettori italiani amino così tanto i miei libri. È un mistero grande e meraviglioso per me, ma mi rende molto felice. Forse i lettori italiani sono particolarmente sensibili agli argomenti che tratto — le relazioni tra amanti, amici e membri della famiglia?» [idem] […]”

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Verso del frontespizio (part.), 1

Ne ha scritto Pietro Cheli su Leiweb:

“[…] È semplice nella struttura, complesso nella profondità, Il weekend. Peter Cameron, con questo romanzo pubblicato nel 1994, mai tradotto in Italia e ancora perfetto, anzi universale, entra nella vita dei personaggi facendone sentire debolezze e fragilità. Lo scrittore americano è bravissimo a riempire di emozioni, crescenti pagina dopo pagina, momenti di grigia quotidianità. E, per di più, usando poche parole, ma perfette […]”

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Incipit (part.), 1

Su FN s’era trascritta le recensione a Un giorno questo dolore ti sarà utile, di Peter Cameron

(chi ha pagato il libro: FN, ma non si ricorda più in che libreria)

Peter Cameron, Il weekend. Adelphi edizioni 2013. [resp. grafiche non indicate]; alla cop.: Fairfield Porter: Sotto gli olmi, 1972 ©Pennsylvania Ac. of the fine arts. Colophon (part.), 1

Stephen Spender / UN MONDO NEL MONDO. Barbés 2009. (Recensione di Vito De Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 15 aprile 2013

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 3

Un mondo nel mondo
, di Stephen Spender fu pubblicato in Italia nel 1954 da Bompiani nella versione di Francesco Santoliquido; poi nel 1992 Il Mulino pubblicò la versione di Maria Luisa Bassi, col sottotitolo ricordi di poesia e politica 1928-1939. Nel 2009 Barbés la ripubblicò. FN nell’occasione pubblicò una nota di Camilla Valletti. Ora, a distanza di 3 anni, ecco la Recensione.

(Ma prima:

una grande questione che gira parlando di blog che si occupano di libri è: fanno vendere più libri? O meglio: fanno vendere di più quel libro del quale il blog si è occupato?

Qui su FN si pensa che sia una questione che interessi soltanto le case editrici, e che non dovrebbe in nulla interessare chi fa i blog; salvo questi non fossero pagati dalle case editrici, o dagli autori, o dalle cartiere o dai distributori, o dalle librerie o da chi in generale guadagna dalla vendita dei libri.

I libri -dicono le case editrici- stanno sui banconi lo spazio d’un mattino, quindi o tu blogger riesci a parlarne all’inizio di quel mattino, oppure sei zero.

FN se ne frega. Il tentativo qui è attraverso voci diverse, di dare conto di titoli che vengono ritenuti importanti e che se arriviamo a parlarne alla sera, molto lontani da quel mattino: pazienza. I tempi del ragionamento, della lettura, della scrittura, non sono quelli che piacerebbero alle grandi case editrici e compagnia. Pazienza.

Qui poi Recensiamo un libro molto bello, molto interessante, uscito quattro anni fa, da una casa editrice che nel frattempo ha pure cessato di esistere.
Per questo non dovremmo parlarne? No.

Nell’occasione FN dà il benvenuto a Vito De Biasi, che con questa Recensione inizia la sua collaborazione con FN: Evviva!)

(per aggiungere tempi differiti a tempi differiti, le illustrazioni di questo post non sono, come di consueto, fotografie dell’edizione più recente, ma di quella precedente: Il Mulino, 1992)

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Dorso di sovracoperta (part.), 1

Un mondo nel mondo

(World Within World. The Autobiography of Stephen Spender)
Stephen Spender

traduzione di Maria Luisa Bassi
prefazione di Matthew Spender
sovracoperta di Alberto Bernini

300 p.; brossura
Barbés -Intersections, Firenze 2009

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 1

“Spender è un sentimentale”. La sentenza di Giorgio Manganelli, nelle sue note sulla poesia di Stephen Spender, è di quelle senza appello. Quella “intemerata onestà, francamente melodrammatica” che lo scrittore italiano trovava nei versi del poeta inglese si presenta anche, con un misto di coraggio e prudenza, nella sua autobiografia, Un mondo nel mondo, pubblicata in Inghilterra nel 1951.

La sua ultima edizione italiana, del 2009, è quella di Barbès, che ha poi proseguito con l’indagine su Stephen e il suo mondo (per parafrasare il titolo dell’autobiografia di Isherwood) con la recente pubblicazione dei Diari di Sintra, avventura emotiva e civile del gruppo dei cosiddetti scrittori degli anni Trenta (Auden, Isherwood, Spender).

A differenza della polifonia di quei diari collettivi, Un mondo nel mondo è, come ogni autobiografia, a una sola voce, e, come ogni racconto da sé e su di sé, un intrigo dove è difficile separare il vero dalla fiction, la “intemerata onestà” dalla prudente omissione. D’altronde, al di là della pura aneddotica, fin troppo vicina allo spiare da un buco della serratura privilegiato, indicatoci dallo stesso spiato, ciò che è principale motivo di appassionamento in un’autobiografia è proprio questo: mettere alla prova il testo con altri che lo contraddicano, che ci discutano, fino a rivelarne la natura di fiction, tanto quanto un romanzo.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pagina dell'occhiello (part.), 1

Spender, come racconta il figlio Matthew nella puntuale prefazione, scrive questa autobiografia all’inizio degli anni ’50, e racconta con naturalezza di relazioni anche omosessuali, in un tempo in cui erano ancora considerate un reato (la legge inglese avrebbe depenalizzato l’omosessualità soltanto nel 1967).
Oltre al coraggio di questa scelta, dobbiamo segnalare una circostanza interessante: l’autore comincia a scrivere la sua storia a soli 38 anni, età prematura per un’autobiografia. Chi di noi è pronto a tirare le somme a quell’età? L’urgenza di scrivere, di testimoniare, sembra più storica che personale, più ansiosa di trovare le radici del presente in un passato vissuto sulla propria pelle.

In piena Guerra fredda, Stephen Spender decide dunque di rievocare la contrapposizione tra fascismo e repubblicanesimo durante la Guerra civile spagnola del 1936, l’avventura di chi, come lui, si scoprì antifascista pur rifiutando il comunismo stalinista. Oltre al coraggio di raccontare amori omosessuali in epoca di clandestinità, il merito non trascurabile di questo resoconto è anche quello di descrivere una posizione intellettuale maturata durante una lotta fratricida, che avrebbe deciso i destini dell’Europa degli anni ’40. Una posizione critica, che non cede ai manicheismi da Guerra fredda che hanno limitato il pensiero di molti pensatori dell’epoca: “Io non scelgo l’America o la Russia, io le giudico”, dove nei corsivi dell’autore è segnata nettamente una differenza tra intellettuali organici e intellettuali tout court.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Frontespizio (part.), 1

Al di là della ricostruzione di un clima politico e culturale, che è la parte che oggi ci arriva in maniera più sbiadita, necessariamente datata, è il racconto delle emozioni a costituire il nucleo critico dell’autobiografia, di qualunque autobiografia. È nel rendiconto delle proprie relazioni sentimentali che meglio si esprime il conflitto tra presunta sincerità davanti al lettore e protezione di sé. In breve, se Spender è anche troppo sincero, in senso manganelliano, quando parla delle sue idee, delle sue amicizie, dei suoi viaggi, quando parla d’amore, forse, mente.

Sgombriamo il campo da un equivoco, la menzogna è qui intesa come l’unica realtà possibile all’interno della letteratura, soprattutto se si parla di sentimenti viscerali come l’amore, per il quale la sincerità è un metro di giudizio nullo, semplicemente perché è inapplicabile. Amore e menzogna, in letteratura, sono le uniche due grandezze comparabili.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 23 (part.), 1

Nel 1933, Stephen Spender incontra Tony Hyndman, un gallese dai capelli biondi appartenente alla classe operaia, bello e vivace, che sopperisce alla mancanza di mezzi con un fascino che attrarrà lo scrittore.
Tony, che conosciamo dai Diari di Sintra, nelle memorie di Spender diventa “Jimmy Younger”. Probabilmente per proteggerlo da uno scandalo all’epoca dell’uscita del libro, Spender dà un nome falso al suo amore sincero, nonostante dichiari “Io do all’eroe e ai personaggi i loro veri nomi e attributi”.
Perché Tony è l’unico ad avere un nome falso in tutto il racconto? Che cosa ci dice che la sincerità non sia venuta meno anche su qualche altro aspetto? Un’altra importante omissione nel racconto di una vita è proprio l’anno trascorso a Sintra, in Portogallo, dove Spender e Hyndman si rifugeranno con Isherwood, il suo amante, e altri amici, nel tentativo di costruire una Utopia dove vivere per sempre (ci resteranno meno di un anno).

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 2 delle tavole fuori testo (part.), 1

Fuori dal racconto, ma legato a questo, c’è poi la causa intentata da Spender contro David Leavitt, che aveva “plagiato” un episodio della vita di Stephen per scriverci un intero romanzo, Mentre l’Inghilterra dorme, dove si racconta qualcosa che Un mondo nel mondo riferisce invece in maniera ambigua: Jimmy decide di partecipare alla Guerra civile spagnola a sostegno delle truppe repubblicane, dopo la delusione della storia d’amore fallita con Spender. Imprigionato con l’accusa di aver disertato, il ragazzo rischia di essere giustiziato, e per questo Spender, nonostante nel frattempo si sia legato a una donna, parte per la Spagna come corrispondente. Se il motivo sia per aiutare Jimmy a evitare un processo e una eventuale sentenza, o per partecipare attivamente alla guerra, non è dato sapere.

Probabilmente, Spender è sincero dove conta, quando si tratta della sua storia d’amore con Hyndman: “le differenze di classe e interessi tra Jimmy e me fornivano un elemento di mistero, che ammontava quasi a una differenza di sesso. Ero innamorato, per così dire, del suo retroterra sociale, del suo servizio militare, della sua famiglia operaia. Niente mi commuoveva come sentirlo raccontare storie di strada di Cardiff”, con buona pace di chi crede che l’amore sia un sentimento che nasce e resta puro, libero da ideologie personali e sociali.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 3 delle tavole fuori testo (part.), 1

Al piccolo inferno della coppia omosessuale, che Spender vive oscillando tra senso di colpa e senso di costrizione, non corrisponde l’inferno della coppia eterosessuale.
Nel racconto dei suoi due matrimoni, Spender è molto più sereno, quasi idilliaco, di quanto non sia nei confronti di Jimmy o di altri incontrati prima e dopo. Il motivo di questa disparità di animo non è nella fedele descrizione delle circostanze, ma nella convinzione delle sue idee: la relazione con Jimmy sembra tormentata, mentre i due matrimoni, nonostante il primo termini con un divorzio, sembrano felici perché Spender è convinto di questo: affinché una relazione duri, tra due persone deve esserci un enigma permanente, cosa impossibile tra due uomini, resi troppo simili dal sesso.

Ancora una volta, non ci interessa cosa sia successo veramente, né come sia andata con il suo secondo matrimonio (cui pure Tony Hyndman fece da testimone), quello che importa è come la “sincerità” dell’autobiografo sia indirizzata secondo le opportunità, come atto dimostrativo di pensieri e convinzioni. È la candida omissione di verità, la sfumatura sulla finzione, che dovrebbe interessare un lettore che non si accontenti dell’aneddoto.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 5 delle tavole fuori testo (part.), 1

Mettendo a nudo con semplicità le sue debolezze, Spender eccelle in qualcosa che non è il racconto delle idee, né quello degli amori: è l’arte dell’incontro.
Da sempre l’autore è indicato come l’angolo in ombra di un triangolo illustre, quello formato con Christopher Isherwood, il Romanziere, e Wystan Hugh Auden, il Poeta.
E a Spender che regno resta, nel mondo della letteratura spartito dai grandi del suo tempo e della sua terra? Proprio l’autobiografia romanzata, una sensibilità pronunciata nel raccontare i caratteri, i dettagli prosaici che si riempiono di significato come nei grandi romanzi: i digiuni febbrili di Isherwood a Berlino, la voce acuta e lo “strabismo vigile” di Auden, i sigari, l’ironia divertita, i silenzi di Virginia Woolf, la cortesia da manicomio di Ezra Pound, Thomas Eliot che si aggiunge gli anni, la pancia prominente di Yeats alla fine della vita.

A interessare davvero, di Un mondo nel mondo, è “l’ideologia umanistica”, come la chiama Manganelli: quell’interesse per gli esseri umani eccezionali, talmente grandi da significare qualcosa di più di se stessi. Un interesse appassionato che fa di Spender un testimone eccellente, un cronista acuto cui forse manca il coraggio di fare un passo deciso verso la menzogna totale del romanzo. È lui stesso, quasi in chiusura di oltre 560 pagine di racconto, a scrivere: “rileggendo quanto ho scritto, mi chiedo se non avrei fatto meglio a scrivere la mia autobiografia in forma di romanzo”, cogliendo forse l’ironia di uno scacco: quello di volersi raccontare con sincerità.


(Vito De Biasi scrive per il web. Si interessa di arte, letteratura, cinema, moda. Ha scritto di arte contemporanea, fotografia e serie tv. Legge più che può)

(chi ha pagato il libro? La copia di Barbés sulla quale De Biasi ha condotto la sua Recensione è stata pagata dallo stesso De Biasi; la copia fotografata l’ha pagata FN)

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 2

Il Diario di Sintra è stato recensito per FN da Federico Boccaccini

Qui la Segnalazione, con molti link
Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Sovracoperta, recto (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di sovracoperta, dorso, prima di sovracop. (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di sovracoperta (part.), 2Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di copertina, dorso, p. di cop. (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Dorso e prima di sovracoperta (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Risvolto della quarta di sovracoperta (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Colophon (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. incipit (part.), 1

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