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Tatamkhulu Afrika / PARADISO AMARO. Playground 2006 e 2013. (Recensione di Vito De Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 29 gennaio 2014

Paradiso amaro
(Bitter Eden)
di Tatamkhulu Afrika

traduzione di Monica Pavani

(per l’edizione 2006, qui fotografata)
progetto grafico di Giovanna Durì
impaginazione di Cristina Cosi

cartaceo, brossura con alette, 204 pag.; 13 €
Playground -Madrelingua gay, Roma 2006

(per l’edizione 2013)
progetto grafico di Federico Borghi
cartaceo, brossura con alette, 224 pag.; 15€
Playground, Roma 2013

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Incipit (part.), 1

Chissà se Tatamkhulu Afrika ha mai letto Primo Levi, e chissà che cosa ne possa aver pensato. È una curiosità legittima, visto il tema evidente di Paradiso amaro, la storia di tre uomini rinchiusi nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale. Il richiamo a Primo Levi è forse troppo istintivo, perché i libri sulla prigionia del chimico torinese e l’opera dello scrittore sudafricano smettono subito di somigliarsi.
La differenza principale è nella convinzione di fondo che anima le loro testimonianze: entrambi prigionieri, per diversi motivi, nei campi di concentramento tedeschi durante la guerra, raccontano la loro esperienza usando tecniche diverse mosse da filosofie opposte. Tanto le memorie di Levi sono lucide, e per questo filosoficamente disperate, quanto il resoconto di Afrika è romanzesco, e riesce a concepire l’amore anche in un campo di concentramento.

Potremmo invertire i termini della nostra curiosità, e domandarci, passando dal probabile all’impossibile, che cosa avrebbe pensato lo scrittore italiano di una storia di annientamento dell’umano che si accende di una speranza inimmaginabile, scritta da un poeta sudafricano nell’ultima fase della sua vita. Paradiso amaro è infatti ispirato alle reali esperienze di prigionia dell’autore, scritto nel 2002 a 82 anni e rieditato da Playground nel 2013, dopo una prima edizione nel 2006.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina (part.), 2

Tom Smith, il protagonista e voce narrante, vive una tranquilla vecchiaia con sua moglie, quando si vede recapitare due lettere e un pacco che gli riporteranno alla mente le esperienze nei campi di concentramento durante la guerra, quando fu fatto prigioniero dai tedeschi. È durante quel periodo che incontra altri due soldati prigionieri, Douglas, un infermiere che si legherà a lui in maniera soffocante, e Danny, un pugile inglese verso il quale svilupperà una recalcitrante attrazione.
Il romanzesco di Afrika, così diverso dalle nude riflessioni di Levi, non risparmia comunque ruvide descrizioni delle condizioni di vita dei prigionieri di un campo: la perdita della dignità, l’eccessiva vicinanza degli altri corpi, la promiscuità forzata che accede all’intimità con l’altrui carne, l’umiltà della condizione di corpo-cosa, che secerne liquidi e disperazioni.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina, risvolto di cop. (part.), 1

Un aspetto che invece si ritrova in tutta la memorialistica e i romanzi sui campi di concentramento, è la descrizione minuziosa di un fenomeno inconcepibile per gli “estranei” all’esperienza: la ricreazione di un microcosmo con le sue assurde leggi interne, laddove ci si aspetta che regni il nulla o il caos.
Il campo di prigionia diventa per Tom e per gli altri una sorta di rifugio inconfessabile, un ordine, malgrado tutto, che si ha paura di rompere. Mentre la guerra infuria intorno a loro, i prigionieri vengono trasportati dal Nord Africa in Italia, e da lì in Germania, e il trascorrere delle stagioni, l’alternarsi della fame e della sazietà, della paura e di una specie di serenità, fa somigliare la loro esistenza a una normalità allucinata. Non manca nemmeno la gelosia, proprio perché a scorrere sotto tutto, come un fiume carsico che emerge quando la disperazione primaria è sospesa, è il desiderio. Quello di Douglas per Tom, e quello di Tom per Danny, un indecifrabile sbruffone col quale avrà un’amicizia fatta di frasi brusche e ruvide gentilezze.

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Copertina (part.), 1

Il desiderio sembra impossibile in quel luogo e in quel tempo, e non a caso Tom troverà un modo per rivelarsi attraverso la recitazione, grazie a una scalcinata compagnia teatrale messa in piedi dai prigionieri del campo. È attraverso la maschera teatrale, il trucco e i costumi di Lady Macbeth, che incredibilmente si ritrova a interpretare, che Tom si libera, esprimendo non una semplice sessualità, ma un modo di essere, nelle pagine forse più belle del romanzo: “…assaporo la dolcezza del potere e l’amarezza del suo decadimento, ma la scenografia, con le sue intimidazioni di torrette e pietra medievale, non mi racchiude più, avvolto come sono da un’eterna oscurità, finché sul palco non c’è una donna, come non c’è un uomo, solo una paura androgina che comunque non accenna a pentirsi”.
Dopo quell’epifania mediata dalla finzione scenica, niente sarà più lo stesso, proprio perché la paura androgina del desiderio non accenna a pentirsi. È questo il momento della deflagrazione, il punto di crisi dopo il quale le cose saranno possibili: il superamento di ogni paura, della morte come dell’amore.

Il paradiso amaro è il campo di concentramento che si ha paura ad abbandonare, perché in quel microcosmo dalle leggi mute e assurde tutto sembra possibile, al riparo dalla vita: “ogni baracca è di più, molto più di questo. Come qualsiasi forma umana, ha anche un suo spirito, individuale e unico, composto del sudore, dello sperma, del sangue, delle paure, delle speranze, delle follie o profondità, dei duecento di noi, distribuiti negli spazi calcolati al millimetro di ogni baracca. … È questo spirito che mi abbraccia, e che attirandomi nei vari fetori dei suoi tanti inguini, riesce a farmi indovinare che questa è la nostra baracca prima ancora che mi venga tolta la benda; e questo spirito mi sta venendo incontro anche adesso… ed è chiassoso, e immorale, eppure curiosamente consolante, come riesce a esserlo anche la casa più scomoda”.

Anche in un inferno confortevole come questo, in un mondo a parte popolato di uomini con un filo di vita, sembra possibile una forma d’amore, fosse anche quello non dettato dal destino o da una scelta, ma dalla disperazione dei corpi contigui sull’orlo dell’annientamento.

[Vito De Biasi]

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Quarta di copertina (part.), 1

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Risvolto di copertina (part.), 1

Paradiso amaro, di Tatamkhulu Afrika, Playground 2006. Progetto grafico: Giovanna Durì; impaginazione Cristina Cosi. Totale di copertina (part.), 1

(chi ha pagato il libro? Dipende: la copia sulla quale Vito De Biasi ha condotto la sua lettura l’ha pagata FN e gliel’ha fatta arrivare via Amazon; quella fotografata da FN non si ricorda più, però essendo che in casa ne ha reperito due copie è possibile che una l’avesse comprata lui e l’altra gliel’avesse mandata la casa editrice Playground, ma è solo una supposizione) (dài, son passati 7 anni!)

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Christopher Isherwood / ADDIO A BERLINO. Adelphi 2013. (Recensione di Vito de Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 13 settembre 2013

Addio a Berlino
di Christopher Isherwood

traduzione di Laura Noulian
[responsabilità grafica non indicata]

cartaceo, brossura, sovracoperta incollata al dorso con alette: 252 pag.; 18€
Adelphi, Fabula 257 -Milano 2013

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Frontespizio (part.), 1

“Il sole splende, e Hitler è il padrone di questa città”, si conclude così Addio a Berlino, di Christopher Isherwood, e sicuramente non stiamo rovinando la sorpresa a nessuno, visto che l’opera, appena ripubblicata da Adelphi, racconta degli anni immediatamente precedenti all’ascesa del nazismo, concepita dallo scrittore inglese durante un soggiorno nella capitale tedesca dal 1930 al 1933 e pubblicata per la prima volta nel 1939.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso (part.), 1

Addio a Berlino deve essere sembrata una sorta di opera profetica, o un instant book ante litteram, per un’Inghilterra sonnacchiosa che, assieme al resto d’Europa, si accorse tardi delle conseguenze dell’ascesa al potere di Hitler. La presenza di uno scrittore, un testimone straniero, nella Berlino della Repubblica morente di Weimar, ha sicuramente costituito un vantaggio per la comprensione del clima e della situazione della Germania del periodo, una possibilità che forse solo un corrispondente poteva avere. Il libro di Isherwood nasce proprio così, come un tentativo di fotografare la situazione civile e politica della Berlino dal ’30 al ’33 senza giudicare, semplicemente esponendo i fatti: “Io sono una macchina fotografica con l’obiettivo aperto, completamente passiva, che registra e non pensa” esordisce Christopher, narratore di se stesso. Vediamo se questo è possibile.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Cop. (part.), 4

Addio a Berlino è il residuo di un’opera concepita e mai scritta, una sorta di grande romanzo sulla capitale tedesca pre-hitleriana, che avrebbe dovuto intitolarsi The Lost (I perduti). È un diario, composto durante il lungo soggiorno nella città, tra continui traslochi in pensioni che toccano tutti i gradi dal discreto al fatiscente, incontri casuali o insignificanti, amicizie dominate dalla malinconia o dall’apatia, vagabondaggi in una città enorme (“otto volte più grande di Parigi”), soste in bettole, bar e locali di cabaret che si potrebbero riassumere tutti in quello in cui cantava Marlene Dietrich nell’Angelo azzurro. Su tutto, sul racconto minimo e frammentario tipico dei diari, domina un clima, un’atmosfera onnipresente e immutabile, che è la vera protagonista del romanzo: l’inquietudine per qualcosa che non si conosce ma sta arrivando, una malinconia metropolitana che attanaglia più i cittadini berlinesi che il forestiero, che ha sempre una via di fuga.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Copertina, taglio verticale. (part.), 1

Durante il suo soggiorno, Christopher incontra delle persone così rappresentative di ciascun tipo antropologico da sembrare frutto di pura invenzione: i miseri Nowak e i ricchi ebrei Landauer, proprietari di grandi magazzini, Fräulein Schroeder, una pensionante che interpreta perfettamente il tipico personaggio di contorno, sospeso tra malignità e pietismo, e una ragazza che sembra proprio l’Angelo azzurro: Sally Bowles, cantante e ballerina di cabaret, avventuriera, ricca ragazza perduta e personaggio letterario già compiuto. Liza Minnelli l’avrebbe incarnata poi nel film Cabaret, tratto da questo libro, e a convincerci della sua reale esistenza è Stephen Spender nei suoi diari, Un mondo nel mondo, dove racconta della convivenza con Isherwood a Berlino: “Mentre aspettavo, uno o due dei personaggi dei suoi romanzi ancora a venire schizzavano fuori da una delle stanze. Poteva essere Bobby, il barista… oppure appariva Sally Bowles, i vestiti in disordine, le grandi onici dei suoi occhi frangiate da ciglia come rigidi fili smaltati in un viso scolpito nell’avorio. Christopher viveva in questo appartamento circondato dai modelli per le sue creature”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica no3 indicata]. Cop. (part.), 1

Dunque Berlino era davvero così, maestosamente grigia e angosciante, attraversata dal filo elettrico di un’euforia della catastrofe, e anche Sally Bowles, che “dava del tu a tutti e chiamava tutti gioia”, proprio come le adorabili svampite dei film, e se ci sembra tutto così ben sceneggiato è perché è l’unico modo in cui un’esperienza così smisurata diventa raccontabile. Isherwood architetta un diario per trasmettere l’imponderabile, e cioè la testimonianza di un’intera epoca, di un momento cruciale impossibile da isolare e analizzare, e lo fa “riducendo” la Storia alla sua, alle passeggiate anonime nella metropoli, alle risse da bar che in realtà rappresentano la battaglia tra nazisti e comunisti. E lo fa soprattutto attraverso i suoi personaggi, come la giovane Natalia, figlia dei Landauer, alla quale Christopher dovrebbe insegnare l’inglese. Natalia è il simbolo di tutti i ricchi ebrei tedeschi, abbastanza consapevoli della situazione da sapere di dover scappare, un giorno. E così impara un’altra lingua, cercando di esercitarla attraverso la perduta arte della conversazione aristocratica, con risultati teneramente comici: “A lei piace Heine? Sia molto sincero, preko” (sic) e “Non capisce? Allora mi dispiace, non posso aiutarla”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. risvolto di copertina, verso della q. di cop., carta di guardia (part.), 1

Se Natalia è in un certo senso il futuro, l’individuo che potrà avere come sola patria i soldi, suo cugino Bernhard è il presente, appartiene alla Germania prussiana che scomparirà proprio con la fine del nazismo: “Credo nella disciplina per me, non necessariamente per gli altri. Tu, Christopher, che hai alle spalle secoli di libertà anglosassone e la Magna Charta scolpita nel cuore, non capisci che noi, poveri barbari, necessitiamo della rigidità di un’uniforme per stare dritti in piedi”. Il rapporto nevrotico e circospetto tra Christopher e Bernhard, la loro storia d’amore impossibile, sembra la stessa che Isherwood ha con Berlino, perché Bernhard, con la sua severità interrotta da brevi bizzarrie, è Berlino: “…questi palazzi affermano la nostra dignità di capitale: un Parlamento, un paio di musei, una banca di Stato, una cattedrale, un teatro dell’opera, una dozzina di ambasciate, un arco di trionfo. Nulla è stato dimenticato. E sono tutte costruzioni pomposissime, appropriatissime, a eccezione della cattedrale, la cui architettura rivela quel lampo di isteria che sempre balugina dietro ogni grave, grigia facciata prussiana”.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Dorso e taglio superiore (part.), 1

La dichiarazione iniziale, “Io sono una macchina fotografica”, è quindi solo un inganno, un intento impossibile, un pretesto per arrivare da tutt’altra parte, come il McGuffin di Hitchcock. Le note di Isherwood sono un romanzo, che del diario ha solo la forma. Come ha dichiarato Brian Finney nel suo saggio sullo scrittore: “la distinzione tra invenzione e autobiografia in Isherwood è piuttosto un problema di tecnica”.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata]. Risvolto di copertina, prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Al di là delle questioni interne alla letteratura, perché dovremmo leggere oggi Addio a Berlino, a parte la giusta politica delle riedizioni dei classici? Che cosa può raccontare, che decine di altri libri e film altrettanto belli non ci abbiano già detto di quel periodo? Leggere oggi un romanzo del genere potrebbe essere una pura reazione nostalgica, la risposta a un eventuale interesse per un dato periodo di una certa città, interesse totalmente arbitrario e legittimo, come quello che spinse David Bowie, molti anni dopo Isherwood, a trasferirsi lì per produrre gli album più belli della sua carriera. Il fascino di Weimar, l’ambiguità e la breve stagione di libertà sessuale che vi si respirava, sembra la stessa che Bowie rappresentava negli anni ’70. Non è per cercare qualche difficile e nascosta bellezza che Isherwood prima, e Bowie con Iggy Pop dopo, fuggirono nella capitale tedesca, in controtendenza rispetto al Grand Tour tipico tra i loro antenati. Se lo scrittore inglese dovette assistere all’avvento del nazismo, Bowie trovò invece la città del Muro, ancora lontana dalla meta del pellegrinaggio cool di oggi. Quello che Berlino potè offrire all’uno e all’altro era l’anonimato, la possibilità di perdersi in una città “un po’ triste, molto grande” come cantava Lucio Dalla, di essere, in definitiva, privilegiati perché stranieri. Chissà che cosa si saranno detti, Isherwood e Bowie, quando si incontrarono dietro le quinte di un concerto del Duca Bianco a Los Angeles, nel 1976. Ne resta una traccia soltanto nelle allusioni di Bowie nelle interviste, e in una secca nota dei Diari di Isherwood: “Assieme a David Hockney sono andato al Forum di Ingelwood a vedere David Bowie. Ho incontrato lui e sua moglie Angie dietro le quinte dopo la performance”.

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Risvolto di cop., verso della cop., prima e seconda carta di guardia (part.), 1

Christopher Isherwood scelse Berlino dopo il suo netto rifiuto dell’Inghilterra, del perbenismo, della tradizione troppo pesante, e dopo averla lasciata, passando per una bizzarra convivenza collettiva a Sintra, in Portogallo, insieme a Spender e ai loro amanti, si trasferì con Auden in California, per sempre. Il sole eterno, le ville, i colori da quadro di Hockney, sembrano una scelta d’evasione, dopo le tenebre di una città (e di un continente) sull’orlo del precipizio. Allo stesso modo, l’angoscia che permea Addio a Berlino si scioglierà soltanto nell’estate del 1945, celebrata e raccontata in Un uomo solo, scritto nel 1964 e ambientato proprio in California. Qui Christopher è George, è invecchiato, è, letteralmente, un altro, e il suo racconto della fine della guerra sembra il sequel di Addio a Berlino, uno sfogo gioioso e liberatorio: “Lì, nell’intimità assoluta del chiasso e della folla, tu e la tua marchetta vi urlavate le avances preliminari. Si poteva flirtare, ma non battersi, non c’era nemmeno lo spazio per mollare uno schiaffo. Per questo, bisognava uscire. Oh, le risse sanguinose e il vomito sul ciglio della strada! I pugni volavano, le teste si sfondavano contro i paraurti delle auto in sosta! Lesbiche enormi, molto più torve degli uomini, decidevano tutto a cazzotti… Ragazze che si precipitavano giù dai loro appartamenti per trascinare qualche splendido giovane ubriaco in pericolo su per le scale, fino alla salvezza e alla prima colazione, servita a letto l’indomani mattina come un miracolo di gioia”. Il legame tra questi due romanzi e con le altre opere (come l’autobiografia ufficiale, Christopher e il suo mondo), la scelta costante del racconto in prima persona, la continuità storica quasi programmata tra un romanzo e l’altro, ci suggeriscono che dovremmo prendere il lavoro di Isherwood sempre per intero: il viaggio nella storia di un single man che ha deciso di auto-eleggersi, a forza di scrittura, testimone e voce del suo tempo.

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Quarta di copertina (part.), 1

(chi ha pagato il libro? Allora: FN dice che lui ne ha comprato due copie. Una prima dell’estate, per fotografarla, una dopo l’estate, per fotografarla, in quanto non solo non si ricordava più di averla già comprata, ma anche non si ricordava più di averla già fotografata. La copia su cui Vito de Biasi ha condotto la sua Recensione FN non si ricorda più se De Biasi già ce l’avesse -ma non si sa, nel caso chi l’avesse pagata, probabilemnte lui medesimo De Biasi- o se invece gliel’ha fatta arrivare FN -nel caso via Amazon. Dove FN abbia comprato le due copie che s’è comprato per fotografarle non una ma due volte: non si ricorda. Probabilmente una alla Libreria Mondadori a Torino e l’altra forse pure; non sa, non ricorda)

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [resp. grafica non indicata]. Dorso, copertina. (part.), 1

Scheda bibliografica:

queer / letteratura anglo-americana / prime edizioni italiane
Addio a Berlino, di Christopher Isherwood
1. ed. – Milano : Adelphi. – 22 x 14 cm. – (Fabula – 257)
Noulian, Laura (trad. di)
“in copertina: Rudolf Schlichter, Tingeltangel (1919-1920) Collezione privata. © Mondadori Portfolio / akg images”
brossura, sovracoperta in carta opaca incollata al dorso
© 1939 Christopher Isherwood
@ 2013 Adelphi Edizioni S. P. A., Milano
tit. orig.: Goodbye to Berlin

Christopher Isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. [responsabilità grafica non indicata].Taglio superiore (part.), 1

La recensione de Un mondo nel mondo, di Stephen Spender (Barbés 2009), di Vito de Biasi

La recensione de Il diario di Sintra (Barbés 2012), di Federico Boccaccini

La Segnalazione dell’uscita di Addio a Berlino, con l’indicazione delle edizioni precedenti, a cura di FN

Christopher isherwood, Addio a Berlino. Adelphi 2013. Colophon (part.), 2

Stephen Spender / UN MONDO NEL MONDO. Barbés 2009. (Recensione di Vito De Biasi)

Posted in recensioni by federico novaro on 15 aprile 2013

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 3

Un mondo nel mondo
, di Stephen Spender fu pubblicato in Italia nel 1954 da Bompiani nella versione di Francesco Santoliquido; poi nel 1992 Il Mulino pubblicò la versione di Maria Luisa Bassi, col sottotitolo ricordi di poesia e politica 1928-1939. Nel 2009 Barbés la ripubblicò. FN nell’occasione pubblicò una nota di Camilla Valletti. Ora, a distanza di 3 anni, ecco la Recensione.

(Ma prima:

una grande questione che gira parlando di blog che si occupano di libri è: fanno vendere più libri? O meglio: fanno vendere di più quel libro del quale il blog si è occupato?

Qui su FN si pensa che sia una questione che interessi soltanto le case editrici, e che non dovrebbe in nulla interessare chi fa i blog; salvo questi non fossero pagati dalle case editrici, o dagli autori, o dalle cartiere o dai distributori, o dalle librerie o da chi in generale guadagna dalla vendita dei libri.

I libri -dicono le case editrici- stanno sui banconi lo spazio d’un mattino, quindi o tu blogger riesci a parlarne all’inizio di quel mattino, oppure sei zero.

FN se ne frega. Il tentativo qui è attraverso voci diverse, di dare conto di titoli che vengono ritenuti importanti e che se arriviamo a parlarne alla sera, molto lontani da quel mattino: pazienza. I tempi del ragionamento, della lettura, della scrittura, non sono quelli che piacerebbero alle grandi case editrici e compagnia. Pazienza.

Qui poi Recensiamo un libro molto bello, molto interessante, uscito quattro anni fa, da una casa editrice che nel frattempo ha pure cessato di esistere.
Per questo non dovremmo parlarne? No.

Nell’occasione FN dà il benvenuto a Vito De Biasi, che con questa Recensione inizia la sua collaborazione con FN: Evviva!)

(per aggiungere tempi differiti a tempi differiti, le illustrazioni di questo post non sono, come di consueto, fotografie dell’edizione più recente, ma di quella precedente: Il Mulino, 1992)

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Dorso di sovracoperta (part.), 1

Un mondo nel mondo

(World Within World. The Autobiography of Stephen Spender)
Stephen Spender

traduzione di Maria Luisa Bassi
prefazione di Matthew Spender
sovracoperta di Alberto Bernini

300 p.; brossura
Barbés -Intersections, Firenze 2009

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 1

“Spender è un sentimentale”. La sentenza di Giorgio Manganelli, nelle sue note sulla poesia di Stephen Spender, è di quelle senza appello. Quella “intemerata onestà, francamente melodrammatica” che lo scrittore italiano trovava nei versi del poeta inglese si presenta anche, con un misto di coraggio e prudenza, nella sua autobiografia, Un mondo nel mondo, pubblicata in Inghilterra nel 1951.

La sua ultima edizione italiana, del 2009, è quella di Barbès, che ha poi proseguito con l’indagine su Stephen e il suo mondo (per parafrasare il titolo dell’autobiografia di Isherwood) con la recente pubblicazione dei Diari di Sintra, avventura emotiva e civile del gruppo dei cosiddetti scrittori degli anni Trenta (Auden, Isherwood, Spender).

A differenza della polifonia di quei diari collettivi, Un mondo nel mondo è, come ogni autobiografia, a una sola voce, e, come ogni racconto da sé e su di sé, un intrigo dove è difficile separare il vero dalla fiction, la “intemerata onestà” dalla prudente omissione. D’altronde, al di là della pura aneddotica, fin troppo vicina allo spiare da un buco della serratura privilegiato, indicatoci dallo stesso spiato, ciò che è principale motivo di appassionamento in un’autobiografia è proprio questo: mettere alla prova il testo con altri che lo contraddicano, che ci discutano, fino a rivelarne la natura di fiction, tanto quanto un romanzo.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pagina dell'occhiello (part.), 1

Spender, come racconta il figlio Matthew nella puntuale prefazione, scrive questa autobiografia all’inizio degli anni ’50, e racconta con naturalezza di relazioni anche omosessuali, in un tempo in cui erano ancora considerate un reato (la legge inglese avrebbe depenalizzato l’omosessualità soltanto nel 1967).
Oltre al coraggio di questa scelta, dobbiamo segnalare una circostanza interessante: l’autore comincia a scrivere la sua storia a soli 38 anni, età prematura per un’autobiografia. Chi di noi è pronto a tirare le somme a quell’età? L’urgenza di scrivere, di testimoniare, sembra più storica che personale, più ansiosa di trovare le radici del presente in un passato vissuto sulla propria pelle.

In piena Guerra fredda, Stephen Spender decide dunque di rievocare la contrapposizione tra fascismo e repubblicanesimo durante la Guerra civile spagnola del 1936, l’avventura di chi, come lui, si scoprì antifascista pur rifiutando il comunismo stalinista. Oltre al coraggio di raccontare amori omosessuali in epoca di clandestinità, il merito non trascurabile di questo resoconto è anche quello di descrivere una posizione intellettuale maturata durante una lotta fratricida, che avrebbe deciso i destini dell’Europa degli anni ’40. Una posizione critica, che non cede ai manicheismi da Guerra fredda che hanno limitato il pensiero di molti pensatori dell’epoca: “Io non scelgo l’America o la Russia, io le giudico”, dove nei corsivi dell’autore è segnata nettamente una differenza tra intellettuali organici e intellettuali tout court.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Frontespizio (part.), 1

Al di là della ricostruzione di un clima politico e culturale, che è la parte che oggi ci arriva in maniera più sbiadita, necessariamente datata, è il racconto delle emozioni a costituire il nucleo critico dell’autobiografia, di qualunque autobiografia. È nel rendiconto delle proprie relazioni sentimentali che meglio si esprime il conflitto tra presunta sincerità davanti al lettore e protezione di sé. In breve, se Spender è anche troppo sincero, in senso manganelliano, quando parla delle sue idee, delle sue amicizie, dei suoi viaggi, quando parla d’amore, forse, mente.

Sgombriamo il campo da un equivoco, la menzogna è qui intesa come l’unica realtà possibile all’interno della letteratura, soprattutto se si parla di sentimenti viscerali come l’amore, per il quale la sincerità è un metro di giudizio nullo, semplicemente perché è inapplicabile. Amore e menzogna, in letteratura, sono le uniche due grandezze comparabili.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 23 (part.), 1

Nel 1933, Stephen Spender incontra Tony Hyndman, un gallese dai capelli biondi appartenente alla classe operaia, bello e vivace, che sopperisce alla mancanza di mezzi con un fascino che attrarrà lo scrittore.
Tony, che conosciamo dai Diari di Sintra, nelle memorie di Spender diventa “Jimmy Younger”. Probabilmente per proteggerlo da uno scandalo all’epoca dell’uscita del libro, Spender dà un nome falso al suo amore sincero, nonostante dichiari “Io do all’eroe e ai personaggi i loro veri nomi e attributi”.
Perché Tony è l’unico ad avere un nome falso in tutto il racconto? Che cosa ci dice che la sincerità non sia venuta meno anche su qualche altro aspetto? Un’altra importante omissione nel racconto di una vita è proprio l’anno trascorso a Sintra, in Portogallo, dove Spender e Hyndman si rifugeranno con Isherwood, il suo amante, e altri amici, nel tentativo di costruire una Utopia dove vivere per sempre (ci resteranno meno di un anno).

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 2 delle tavole fuori testo (part.), 1

Fuori dal racconto, ma legato a questo, c’è poi la causa intentata da Spender contro David Leavitt, che aveva “plagiato” un episodio della vita di Stephen per scriverci un intero romanzo, Mentre l’Inghilterra dorme, dove si racconta qualcosa che Un mondo nel mondo riferisce invece in maniera ambigua: Jimmy decide di partecipare alla Guerra civile spagnola a sostegno delle truppe repubblicane, dopo la delusione della storia d’amore fallita con Spender. Imprigionato con l’accusa di aver disertato, il ragazzo rischia di essere giustiziato, e per questo Spender, nonostante nel frattempo si sia legato a una donna, parte per la Spagna come corrispondente. Se il motivo sia per aiutare Jimmy a evitare un processo e una eventuale sentenza, o per partecipare attivamente alla guerra, non è dato sapere.

Probabilmente, Spender è sincero dove conta, quando si tratta della sua storia d’amore con Hyndman: “le differenze di classe e interessi tra Jimmy e me fornivano un elemento di mistero, che ammontava quasi a una differenza di sesso. Ero innamorato, per così dire, del suo retroterra sociale, del suo servizio militare, della sua famiglia operaia. Niente mi commuoveva come sentirlo raccontare storie di strada di Cardiff”, con buona pace di chi crede che l’amore sia un sentimento che nasce e resta puro, libero da ideologie personali e sociali.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 3 delle tavole fuori testo (part.), 1

Al piccolo inferno della coppia omosessuale, che Spender vive oscillando tra senso di colpa e senso di costrizione, non corrisponde l’inferno della coppia eterosessuale.
Nel racconto dei suoi due matrimoni, Spender è molto più sereno, quasi idilliaco, di quanto non sia nei confronti di Jimmy o di altri incontrati prima e dopo. Il motivo di questa disparità di animo non è nella fedele descrizione delle circostanze, ma nella convinzione delle sue idee: la relazione con Jimmy sembra tormentata, mentre i due matrimoni, nonostante il primo termini con un divorzio, sembrano felici perché Spender è convinto di questo: affinché una relazione duri, tra due persone deve esserci un enigma permanente, cosa impossibile tra due uomini, resi troppo simili dal sesso.

Ancora una volta, non ci interessa cosa sia successo veramente, né come sia andata con il suo secondo matrimonio (cui pure Tony Hyndman fece da testimone), quello che importa è come la “sincerità” dell’autobiografo sia indirizzata secondo le opportunità, come atto dimostrativo di pensieri e convinzioni. È la candida omissione di verità, la sfumatura sulla finzione, che dovrebbe interessare un lettore che non si accontenti dell’aneddoto.

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Pag. 5 delle tavole fuori testo (part.), 1

Mettendo a nudo con semplicità le sue debolezze, Spender eccelle in qualcosa che non è il racconto delle idee, né quello degli amori: è l’arte dell’incontro.
Da sempre l’autore è indicato come l’angolo in ombra di un triangolo illustre, quello formato con Christopher Isherwood, il Romanziere, e Wystan Hugh Auden, il Poeta.
E a Spender che regno resta, nel mondo della letteratura spartito dai grandi del suo tempo e della sua terra? Proprio l’autobiografia romanzata, una sensibilità pronunciata nel raccontare i caratteri, i dettagli prosaici che si riempiono di significato come nei grandi romanzi: i digiuni febbrili di Isherwood a Berlino, la voce acuta e lo “strabismo vigile” di Auden, i sigari, l’ironia divertita, i silenzi di Virginia Woolf, la cortesia da manicomio di Ezra Pound, Thomas Eliot che si aggiunge gli anni, la pancia prominente di Yeats alla fine della vita.

A interessare davvero, di Un mondo nel mondo, è “l’ideologia umanistica”, come la chiama Manganelli: quell’interesse per gli esseri umani eccezionali, talmente grandi da significare qualcosa di più di se stessi. Un interesse appassionato che fa di Spender un testimone eccellente, un cronista acuto cui forse manca il coraggio di fare un passo deciso verso la menzogna totale del romanzo. È lui stesso, quasi in chiusura di oltre 560 pagine di racconto, a scrivere: “rileggendo quanto ho scritto, mi chiedo se non avrei fatto meglio a scrivere la mia autobiografia in forma di romanzo”, cogliendo forse l’ironia di uno scacco: quello di volersi raccontare con sincerità.


(Vito De Biasi scrive per il web. Si interessa di arte, letteratura, cinema, moda. Ha scritto di arte contemporanea, fotografia e serie tv. Legge più che può)

(chi ha pagato il libro? La copia di Barbés sulla quale De Biasi ha condotto la sua Recensione è stata pagata dallo stesso De Biasi; la copia fotografata l’ha pagata FN)

Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Prima di sovracoperta (part.), 2

Il Diario di Sintra è stato recensito per FN da Federico Boccaccini

Qui la Segnalazione, con molti link
Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Sovracoperta, recto (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di sovracoperta, dorso, prima di sovracop. (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di sovracoperta (part.), 2Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Quarta di copertina, dorso, p. di cop. (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Dorso e prima di sovracoperta (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Risvolto della quarta di sovracoperta (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. Colophon (part.), 1Stephen Spender. Un mondo nel mondo. Il Mulino 1992. Sovracoperta di Alberto Bernini. incipit (part.), 1

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